Sagrato, ovvero paradiso

La piazzetta di ciottolato, sotto il sole, di fronte alla chiesa gremita di gente per la messa domenicale. Dal massiccio portone di legno, socchiuso, s’odono le melodie che accompagnano la liturgia. Lì fuori invece, qualche uomo entra nel bar sul lato della piazzetta, ordina un quartino di vino rosso, scambia due parole con gli amici, ogni tanto alza lo sguardo oltre le tendine della finestra, per vedere a che punto sia la messa, se c’è già qualcuno che esce. Contro il muro del bar, dove sono appoggiati gli ottoni e i tamburi, riposano i gatti, mentre alcuni musicisti della banda del paese sostano all’ombra, fissando nel vuoto la calda mattina d’estate o sfogliando pigramente un giornale. Ma prima che la messa sia finita, gli uomini dal bar si spostano lì, sul sagrato. Per incontrare quelli che escono dalla messa, per scambiare due parole sui campi e sui trattori, lamentarsi della politica, lanciare una battuta, fissare un appuntamento. Ascoltare la banda che azzarda le sue marce. Lì magari s’incrocia il sindaco, si chiede un’informazione o si ritorna a parlare di quel vecchio problema. Oppure ci s’imbatte nel parroco, si può salutarlo o ignorarlo, o volte accennargli di quella gioia o di quel peso segreto. Un po’ così è rimasto impresso nei miei ricordi il sagrato della chiesa del paese. Quando uscivo con mio nonno per la messa domenicale, vestiti bene. Lui, lì, sulla piazzetta, salutava gli amici, che avrebbe rivisto dopo. Poi salivamo gli scalini di pietra e lui si toglieva il cappello varcando il massiccio portone di legno. Oggi, il sagrato è quasi scomparso. Sopraffatto dalle costruzioni di cemento, dagli spazi sempre più ristretti delle città moderne. Ma nell’antichità, per oltre un millennio, il sagrato ha goduto d’una ricca dimensione sociale e spirituale, svolgendo un’importantissima funzione di legame tra la sfera civile e quella religiosa della città. Oggi si sente nuovamente la necessità di questo spazio architettonico, ma soprattutto culturale: in questa luce è stato indetto l’anno scorso il premio nazionale d’architettura Sagrati d’Italia. E diversi documenti ecclesiali sottolineano la necessità di riscoprire questo spazio di rispetto davanti al luogo sacro, che partecipa della sacralità della chiesa. Da qui deriva infatti il suo nome: sagrato. Il sagrato cristiano, che trova il suo corrispondente presso i luoghi di culto di altre religioni, ha origini molto antiche. Sant’Eusebio, nella sua accurata descrizione della dedicazione della basilica di Tiro, che avvenne tra il 315 e il 316, parla d’uno spazio aperto e sgombro antistante la chiesa, dove si possa vedere il cielo e godere dell’aria limpida, rischiarata dai raggi della luce. Lì è posta una fontana che, con il suo getto d’acqua, permette di purificarsi a quanti varcano il recinto dell’edificio sacro. In questo senso, fin dall’antichità, il sagrato assume spesso il connotato di paradiso, parola che significa giardino. È infatti il luogo d’invito alla chiesa, di preparazione ad entrarvi. Uno spazio raccolto, delizioso, con aiuole e getti d’acqua, luogo della pace, che predispone alla purificazione interiore e favorisce il passaggio dai rumori e dalle distrazioni dalla mondanità all’incontro con Dio. Un esempio pregevole di sagrato così inteso è quello della basilica romana di San Paolo fuori le Mura. Spesso il sagrato è anche simbolo dell’ascesa spirituale, del salire, mediante alcuni gradini, verso il luogo sacro. Basta pensare alla Basilica di San Pietro a Roma, alla quale s’accede salendo una solenne scalinata. Nel Medioevo questo spazio antistante la chiesa, proprio perché prossimo al luogo santo, era spesso dedicato alla sepoltura dei battezzati. Esso beneficiava anche dei privilegi della chiesa stessa: godeva del diritto di asilo, in esso non si potevano commettere violenze, non si potevano appoggiare armi contro i suoi muri, non si potevano tenere affari profani come processi, sentenze civili o contratti. Lì avvenivano alcuni riti prebattesimali per i catecumeni. Lì si tenevano funzioni dedicate ai pententi. Lì si svolgevano le magnifiche rappresentazioni teatrali sacre, che in qualche città sono ancora in uso. Ancora oggi lì, durante la veglia pasquale, avviene la benedizione del fuoco nuovo; in giornate di particolare afflusso di fedeli, si assiepano coloro che non riescono ad entrare in chiesa e da lì partecipano alla funzione sacra; alle volte nel sagrato di piazza San Pietro si svolgono le celebrazioni liturgiche condotte dal papa. Dal secolo XII e XIII, l’atrio paradiso perdeva la sua specificità e si trasformava un poco alla volta in sagrato come lo intendiamo oggi: spazio adiacente alla chiesa, ma comunicante con lo spazio urbano, che assolve la duplice funzione civile e religiosa. Diventava così un luogo d’incontri, di saluti, parte della città, come la piazza, il corso, la loggia, i portici e i viali. Ma rimaneva allo stesso tempo spazio religioso, luogo di sosta dei bisognosi e quindi occasione di carità, luogo d’accoglienza prima delle funzioni religiose, e continuazione dello spazio liturgico. Col passare del tempo però, e con sempre maggiore disinvoltura, nel sagrato s’assottigliava la demarcazione tra sacro e profano. Con le leggi di Napoleone esso diventa esclusivamente area pubblica; ma anche dopo la caduta dell’imperatore francese la sua funzione è definitivamente cambiata. Il sagrato è diventando il luogo in cui s’intersecano usi laici e religiosi, dallo spettacolo teatrale popolare, alle musiche della banda del paese, all’organizzazione delle processioni religiose. Oggi questo luogo di pace aperto al sociale e al religioso, messo così in ombra nelle città contemporanee, chiede di essere riscoperto. Anche per esso vale l’ammonimento di Demostene: Guai a quella città che non trova spazio per il tempio. La sua riscoperta è sollecitata dai documenti del Vaticano II: Questo spazio esprime una dimensione antropologica, liturgica e culturale intesa sia come preparazione, sia come momento, per immettersi, insieme, nella vita quotidiana. E anche dai documenti della Cei: La cura del sagrato e della piazza ad esso eventualmente collegata, è segno della disponibilità all’accoglienza che caratterizza la comunità cristiana in tutti i suoi gesti. Ma, accanto alla funzione religiosa, è auspicabile che si riscopra anche la dimensione fraterna e sociale del sagrato. Siccome in chiesa si deve scegliere di entrare, e non tutti hanno voglia di farlo, il sagrato diventa anche un luogo d’incontro privilegiato, dove l’amicizia fra credenti e laici può approfondirsi e ravvivarsi. In questo senso il sagrato può assumere una dimensione tipicamente umana e culturale, allargando i confini e le prospettive dello spazio architettonico. Si può infatti vivere il sagrato ogni volta che si riscoprono o s’alimentano rapporti autentici con persone a cui si è legati da profonde esperienze giovanili, anche se le vicende della vita hanno poi portato a compiere scelte religiose differenti. Magari persone con le quali s’andava all’oratorio assieme, o con le quali si frequentava le stesse associazioni giovanili. Il sagrato diventa così uno spazio umano nel quale ci si sofferma volentieri per parlare, perché i discorsi avvengono soltanto tra le persone, e non sono organizzati in qualche forma ufficiale. Diventa un luogo culturale nel quale ci si riscopre fratelli e sorelle, che, al di là delle scelte fatte negli anni, s’accorgono di condividere valori comuni.

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