Sanremo 55: il gioco delle mille carte

Eccoci qui, un anno ancora a parlarne senza avere granché di nuovo da dire. Almeno per quel che riguarda le canzoni e i personaggi in gara. Perché le novità del primo festival dell’era Bonolis sono state quasi tutte nell’approccio alla materia, più che negli ingredienti o nella confezione. Il più bravo imbonitore della postmodernità catodica ci ha servito un gran pinzimonio di emozioni contrastanti, dove i gorgheggi di un Tozzi s’accoppiavano alle immagini del Che e di Madre Teresa, dove le dirette dal Darfur s’incrociavano con gli spot di crociere e cellulari, dove c’è stato spazio per la Sgrena e per un Tyson, per la profondità di un Erri De Luca e l’inconsistenza di un Hugh Grant, per siparietti comici e la diretta dell’arrivo della salma del povero Calipari, seguita da standing ovation regolamentare. In un’alternanza così ben congegnata da farla sembrare spontanea. Perché questa è la tivù, bellezza! La destrezza di Bonolis è solo riuscita a farla sembrare – non essere… – meno ipocrita. E il trucco sta appunto nel mischiare un gran numero di carte con una velocità tale da non lasciarci il tempo di riflettere. E in questo anche le canzoni e i duellanti hanno fatto la loro parte: qualche bel brano e le solite stucchevolezze, vecchi maestri e giovani scimmiottatori più o meno improbabili. E ce li siamo sorbiti tutti, lascian- do che il nostro sadismo represso godesse nel veder cacciato questo o quello, per poi santificarlo un attimo dopo su di una poltroncina bianca. Una formula geniale e insieme perversa nella quale si sono specchiate – e beatamente vidimate – tutte le contraddizioni dell’oggi: la voglia di emanciparsi dal trash e il bisogno di ritrovare valori antichi, ma anche la pretesa di non pagarne alcun prezzo. Per questo temo che quello che molti hanno giudicato uno dei festival migliori di sempre sia in realtà solo il più subdolo. Quanto alla musica questo Sanremo sembrerebbe aver drasticamente ridotto il gap tra la proverbiale insensatezza dei verdetti ufficiali e le opinioni del paese reale. Perché è evidente che quella di Renga fosse la canzone che più di ogni altra ha saputo toccare le corde più alte del nazional-popolare (non a caso un aggettivo che da quasi-insulto è passato a nobile definizione stilistica), ma è anche vero che sono state premiate alcune proposte che un tempo avrebbero potuto ambire solo al plauso della critica. E questa mi sembra davvero una buona notizia. Piuttosto preoccupa il modesto livello qualitativo offerto dalla sezione giovani (alcuni più tradizionalisti dei classics), ma è lampante che oggi più che mai i talenti del futuro vanno cercati in tutt’altri ambienti. In ogni caso bisogna pur dire che questo cinquantacinquenne più volte dato per morente, è uscito dal coma ringalluzzito come colui che l’ha salvato. E non è detto che sia un male, e non è detto che sia un bene. Il meglio di quest’anno Francesco Renga: Angelo – Un gran bel brano, fatto su misura per una delle voci migliori del pop-rock italico di questi ultimi anni. Antonella Ruggiero: Echi d’infinito- Splendida nella sua leggerezza eterea, questa canzone è calata come un balsamo sui dolori del presente. N.Nicolai & S.Di Battista Jazz Quartet: Che mistero è l’amore – Jazz addomesticato finché si vuole, ma la limpidezza di scrittura e la classe interpretativa bastano e avanzano ad impreziosirlo. Nicola Arigliano: Colpevole – La sua presenza al Festival era una sorta di premio alla carriera. Brano raffinato, reso memorabile dall’esibizione del venerdì con gli altri grandi vecchi del jazz italiano. La differenza: Che farò – Con i Negramaro e gli Equ, la cosa migliore fra i giovani. Vagamente alla Enrico Ruggeri, la canzone non è niente di che, ma potrebbe essere l’incipit di una bella avventura. Ppvoa: Quando i bambini fanno oh – Naive, delicata, genuina: ha lasciato il segno molto più della maggioranza delle canzoni in gara.

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