Sacerdoti del sarcasmo

Albrecht Durer
Quando nel 1841 Ludwig Feuerbach, uno dei massimi esponenti dell’umanesimo ateo, scriveva la sua opera dal titolo L’essenza del cristianesimo, egli intendeva sottoporre ad una serrata critica la fede cristiana e i suoi contenuti. A giudizio del filosofo tedesco, infatti, l’esistenza di un essere assoluto e trascendente, e in particolare del Dio cristiano, risultava essere sostanzialmente alienante per l’uomo, a partire dalle esigenze fondamentali del suo stesso pensiero. Ogni credente, sosteneva Feuerbach, è costretto a fare proprie alcune affermazioni dogmatiche che sono in urto con le verità inviolabili della ragione: il cristiano per esempio è obbligato a credere in un Dio che è allo stesso tempo sia uno che trino. Egli deve inoltre violentare le leggi della natura ammettendo la possibilità di interventi arbitrari da parte di Dio, fino al punto che attraverso azioni miracolistiche la divinità darebbe addirittura voce e intelligenza a ciò che per definizione è irragionevole. In più, secondo Feuerbach, il credente sarebbe sollecitato dalla religione a comportamenti intrinsecamente deleteri, contrassegnati dal disimpegno nei confronti delle realtà terrene e spesso crudeli, fanatici, intolleranti e violenti, attuati spesso nel nome stesso di Dio. Questa critica al cristianesimo per il filosofo tedesco diventa una proposta di nuova religione dell’umanità che, rinunciando a Dio, permetterebbe all’uomo di riappropriarsi delle ricchezze costitutive del suo essere. Un ateismo impegnato, coerente e sistematico, nobilmente pensoso, pervaso dall’istanza umanistica di voler salvare l’uomo. Con il limite e l’equivoco, almeno secondo noi, di pensare che l’esistenza di Dio comporti necessariamente la negazione della possibilità per l’uomo di vivere in pienezza (si pensi anche, per esempio, alla posizione atea di Jean Paul Sartre). In questi autori, che rappresentano i classici dell’ateismo, si riscontra spesso l’attitudine ad un serio confronto e ad una rispettosa comparazione di idee, che per essere tali richiedono studio e competenza, specie sulle tematiche che poi eventualmente si criticano. Così avviene in diversi autori, anche contemporanei, che pur affrontando con interesse la questione della fede (paradossalmente oggi assai gettonata tra quelli che poi dicono di rifiutarla), dichiarano alla fine di optare a ragion veduta per l’agnosticismo o la negazione esplicita di Dio. A questo proposito può risultare interessante anche il genere dei racconti autobiografici, come per esempio quello che E. Scalfari propone nel suo ultimo libro, dal titolo L’uomo che non credeva in Dio (Einaudi). Queste tipologie di agnosticismo e ateismo risultano comunque sempre stimolanti per un fruttuoso dialogo con chi vive l’esperienza credente, soprattutto quando supportato anche da amicizia o relazioni comunque positive. I perché ultimi e fondamentali appartengono infatti alla vita di tutti. Accanto a ciò, tuttavia, più di un osservatore segnala oggi come la non-credenza abbia assunto anche un volto che, diversamente da quello dell’indifferenza religiosa, si caratterizza piuttosto per un ateismo vissuto quasi come divertissement, sbandierato in modo autocompiacente e nutrito di ironia e qualche volta anche di sarcasmo. Senza polemica, mi sembra che un esempio di questo atteggiamento possa essere individuato nel volume di Piergiorgio Odifreddi, docente universitario di Logica (!!) presso l’università di Torino, dall’emblematico titolo Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici) (Longanesi). Dopo un’introduzione intitolata Cristiani e cretini, l’autore affronta – con argomentazioni che parrebbero da principiante anche ad un poco dotato studente del primo anno di teologia – le verità fondamentali della fede cristiana, e specificamente cattolica, con una tale leggerezza da chiedersi se ne sia consapevole. Il verdetto emesso alla fine del testo dal nuovo sacerdote Odifreddi è molto chiaro: Non possiamo essere cristiani, e meno che mai cattolici, se vogliamo allo stesso tempo essere razionali o onesti. Egli, oltre a fare da contraltare al celebre saggio del 1942 di Benedetto Croce Perché non possiamo non dirci cristiani, sembrerebbe qui riecheggiare Feuerbach, ma rispetto a questi due filosofi ci troviamo ad un altro livello. Quanto riportato nella quarta di copertina è sufficiente per confermarsi in questa idea: Se la Bibbia fosse un’opera ispirata da un Dio, non dovrebbe essere corretta, coerente, veritiera, intelligente, giusta e bella? E come mai trabocca invece di assurdità scientifiche, contraddizioni logiche, falsità storiche, sciocchezze umane, perversioni etiche e bruttezze letterarie?. Dispiace che un autore competente ed anche apprezzato sulle tematiche proprie delle sue discipline di insegnamento, a partire dai volumi accademici pubblicati, proprio in nome di quella professionalità e razionalità che sta alla base di ogni ricerca che intenda essere scientifica, e che è frutto di anni di applicazione e di rigoroso studio, annoveri in meno di 230 pagine una serie così numerosa di autogol proprio dal punto di vista della metodologia della ricerca scientifica, storica, filosofica e teologica. In ogni caso anche quella di Odifreddi è una voce da rispettare e con la quale interlo- quire, in un atteggiamento di apertura e di dialogo accogliente. Non a caso il cardinale Carlo Maria Martini in un testo scritto nell’anno del Grande Giubileo (In dialogo con i non credenti. Fondamenti teologico-pastorali, in Culture e Fede) affermava che dal punto di vista della metodologia dell’incontro, la differenza da marcare non sarà tanto quella tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti, tra uomini e donne che hanno il coraggio di vivere la sofferenza, di continuare a cercare per credere, sperare e amare, e uomini e donne che hanno rinunciato alla lotta, che sembrano essersi accontentati dell’orizzonte penultimo e non sanno più accendersi di desiderio e di nostalgia al pensiero dell’ultimo orizzonte e dell’ultima patria. La sfida pastorale che ne deriva è allora quella di ascoltare le domande vere del pensiero davanti al mistero dell’esistenza, ponendosi insieme, credenti e non credenti pensosi, a capire ciascuno le ragioni dell’altro. Per chi crede ciò potrà significare una purificazione delle motivazioni dell’atto di fede e al tempo stesso una nuova possibilità di proporle a chi non crede con la fedeltà del testimone e il rispetto del compagno di strada, che si riconosce nell’altro e scopre l’altro in sé. Così anche l’ateo ironico è a tutti gli effetti un compagno di strada, e – ancor più – un amico e fratello nel comune cammino della ricerca della verità. Tuttavia, in un tempo nel quale Benedetto XVI invita in tante occasioni proprio il mondo accademico e scientifico ad allargare gli orizzonti della razionalità nella prospettiva di un nuovo e più fecondo dialogo tra fede e scienza, se proprio la razionalità non la si vuole allargare, almeno è richiesto a tutti di usarla sul terreno specifico dei propri interlocutori con meno superficialità, perché anche se ciò fosse solo un gioco, il rischio è che così facendo ci si giochi anche la propria reputazione scientifica. DELUSIONE AUGIAS Alla fine di un grosso libro, come quello di Corrado Augias – Inchiesta sul cristianesimo (Mondadori) -, scritto con la consueta chiarezza, si dovrebbe rimanere, se non d’accordo con la tesi dell’autore, almeno soddisfatti per aver letto qualcosa di interessante, espresso con l’animo sereno ed obiettivo di chi cerca sinceramente la verità. Invece, ci si trova con la bocca asciutta ed amara. Non solo perché le introduzioni di Augias ai singoli capitoli, seguiti da una intervista scientifica a Remo Cacitti – professore di Letteratura cristiana antica e di Storia del cristianesimo antico all’università statale milanese -, ripropongono, per un lettore avveduto, posizioni vecchie di secoli e in parte superate su Cristo e la prima Chiesa, fino ad Ambrogio ed Agostino (passando per Paolo, gli apocrifi, Costantino…). Ma in particolare per l’animus che sta dietro tutto il libro e che l’astuto Augias non riesce a nascondere. Ossia un astio profondo verso il cattolicesimo e papa Ratzinger in particolare. Perciò un saggio che vorrebbe essere illuminante per le masse poco colte diventa solo un testo polemico neo-illuminista, nonostante lo stile seducente e l’indubbia facilità comunicativa. Augias muove infatti da una precisa sua verità che vuole divulgare prima che arrivi in libreria l’atteso nuovo libro di Ratzinger su Cristo: in pratica, la Chiesa cattolica, e l’apostolo Paolo per primo (vera bestia nera dello scrittore), avrebbero creato una nuova religione che il rabbi galileo non aveva previsto. Una religione, per di più, diventata ormai una struttura di potere. L’inizio e la conclusione del libro offrono sinteticamente l’idea che muove Augias, espressa efficacemente dal sottotitolo: Come si costruisce una religione. Ad essa lo scrittore resta fedele lungo il suo percorso, servendosi delle competenze di Cacitti e indirizzandole, quanto può, secondo la sua visione. Una visione, come già detto, vecchia di qualche secolo e che vede in Gesù un grosso personaggio, un maestro di vita sul quale storicamente si saprebbe poco o niente. E quel poco sarebbe stato manipolato, più o meno consciamente, dai testi neotestamentari – Paolo per primo – che hanno costruito il mito del dio incarnato e risorto. A stento, Cacitti spiega: Il fatto che lo storico non abbia gli strumenti per misurare tali esperienze – cioè la risurrezione (ndr) – non significa che esse non abbiano consistenza… perché esse ce l’hanno su un altro piano, pur sempre umano, dato che l’uomo non si esaurisce nella sua razionalità. Ma tant’è. Augias, sottilmente, finge di non essere addentro a queste cose. In verità, sa che distruggendo la verità della risurrezione, distrugge il cuore del cristianesimo. Egli, infatti, secondo un procedimento già noto e ripetuto, vuol separare il Cristo della fede da quello della storia, dimostrare che la Chiesa, grazie a Paolo, ha costruito una religione e che il cattolicesimo, infine, è ben lontano dal dettato evangelico. Il professor Cacitti ha sentito il bisogno di spiegare, in una postfazione, che la rotta della navigazione è rimasta nelle salde mani di Augias. Perché questa affermazione? Una prudente presa di distanza? Comunque, per chi la storia la fa sul serio e senza pregiudizi astiosi, il libro è una grossa delusione, un’occasione perduta: l’animo esacerbato, si sa, non aiuta chi vuol scrivere in modo sereno. Peccato, per un uomo intelligente come Augias. Mario Dal Bello

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