Rossini superstar

Splendido il 25°Rof a Pesaro. Allestimenti equilibrati, cantanti di razza, direttori eccellenti. Nell’Elisabetta, la protagonista Sonia Ganassi possiede meravigliosa vocalità e senso scenico, insieme a due tenori svettanti, Bruce Sledge (Leicetster), Antonino Siragusa (Norfolc) e alle brave Manuela Custer e Mariola Cantarero. La regia accorta di Daniele Abbado accompagna, fra le stilizzate e metalliche scene di Giovanni Carluccio, una musica che trova nella direzione elegante, precisa di Renato Palumbo (un direttore che ha carisma) e nella prestazione dell’ottima Orchestra del Comunale di Bologna il suo respiro vitale. Il cantabile finale Bell’alme generose, con l’invito ripetuto alla felicità di tutti è pagina di alta ispirazione, e svelamento autobiografico, raro e sincero. Fa intuire la dimensione sacrale implicita nella musica così fisicamente tattile del Pesarese. L’impressione rimane con il Tancredi: la sobrietà neoclassica di Pierluigi Pizzi commenta l’interpretazione dolce, preromantica (sarebbe piaciuta al Tasso) che la protagonista Marianna Pizzolato, al suo debutto nel ruolo, gli concede, insieme al valido Argirio di Gregory Kunde, all’incantevole Patrizia Ciofi (Amenaide) e al timbro caldo e fiero di Marco Spotti (Orbazzano). Victor Pablo Pèrez ha diretto con grande misura l’Orchestra Sinfonica de Galicia in una buona prestazione, mentre più modesta è apparsa nella Matilde di Shabran nonostante la cura attenta di Riccardo Frizza. In Matilde, opera del suo debutto nel ’96, Juan Diego Flòrez ha superato sé stesso per maturità interpretativa, intelligenza vocale in una tessitura acrobatica, con Annick Massis, cantante-attrice di grandi qualità canore e sceniche, ed un cast notevole, fra cui l’ottimo Marco Vinco (Aliprando). Mario Martone ha avuto la sensibilità di inventare una regia che, con piacevoli gags del protagonista – memori della commedia dell’arte -, ironizzava bonariamente sulla vicenda medievale dell’intrigo, preparando l’invenzione rossiniana, sempre scintillante, con una punta di dire-e-non-dire: rivelando chi sia veramente Rossini. La qual cosa è il risultato migliore di un festival che punta a far conoscere non solo l’artista, ma anche l’uomo. Ovviamente, pubblico conquistato. PIANOFORTE IN PROVENZA Il borgo de La Roque d’Anthéron, presso Aix, col favoloso parco nel castello è luogo di elevazione artistica per un grande pubblico che affolla da 24 anni – nel Festival presieduto dal fondatore Paul Onoratini e curato da René Martin – le interpretazioni di virtuosi di ogni età e nazione, in un meeting mensile di condivisione e di approcci musicali e umani suggestivi. Nel ricco carnet di interpreti, stupiscono alcuni giovani prodigi:Valeria Mirosh, 13 anni e già pronta per Liszt, Chopin, Rachmaninov; Ilia Rachkovski, un giovane sensibile in Schubert e Rachmaninov; il gruppo di concertisti dell’ Ècole de Paris per l’integrale per pianoforte di Schumann nel chiostro dell’Abbazia di Silvacane. E poi un grandissimo Gregory Sokolov che nel Tempio di Lourmarin sconvolge il pubblico con un Bach drammatico (Partita n.6 in mi min.) ed un Beethoven tutto-orchestra (Sonate nn. 11 e 32). Sokolov è un gigante della tastiera, unisce rigore a fantasia, così che il suo Beethoven è rovente e patetico al tempo stesso: interprete e compositore sembrano un’anima – e un suono – solo, in un’esecuzione dove la musica esplora qualsiasi sentimento, completamente. Serata memorabile. Sokolov regala poi bis su bis. Ma il suo Beethoven resta fisso nell’orecchio interno di ciascuno, forse per sempre.

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