Samsara

Siamo in una delle regioni più remote del Kashmir al confine con il Tibet, a oltre 4.000 metri d’altezza. Lontano dal mondo dei valori occidentali, in una dimensione totalmente spirituale. Così come può essere vissuta da un buddhista autentico, che crede nella trasmigrazione delle anime, teme la moltitudine dei desideri ed ha presente l’esempio di Siddharta, che lasciò tutto a 29 anni per puntare all’illuminazione. Un giovane, in monastero dall’età di cinque anni, dopo aver sperimentato le vie ascetiche più solitarie incomincia ad avvertire una forte attrazione per l’altro sesso. Decide allora di andare nel mondo per conoscere quanto potrà lasciare in un secondo momento. La parte centrale del film racconta il suo matrimonio, la nascita di un figlio e gli inevitabili problemi della vita in famiglia. Infine egli torna a seguire l’originale, e ben radicato, richiamo interiore. Ma la via dello spirito, nella quale lo vediamo incamminarsi nella scena finale, è ardua essa stessa e non scevra di pericoli, come indica la presenza del rapace, volteggiante nel cielo. L’autore di Samsara è un esordiente regista indiano, Pan Nalin, che vi ha lavorato per anni, dopo che ne ebbe la prima idea durante un giro fra i monti dell’Himalaya. In quell’occasione, come egli ha detto, incontrò persone straordinarie, che hanno cambiato per sempre il suo modo di guardare la vita. Sin da piccolo aveva desiderato fare cinema e si era abituato a pensare per immagini. E in quest’opera, appunto, ha dato molto spazio alle immagini e ai suoni naturali, in sequenze lente e luminose, che puntano a cogliere un significato che va oltre il sensibile. Tali sono, soprattutto, quelle girate nel monastero, capaci di presentarne la vita in modo profondo come non sarebbe riuscito a nessun occidentale. Toccante anche la scena in cui al monaco, fuggito da casa, appare la moglie, che gli ricorda quanto sarà dura la propria solitudine, ma non gli chiede di tornare. Si capisce che siamo davanti ad una mentalità che non ci è comune. Lo sguardo è molto più generale e rivolto all’esistenza oltre una singola vita, in accordo al significato della domanda scritta su una pietra: “come si può impedire ad una goccia d’acqua di asciugarsi? “, a cui un’altra scritta risponde: “gettandola in mare “: è il mare dello spirito. Regia e sceneggiatura di Pan Nalin.

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