Sanremo n° 54: ridere per non piangere

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Le barzellette al potere. L’innovazione promessa da Renis è stata in fondo tutta qui. Nel festival più televisivo della storia, Sanremo ha regalato ai suoi irriducibili consumatori l’unico ingrediente che ancora sembra intrigare la post-modernità occidentale: in tivù come al cinema, in letteratura come nei bar. Ma a conti fatti c’è stato ben poco da ridere, e non solo per lo sfiorato tracollo auditel. Simona e compagnia scherzante han dovuto preparare la minestra con quel poco che avevano, vista la pochezza del cast, il boicottaggio discografico, e un budget meno consistente del solito. Del resto, che l’ecosistema sanremese fosse alla canna del gas, non lo si è certo scoperto quest’anno. Solo che quest’anno la disperazione era più difficile da nascondere. Quando vengono spacciati per giovani dei quarantenni con svariati album alle spalle, quando le migliori canzoni arrivano dall’ugola di una comica, quando la suspense è data dagli share più che dalla gara, allora vuol proprio dire che qualcosa non quadra. E il fatto che il festival sia sempre stato, nel bene come nel male, lo specchio della realtà sociale circostante, aggiunge ancor più inquietanti sospetti. L’ansia di uscirne vivi ha generato gli azzardi più spericolati, frullando la mafia e Nassiriya, mettendo in bocca a un Dustin Hoffman battutacce da asilo infantile, riducendo il sacro tempio a una sfilata di comparse, a far da contorno alle boutades e alle faide del dietro le quinte, più volte promosse ad attrazione principale. Al punto che quest’anno, a parlare dei brani in gara, vien quasi l’impressione d’andar fuori tema; ma chissà che non serva almeno a ridimensionare la portata dell’evento. E allora diciamo che, verdetti alla mano, han vinto le voci più che le canzoni, che quel poco che di buono s’è ascoltato è stato umiliato dal tradizionalismo inalienabile del congegno, che se questa è l’innovazione allora vien quasi da rimpiangere i Pippi Baudi e i Reitani. Non so se Sanremo sia in qualche modo rinnovabile o riformabile, certo è che se i muratori cominciano a picconare il pavimento, allora c’è il forte rischio che precipitino in cantina con tutta la casa. Ma non è detto che tutto il male venga per nuocere: perché un Sanremo meno strapotente e prepotente non può che giovare a tutto il music-business: che più che di un festival (o di un controfestival), ha bisogno di dare ai nuovi talenti la possibilità di maturare secondo le proprie vocazioni espressive, senza ingabbiarli in un cliché o nel suo opposto barricadero. C’è bisogno di nuovi spazi, di tempi meno nevrotici, di risorse meglio distribuite. Per troppo tempo Sanremo ha fagocitato tutto quel (poco) che c’era: probabilmente d’ora in avanti non sarà più così o lo sarà molto meno. I VERDETTI Vincitore assoluto: MARCO MASINI – L’uomo Volante: Salvato dall’ignobile sindrome di Mia Martini, sembra aver ritrovato l’umiltà dei suoi esordi. Brano decente, ma nulla più. Secondo classificato: MARIO ROSINI – Sei la mia vita Un tradizionalista alla D’Alessio,ma un po’ più raffinato nella scrittura, nei modi, e nell’interpretazione. Terzo classificato: LINDA – Aria sole terra mare L’unica vera rivelazione. Un diamante grezzo nell’ugola, a impreziosire un etno-soul abbastanza approssimativo. Premio della critica: MARIO VENUTI – Crudele Fin troppo intellettuale questa ballatina dai pruriti sadomaso. Encomiabile lo sforzo d’uscire dalle convenzioni sanremesi, ma in passato ci ha offerto ben di meglio. Miglior testo: OMAR PEDRINI – Lavoro inutile Una rock-ballad intimista nello stile dei Timoria. Senza infamia e senza lode. Miglior melodia: BUNGARO – Guardastelle Una bella canzone, col solo (piccolo) limite d’essere un po’ troppo dalliana. Miglior melodia (ex aequo): PACIFICO – Solo un sogno Uno dei migliori talenti del decennio. Penalizzato dall’interpretazione incerta: ma il nuovo album è davvero buono. Miglior produzione: DB BOULEVARD – Basterà Il cantante sembra Bon Jovi, ma la canzone non era granché. Pretestuosa e imbarazzante la presenza di Bill Wyman. Miglior arrangiamento: LEONARDO DE AMICIS Il direttore stakanovista ha fatto più del suo dovere. Il punto è che la grandeur orchestrale ha finito spesso con l’omogenizzare il tutto in un unico pastone. Da salvare: NEFFA – Le ore piccole Due minuti intriganti di swing alla Caputo.

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