Saranno famosi

Conduttore della terza annata di Trebisonda, Manolo Martini, un toscano di 28 anni, è tra i volti nuovi della tv italiana.
Il grande esordio su una rete nazionale neanche un anno fa. Da gennaio Manolo Martini è il conduttore di Trebisonda, uno dei programmi di punta di Raitre per i ragazzi. Con loro ha in comune molte cose: la spontaneità, la leggerezza, l’immediatezza. Nel programma è eliminato il diaframma, la distanza e la soggezione che c’è tra pubblico e conduttore. Manolo gioca, scherza, suona, balla come uno di loro con un rapporto alla pari. In tv, specchio dell’anima, questo si vede. E anche i ragazzi se ne accorgono.

 

Interpreti un personaggio?

«Sono proprio me stesso, faccio delle gaffe, i ragazzi mi correggono, tra pubblico e conduttore c’è un rapporto meraviglioso. Lavorare in tv per me è un lavoro, per i bambini è un gioco, per cui devi saper giocare con loro. Devo dire che sono stati dei grandi maestri di semplicità, di trasparenza, di capacità di sdrammatizzare, e soprattutto mi sentono come un fratello maggiore. Da prendere in giro».

 

Ti hanno anche legato…

«Sì, ma i bambini non c’entrano. Il nostro programma è in diretta da Torino e, una sola volta, ero in ritardo, proveniente da Roma. Gli autori si sono inventati la gag di tenermi legato e imbavagliato in una stanza, mentre si svolgeva la diretta in cui io non potevo esserci. In realtà la scenetta era un filmato registrato il giorno prima. Il bello è che, finita la registrazione, si sono dimenticati di me, e mi hanno lasciato legato e imbavagliato dentro una stanza per un interminabile quarto d’ora. Che paura!».

 

Come nasce la tua “vocazione”?

«Come un innamoramento. Non è frutto di una logica razionale. Da che ho memoria, nutro dentro di me questa passione per lo spettacolo. Ero attirato come una calamita dalle recite scolastiche, da piccole esperienze in parrocchia. In famiglia, poi, entrambi i miei genitori suonavano la chitarra e si facevano delle feste per bambini con molte scenette a cui partecipavo».

 

I tuoi esordi…

«Il primo vero inizio a 13 anni. Abitavo a San Giovanni Valdarno, in provincia di Firenze e con un mio amico sono andato fino ad Arezzo per fare dei provini con un fotografo. In realtà, fatto il servizio, sono venuti a casa nostra per venderci un’enciclopedia sulla moda per una cifra molto esosa. Ci fu uno scontro con mia mamma perché mi facevo abbindolare facilmente. Il compromesso che ne è scaturito è che mi ha permesso di iscrivermi ad un corso di teatro. Qualcosa ho ottenuto».

 

Che influenza ha avuto la tua famiglia?

«Mio padre fisioterapista, mia mamma infermiera. Facevano la riabilitazione a bambini con handicap a contatto con la natura in una casa famiglia che gestivano a Siena. Della loro apertura verso gli altri mi è rimasta la visione di poter capire il mio lavoro come un servizio. L’attenzione al sociale cerco di viverla come attenzione all’altro. In ogni circostanza».

 

È importante fare la gavetta?

«È la cosa più preziosa che ho. Sono ancora nella gavetta e sto crescendo giorno per giorno. Aver fatto un percorso è come avere una valigia nell’armadio dove poter sempre pescare qualche perla d’esperienza».

 

Cosa consiglieresti ad un ragazzo che vuol fare il tuo mestiere?

«Nella mia esperienza è molto utile confrontarsi con degli esperti chiedendogli la cortesia di essere spietatamente sinceri per capire se, al di là della passione, potevo fare questo mestiere. Altro criterio: la passione è autentica se si è pronti a fare gratis questo mestiere. Se poi lo fai con sincerità, la vita ti aiuta, ti dà dei segnali, ti indirizza».

 

Pregi e difetti, quali sono?

«Difetti: maniacale nella precisione e, a volte, mi perdo in questa ricerca di perfezione. Sono, inoltre, un po’ calcolatore. Se voglio una cosa cerco di ottenerla. Pregi: determinazione, sincerità, ingenuità. Che domanda difficile!».

 

Impressioni di due grandi eventi a cui hai partecipato: Loreto 2007 davanti al papa e i funerali di Chiara Lubich…

«Parlare davanti al papa e 500 mila giovani in diretta tv è stato il perfetto connubio tra svolgere il mio lavoro ed essere in sintonia dentro con quello che stavo facendo. Leggere dei brani al funerale di Chiara Lubich è stato il modo concreto di ringraziare una persona ed una spiritualità che nella mia vita significa tantissimo».

 

Dio c’entra nella tua vita?

«È    quello che dà sostanza e profondità alle cose che faccio. Mi dà sostegno anche nei momenti in cui le cose vanno storte».

 

Cosa vuoi fare da grande?

«Chi vivrà vedrà, sono da solo, ma non è una scelta. Ho avuto una storia importante che non è andata. Mi attirano molto le persone che si donano completamente agli altri, c’è un grande fascino in questo tipo di scelta, ma mi sento più attirato dal formarmi una famiglia. Sto cercando di andare in profondità perché l’età delle scelte importanti si avvicina».

Auguri Manolo!

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