Russel Maliphant

Di una bellezza atletica, Sylvie Guillem possiede una presenza scenica magnetizzante, e una tecnica impeccabile: vertiginosa estensione delle gambe, sciabolate delle braccia e punte saettanti. Scoperta da Nureyev, ha ispirato coreografi classici e contemporanei, per la naturale capacità di trasferirsi da uno stile all’altro. Quello dell’anglocanadese Russell Maliphant le è forse il più consono. Per lei ha creato balletti come Push, Two, e Broken Fall. Questi ultimi compongono lo spettacolo Rise and Fall (all’Arcimboldi di Milano e all’Auditorium della Conciliazione di Roma per Tersicore, nuovi spazi per la danza). Cifra di Maliphant è mescolare sulla base classica la tecnica Tai Chi, con la capoeira e la contact improvvisation, in un rapporto unico con la musica e col movimento affogato in preziosi tagli di luce. Flusso ed energia, stasi e velocità, diventano il binomio di un luogo del corpo come contenitore spirituale, sia per assoli come Two, con la Guillem che da ferma sotto un cono di luce dise-gna riflessive e poi verti- MOSTRE ginose combinazioni gestuali; sia per duetti come Torsion: un concatenarsi di braccia, di leggere acrobazie, con Michael Nunn e William Trevitt, lontani e speculari, che riprendono i movimenti l’uno dell’altro in un avvicinamento dapprima competitivo poi complementare. In Broken Fall si aggiunge la Guillem. Il terzetto si muove in orizzontale e in verticale, con lei, filiforme e priva di spigoli, esposta in alto in rovesci improvvisi e in soffici grovigli scultorei: quasi una lotta che non è mai conflitto ma ricerca necessaria. Chiamata dall’Eti (al Valle di Roma) la Compagnia Russell Maliphant ha arricchito ulteriormente la nostra conoscenza di questo superbo coreografo. Sulla musica di Bach lo stesso ballerino ci ha offerto One Part II, un ipnotico, fluido, controllato assolo meditativo dove fra intermittenze di luce e buio i movimenti si dissolvono incidendoli nello spazio. Push è invece ricco di variazioni giocate su prese allungate delle braccia e delle gambe, e sul salire e scivolare della danzatrice dalle spalle del partner. Uno straordinario duetto d’amore che si stempera in armonia purissima. Tre Generazioni Un grande ritorno a Roma (al Festival Equilibrio) di Jean Claude Gallotta, artefice della stagione della Nouvelle Danse francese degli anni Ottanta, con il bellissimo Trois generations. Ovvero le tre età della vita nel loro progressivo variare dei gesti: nel limite del corpo ora alla scoperta, ora nella vitalità, infine segnato da una struggente fatica e lentezza. Con riflessi nell’umana comunicazione tra gli uomini, si ripetono gli stessi movimenti nell’avvicendarsi dei tre gruppi di otto interpreti: ragazzini, giovani, anziani. Intrecciano linee relazionali che si sfiorano, si incontrano, si toccano, divergono, corrono. Questo di Gallotta di indagare la natura del gesto danzato per perpetuarne il suo significato, rivela uno sguardo di speranza nell’atto creativo come modo per attraversare il tempo con la consapevolezza dell’inesorabile mutare fisico. Ecco come siamo, come eravamo, e come saremo, sembrano dirci serenamente, ricompattati nel finale mentre avanzano verso di noi.

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