San Pietro

Raiuno, ore 20.50. 24-25 ottobre. Non era facile in due puntate condensare l’avventura umana e spirituale di Pietro, però l’impresa, diretta da Giulio Base, è stata tentata. Si impone subito il carisma di Omar Sharif, un Pietro commosso dalla prima inquadratura di fronte ad un Calvario verdeggiante, secondo un filone, anche iconografico, che potremmo chiamare il pianto di Pietro. Il quale si dibatte tra fede e rimorso, tra decisione e paura (una forte interpretazione di Sharif che dà il tono a tutta la fiction) in alcune sequenze suggestive e, perché no?, commoventi come il rapporto con Giovanni (un delicato e ardente Fabrizio Bucci), i colloqui con Paolo (un giustamente focoso Daniele Pecci) e con Maria (un’intensa Lina Sastri). Alcuni puntichiave evangelici sull’amore scambievole e il dolore redentivo del Cristo intessono la vicenda narrativa emergendo con chiarezza in scene colloquiali (Pietro e Maria) o d’assieme che dipanano la vita della prima comunità cristiana in modo svelto e credibile dove la fiction non sovrasta in genere il senso chiaro del racconto: veridici e intensi, ad esempio, gli episodi della pesca miracolosa o del linciaggio di Stefano, mentre i rapporti Pietro-Paolo, Pietro-Giovanni, Pietro-Giacomo, risultano quelli meglio indagati, pur nella necessaria sinteticità. La linearità un poco si perde nella seconda parte, ovviamente più difficile da unificare, in cui forse sarebbe stato opportuno semplificare piuttosto che voler dire (in dialoghi non sempre felici) tante cose: l’incendio di Roma, il Quo vadis?, le prime persecuzioni, il martirio di Pietro e la storia-simbolo della coppia del gladiatore Flavio Insinna con sua moglie Claudia Koll. Tutto è assai rapido, secondo le leggi della fiction che amano anche scene di massa, riferimenti iconografici tradizionali (il Cenacolo è simile a quello di Leonardo oppure la tradizione del Quo vadis?, appunto) e un certo tono edulcorato (la conversione del gladiatore, il martirio di Pietro); onestamente, non sembrano in parte alcuni personaggi, fra cui il Cristo o la Maddalena, insieme ad un commento musicale a volte inappropriato (la conversione di Paolo commentata da un coretto liturgico con tanto di amen) o a un doppiaggio (la recitazione originale è in inglese) talvolta accademico. Tuttavia, pur con i limiti a cui sottostà ogni fiction, il San Pietro resta un lavoro adatto al vasto pubblico televisivo che ha bisogno di sentire dei messaggi di valore attraverso un linguaggio semplice, comprensibile, e personaggi in cui si possa in qualche modo identificare. Resta soprattutto il volto di Omar Sharif, capace ormai con un solo sguardo di cogliere e trasmettere sentimenti ed emozioni di grande intensità.

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