Roberto Devereux

Musica di G. Donizetti. Roma, Teatro dell’Opera.
Roberto Devereux
Un allestimento in pieno stile Tudor (Alberto Fassini), una direzione di raro equilibrio tra canto e orchestra (Bruno Campanella), cantanti-attori bravi e credibili (fra cui la promettente Virna Sforza e Sonia Ganassi sempre perfetta), una regia misurata (Joseph Franconi Lee): lo spettacolo, di notevole impatto sul pubblico, è fatto, e bene. Donizetti, quando tratta delle regine Tudor (Anna Bolena, Maria Stuarda e ora Elisabetta I) si trova nel suo elemento: canta l’amore in conflitto col potere, ne scava le implicazioni psicologiche sempre attuali – qui con il conte Devereux di cui la regina è innamorata – e chiude con la morte liberatrice dal dolore.

 

Ma nessun pessimismo. Stende un velo “misericordioso” sui tumultuosi affetti umani, colma di un pathos sincero ma contenuto gli sfoghi e i conflitti, fa sì che la linea del canto, spiegato e dolce anche nella tragedia, vibri insieme all’orchestra con una nobiltà assoluta. Tanto più che, nell’opera e in quest’opera, Donizetti è sé stesso (perciò è difficile eseguirla bene): un signore nel teatro musicale. E nel Devereux, anno 1837, si sente già Verdi, o meglio, da dove Verdi è partito.

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