Sant’Anastasia assegnata alla chiesa siro-malabarese

La basilica di Sant'Anastasia a Roma assegnata alla Chiesa di rito siro-malabarese. Si tratta di una Chiesa cattolica orientale in comunione con la Chiesa cattolica. È la seconda Chiesa cattolica orientale più grande del mondo e si riconosce discendente da san Tommaso apostolo.
La basilica di sant'Anastia a Roma. Foto di Common Wiki.

La Basilica minore di Sant’Anastasia al Palatino è stata in questi giorni adibita al culto della comunità di rito siro-malabarese, che a Roma conta circa settemila fedeli. Si tratta di famiglie provenienti dallo Stato del Kerala nel Sud dell’India, dove ha sede la gran parte delle diocesi di questo rito orientale. La comunità che si trova a Roma è formata soprattutto da nuclei familiari che si sono stabiliti in Italia da anni e contano già un buon numero di membri di seconda generazione.

La Chiesa siro-malabarese fa parte delle numerose comunità che nel Sud dell’India si riconoscono fra i discendenti di Tommaso apostolo, che secondo la tradizione, mai provata storicamente – ma nemmeno negata da evidenze altrettanto storiche – è stata fondata da uno dei dodici seguaci stretti di Gesù. A prescindere dalla storicità o meno che Tommaso apostolo in persona sia arrivato veramente in India, è provato che comunità cristiane erano presenti nel sub-continente indiano fin dall’epoca apostolica o nel periodo immediatamente successivo. Lo giustificano molteplici prove e reperti ma anche la ricchissima tradizione passata inizialmente di bocca in bocca e poi difesa come identità etnico-religiosa nel corso dei secoli, in particolare dopo la colonizzazione portoghese avvenuta a partire dalla fine del XV secolo. Nel millennio precedente e, sicuramente, a partire dal IV secolo d.C. la Chiesa presente nel Kerala, chiamato anche Malabar (da dove proviene il nome del rito), crebbe in numero e profondità inserendosi nel tessuto sociale del Sud dell’India. Le comunità venivano animate e seguite anche grazie agli antichissimi rapporti con la Chiesa d’Oriente. Infatti, dalla Mesopotamia (l’attuale Iraq) venivano periodicamente inviati i vescovi incaricati di governare questa comunità cristiana. Il rito che esse seguivano era quello siriaco-orientale. La diocesi e le parrocchie erano, poi, gestite dal clero locale che parlava la lingua del posto, il malayalam, mentre le celebrazioni ed il culto avveniva in siriaco.

All’arrivo dei portoghesi e dei missionari di rito latino, dopo un buon avvio, cominciarono tensioni forti a seguito della erezione della arcidiocesi di Goa, colonia portoghese, che sarebbe poi diventata Patriarcato delle Indie orientali.  Iniziò un deciso processo al fine di sottomettere queste comunità di discendenza apostolica e di rito orientale al patriarcato latino. Il processo era accompagnato da una altrettanto forte pressione per arrivare alla latinizzazione del rito e del culto siriaco. Seguì un periodo di contrasti dolorosi e spesso anche violenti che culminarono con una progressiva rottura fra i latini portoghesi e le chiese orientali. Alcune fra queste accettarono una certa latinizzazione, altre rimasero fedeli alla loro tradizione. Nel XVII secolo nacque così il rito siro-malabarese, che conserva alcuni elementi della tradizione orientale ma risulta anche fortemente latinizzato. Le comunità che seguivano questo rito restarono in comunione con Roma, mentre altre preferirono rimanere fedeli alla tradizione proveniente dall’oriente. Solo alla fine del XIX secolo cominciarono ad essere create le prime diocesi per i cristiani siro-malabaresi e, successivamente, fu stabilità la gerarchia siro-malabarese. Oggi questa Chiesa che segue un rito orientale ma che è in piena comunione con Roma conta un totale di circa quattro milioni e duecento mila fedeli divisi in trentacinque diocesi. La gran parte dei fedeli si trova in Kerala, ma a causa dei processi migratori si sono formate diaspore importanti in varie nazioni. In alcune di esse – Inghilterra, Stati Uniti, Canada e Australia – esistono già diocesi con un numero consistente di fedeli. La presenza siro-malabarese in altre parti del mondo in assenza di una diocesi, chiede di poter officiare il culto secondo il rito previsto in chiese di rito latino. È quello che è successo anche a Roma, dove, dopo aver raggiunto un numero consistente di membri della comunità, le autorità episcopali hanno chiesto al papa e al cardinale vicario di poter avere una chiesa come riferimento per le celebrazioni in rito siro-malabarese.

Il coordinatore attuale della comunità, p. Biju Muttathunnel, alla notizia ufficiale diramata per comunicare che la Basilica romana di Santa Anastasia era stata adibita a questo, ha commentato: «Siamo tutti in festa, si tratta di un grande regalo da parte della diocesi e del Vaticano». A Roma, inoltre, a parte la nutrita presenza di gruppi familiari provenienti dal Kerala esiste una notevole concentrazione di clero e di consacrate appartenenti a questo rito. Non si può dimenticare, poi, anche la presenza del Collegio Damasceno che accoglie una cinquantina di seminaristi e giovani sacerdoti che studiano nelle facoltà pontificie. Appartengono alla Chiesa Malabarese e a quella Siro-Malankarese, anch’essa di origine apostolica, ma riunitasi in comunione con il papa di Roma negli anni Trenta del secolo scorso.

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