Santana, una griffe senza tempo

Tredici brani d’ampio respiro, nel nuovo Shape Shifter, dove s’alternano ruggenti riff elettrici a morbidose ballate d’atmosfera.
Santana

Trentasei album all’attivo, spalmati in quasi mezzo secolo di carriera. Cento milioni di dischi venduti, per non dire degli almeno altrettanti spettatori che hanno accompagnato i suoi tour intercontinentali. Anche da questo s’evince che Carlos Santana è uno dei miti più solidi e longevi della sub-cultura rock. Un caposcuola assoluto capace di regalare con la sua Stratocaster melodie inossidabili come l’immortale Samba Pa Ti, ma soprattutto di dilatare gli elementari format del chitarrismo rock su infiniti scenari stilistici, contaminandolo ora col jazz, ora col pop d’autore, spaziando dalla musica latina all’afro fino all’etno-music più rigorosa.

Tredici brani d’ampio respiro, nel nuovo Shape Shifter, dove s’alternano ruggenti riff elettrici a morbidose ballate d’atmosfera. Tra questi spiccano la trascinante Candela, un brano scritto col figlio Salvador, che con lui duetta al pianoforte, l’acustica Mr. Szabo (un omaggio a uno dei suoi maestri, il chitarrista ungherese Gabor Szabo) e l’unico brano cantato, Eres la luz.
Fin dalle prime note, così come dalla suggestiva copertina, l’album si ricollega ai classici del nostro: un disco caldo e coinvolgente, pervaso di spiritualità, che manderà in solluchero gli aficionados, ma che piacerà anche a quanti chiedono alla musica un genuino nutrimento per l’anima e le orecchie: poiché, se risulta evidente che il cd funziona anche come un gradevole sottofondo, magari per una festa danzante in riva al mare, un ascolto più attento svela una caratura ben più sostanziosa.

Figlio di un musicista mariachi, Santana migrò dal Messico a San Francisco quand’era ancora ragazzo e a luglio compirà 65 anni. Il rock gli ha dato tutto, ma non gli ha tolto la voglia di “usare” talento e popolarità per fini encomiabili, tant’è che questo concept-album nasce innanzi tutto dal desiderio di dare forma artistica alla risoluzione del 2009 con la quale gli Stati Uniti chiesero ufficialmente scusa ai nativi americani per quanto loro inflitto in secoli di vessazioni, segregazioni ed emarginazioni; da qui la dedica anche a quell’eroe popolare che fu David Crockett, fra i primi bianchi ad invocare rispetto per il popolo degli indiani d’America.

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