Salvare il bambino che è in noi

Capita che dei ragazzi, per curiosità, leggano autori “per adulti” magari capendoci poco, ma spesso trovando in quelle letture la chiave d’accesso all’universo affascinante della letteratura. Meno di frequente, forse, sono gli adulti a prendersi la briga di leggere libri per ragazzi: quasi fosse un segno di cedimento o di debolezza. Eppure chi lo ha fatto deve ammettere che molto spesso si è imbattuto in testi bellissimi, pieni di vita ed egregiamente scritti: talvolta veri capolavori. Scrivere per i più giovani non è da tutti, e ben lo sanno autori anche affermati, che o cercano di evitare questo scoglio o osano l’impresa solo ad un certo punto della loro carriera letteraria. In altri, invece, l’approccio a questo mondo è artificioso, e lo si avverte dai toni melensi o cattedratici: note stonate che immediatamente respingono i giovani lettori. Il fatto è che, per farsi apprezzare dal mondo giovanile, occorre aver conservato uno sguardo d’infanzia, aver salvato il bambino che è in ognuno di noi dalle incrostazioni del mondo adulto. Più che frutto di uno sforzo personale, lo si direbbe un dono non a tutti concesso. Uri Orlev, nato a Varsavia ma di origine ebraica, è uno di questi scrittori “toccati dalla grazia”, che malgrado le vicissitudini della vita ha conservato la capacità di guardarsi intorno con lo sguardo sereno e fiducioso del bambino che non sa nulla di pericoli – accada ciò che accada -, tanto ha un papà a cui sempre ricorrere. E ciò senza nascondere nulla delle brutture del mondo, dicendo le cose come stanno, affrontando problemi spinosi come l’Olocausto e l’istinto dell’uomo che arriva a calpestare senza scrupoli i legami di fratellanza che lo legano ai propri simili. Orlev ha prodotto dei romanzi notevoli in tal senso, uno dei quali – L’isola in Via degli Uccelli – è stato anche oggetto, in anni recenti, di una pregevole riduzione cinematografica che ha saputo rispettare lo spirito del libro. La trama. In una Polonia sconvolta dalla guerra e dall’occupazione nazista il piccolo Alex, di famiglia ebraica, vede prelevare dalle SS suo padre e sua madre scomparire nel nulla. Rimasto solo, scampa alla violenza e crudeltà dei nazisti in un edificio diroccato dell’ ormai evacuato ghetto di Varsavia; da questo precario rifugio esce soltanto per procurarsi il cibo nelle altre case vuote, alla stregua di Robinson Crusoe che attingeva ai relitti sospinti sulla sua isola deserta. E come l’eroe di Defoe, dopo tante peripezie, riuscirà anche lui a uscire vincente e maturato dalle sue disavventure. Prima ancora però aveva scritto – ed è il suo primo lavoro, l’unico forse indirizzato espressamente agli adulti – I soldatini di piombo, solo di recente tradotto da Fabbri editore. Protagonisti Jurek e Kazik, due bambini ebrei. La persecuzione nazista infuria intorno a loro, rubando le persone care, una dopo l’altra. In un mondo senza più certezze non resta loro che continuare a giocare con i soldatini di piombo, cercando di tenersi aggrappati a ciò che ancora resta loro dell’infanzia. Il Daily Telegraph lo ha definito “uno splendido tributo all’indistruttibilità dello spirito umano, ancora più potente perché è una scrittura trattenuta, percorsa da un sottile senso dell’umorismo”. Si tratta di testi che attingono abbondantemente al vissuto di Orlev, cui va aggiunto il dichiaratamente autobiografico Gioco di sabbia. Questo autore polacco ha vissuto infatti drammaticamente gli eventi della guerra e delle persecuzioni naziste. Suo padre fu catturato dai russi durante l’occupazione della Polonia. Quanto a lui, dal ’39 al ’41 visse nascosto nel ghetto di Varsavia insieme alla madre (uccisa poi dai nazisti) e al fratello, col quale in seguito venne deportato nel campo di Bergen-Belsen. Come si è detto, i libri sopra ricordati accostano i ragazzi alla tragedia della persecuzione anti-ebraica: lo fanno però in modo non traumatico e, nonostante tutto, non risultano tristi e dolorosi. Al contrario – come è stato osservato – “le sue storie infondono ottimismo, mostrano come anche quando tutto sembra crollare, quando si è travolti e schiacciati dal peso della storia, c’è una fiducia che si trasforma in forza e che permette di superare tutte le difficoltà”. Per questi valori, e per i meriti letterari di una scrittura di alto livello e mai sentimentale, Orlev ha ricevuto diversi premi, fra cui il prestigioso Andersen, assegnato nel 1996 al già citato L’isola in Via degli Uccelli. Orlev vive attualmente insieme alla moglie e a tre figli in Israele, dove si è trasferito dopo la guerra. Fra le tensioni e le paure che tuttora agitano questa terra, egli continua a scrivere per infondere nelle nuove generazioni speranza nell’uomo e nella pace. In questo, simile ad altri grandi autori israeliani come David Grossman e Amos Oz, che hanno avuto il coraggio di rivolgersi al mondo dell’infanzia per dire ciò che forse gli adulti non vogliono o non sono più capaci di capire.

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