Salvare l’Africa con l’Africa

Quando leggo la storia dell’evangelizzazione dell’Africa nera mi tornano alla mente gli assalti alla baionetta della Prima guerra mondiale, quando comandanti scellerati mandavano al macello i loro soldati. Sapevano che le incursioni contro le linee nemiche non avrebbero spostato il fronte di un centimetro, eppure con ostinazione, a intervalli regolari, spingevano le truppe fuori dalle trincee verso morte certa. L’accostamento risulta senz’altro irriverente. Erano ben altre le motivazioni che spingevano i missionari ad uscire dalle trincee e a proiettarsi verso “la conquista delle anime”, come si diceva allora. Ma i risultati erano gli stessi: morivano tutti appena mettevano piede oltre la frontiera, falcidiati non dalle granate o dalle baionette, ma dalla malaria, dalla dissenteria, dalle epidemie, dalla fame, dagli stenti. Così in Congo con i cappuccini, in Senegal con gli spiritani, nel Sudan con i missionari dell’Istituto di don Mazza giunti a Khartoum nel 1848, nella regione dei Grandi Laghi con i missionari bianchi di Lavigerie. E quando un’ondata di uomini era stata decimata o completamente annientata, ne partiva un’altra, consapevole dello stesso destino eppure caparbiamente ostinata nel voler dilatare i confini della chiesa. Di una di queste seconde ondate fece parte Daniele Comboni. Partirono in sei, il 10 settembre 1857, diretti a Khartoum per prendere in mano la più estesa missione del mondo, il vicariato dell’Africa Centrale, che Gregorio XVI aveva creato nel 1846, e che aveva già inghiottito i missionari della prima ora. Un territorio immenso che abbracciava quelli che oggi sono Niger, Ciad, Sudan, Centrafrica, Sudan, Uganda, Rwanda, Burundi, Kenya, Tanzania… Fu un viaggio allucinante che durò quattro mesi. L’attraversamento del deserto della Nubia, oggi ricoperto dalle acque grazie alla diga di Assuan, richiese 78 giorni, viaggiando a dorso di cammello, con una temperatura che raggiungeva i 60 gradi e una escursione termica tra giorno e notte di 40 gradi. L’arrivo a destinazione, la missione di Santa Croce, a oltre mille chilometri a sud di Kaufmann, diede l’ultimo colpo all’inevitabile choc culturale. Uno dei missionari, Anton Kaufmann, dopo aver descritto in lungo e in largo l’abiezione in cui giaceva il popolo Dinka, concludeva: “Vivono fra il bestiame e simili al bestiame, e pensano come il bestiame”. Comboni, pur trovandosi di fronte a quelli che riteneva “costumi bestiali”, aspettò ad esprimere giudizi definitivi: “Della tribù, ove siamo, nulla vi dico, riserbandomi a fare esperienza sulla faccia del luogo; e poi vi darò più posate informazioni di questi costumi bestiali”. Il divario culturale, di millenni, rimaneva insuperabile per tanti missionari. Non si era preparati e non si riusciva ad accettare i diversi ritmi di cammino. Leggendo la letteratura dell’epoca troviamo giudizi quasi costanti sui neri: pigri e infingardi, bugiardi e ladri, strani e ridicoli, abbrutiti… Comboni si rese presto conto che si viveva su mondi troppo distanti l’uno dall’altro. Anche quando, più tardi, sarà ricevuto in udienza da Pio IX assieme a 12 “morette”, si sentirà domandare dal papa se pure i neri dell’Africa sono “ladri, bu- giardi e ingrati” come quelli dell’America che lui aveva conosciuto. Comboni avrebbe potuto rispondere che i neri non sono ladri, semplicemente perché non hanno il senso della proprietà privata: tutto è di tutti e quindi per loro è assurdo che nelle missioni si tengano ammassati beni quando attorno c’è la miseria; che non sono bugiardi semplicemente perché hanno un altro concetto della verità… E così via. Insomma c’era qualcosa che non andava in quella strategia missionaria. Si partiva pieni di coraggio e di entusiasmo per poi morire miseramente, senza aver concluso niente. O ci si scoraggiava davanti all’incomprensione e al fallimento. Quando Comboni venne a sapere che Lavigerie aveva organizzato una spedizione di missionari nel cuore del Sahara musulmano, disse che nessuno sarebbe arrivato a destinazione perché “sarebbe mancata loro l’esperienza”. E così fu, purtroppo. Ci fu una nuova schiera di martiri, ma il “fronte” della missione non avanzò di un centimetro. L’impresa afficana si stava risolvendo in un grande fallimento. Anche Daniele Comboni era partito come gli altri missionari pieno di entusiasmo, animato da un’autentica passione per l’Africa, col desiderio ardente di portarvi l’annuncio del Vangelo. Aveva 17 anni quando nel 1849, ancora studente di filosofia, giurò di consacrare tutta la sua vita all’apostolato in quella terra destinata a divenire, come scriverà più tardi, la sua “amante”. C’era sicuramente l’ardore e l’idealità giovanile, lo stesso che, animava centinaia di altri giovani del suo tempo e li spingeva con generosità a dare la vita per l’Africa; un ideale che non lo abbandonò mai. “Sono 27 anni e 62 giorni – scrive nel 1876 – che ho giurato di morire per l’Africa centrale: ho attraversato le più grandi difficoltà, ho sopportato le fatiche più enormi, ho più volte visto la morte vicino a me e, malgrado tante privazioni e difficoltà, il Cuore di Gesù ha conservato nel mio spirito (…) la perseveranza, in modo che il nostro grido di guerra sarà fino alla morte questo: O Nigrizia o Morte!”. Ma la generosità non bastava. Ed ecco l’idea geniale: l’evangelizzazione e la promozione dell’Africa va affidata agli africani stessi; occorre “salvare l’Africa con l’Africa”, operare la “rigenerazione dell’Africa con l’Africa stessa”. È indispensabile fondare comunità cristiane stabili, in modo da rendere l’opera duratura. Occorre istituire centri di formazione, in Africa stessa, per famiglie, artigiani, agricoltori, maestri e maestre, clero e suore indigeni. I missionari stranieri dovranno formarsi adeguatamente in centri specializzati, per poi svolgere un ruolo semplicemente preliminare, che tenda alla formazione di missionari indigeni e dei primi nuclei cristiani locali. Inoltre non si può più affidare la fondazione di una chiesa esclusivamente al clero e al laicato maschile; alla donna va riservato un ruolo fondamentale. Più ancora occorre coinvolgere la chiesa intera nell’evangelizzazione e non soltanto una nazione o un istituto religioso. Sono alcuni dei punti del famoso Piano per la rigenerazione dell’Africa, che gli balza alla mente all’improvviso, il giorno 15 settembre 1964, di San Pietro, per la beatificazione di Margherita Maria Alacoque. Vi lavora quasi 60 ore consecutive. 13 anni dopo, ricordando quell’evento, scrive che fu come un lampo, e i singoli punti del piano gli vennero “dall’alto come un’ispirazione”: “La Provvidenza ha guidato la mia mente e il mio cuore”. Si tratta certamente di una ispirazione, ma che cade in un cuore e una mente preparati. Il progetto per l’Africa emerge da anni di esperienza e di riflessione e viene affinato nel confronto con l’esperienza di altri, Massaja, i membri di diverse società missionarie d’Austria e di Germania, missionari e studiosi di problemi africani. Viene dall’alto e nello stesso tempo dal basso: Vangelo che si incultura. La vita di Daniele Comboni sarà tutta dedicata a far conoscere il suo progetto e a coinvolgervi più persone possibile, a cominciare dai padri conciliari del Vaticano I. Ma soprattutto sarà dedicata alla sua realizzazione con la fondazione di due istituti missionari, i centri di formazione al Cairo, l’opera di vescovo in favore dei poveri, degli schiavi… La morte sul campo ad appena 50 anni non ha interrotto il progetto di “salvare l’Africa con l’Africa”. Ne è un segno che la domenica 5 ottobre, in San Pietro, nel giorno della sua canonizzazione, a concelebrare con il papa ci sia stato un vescovo africano appena nominato cardinale: Gabriel Zabeir, suo successore sulla cattedra di Khartoum. La canonizzazione di Comboni è un richiamo ad una nuova attenzione ad un continente lasciato alla deriva dall’Occidente e dal mondo asiatico. Ed è anche un invito a riprendere in mano il suo Piano, per certi versi pienamente recepito nella coscienza ecclesiale, ma per altri ancora profetico, come quando chiede di non parcellizzare l’Africa tra i diversi istituti missionari e di non fermarsi neppure ai missionari, ma di andare verso di essa insieme, nella comunione tra tutte le vocazioni, a testimoniare l’unità del popolo di Dio.

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