Roberto Bolle e Svetlana Zakharova, star per Händel

In prima assoluta al Teatro alla Scala la coreografia di Mauro Bigonzetti: il fascino del teatro, dell’immaginazione e della fantasia del mondo barocco evocato dalla musica di Händel

 

Due star d’eccezione, Roberto Bolle e Svetlana Zakharova, e un coreografo di caratura internazionale, Mauro Bigonzetti. Complice la musica di Händel. Un vero e proprio triangolo che ha prodotto una sintonia artistica per un balletto di assoluta bellezza. Progetto Händel è il titolo della creazione di Bigonzetti firmata per il Teatro alla Scala di Milano, che segna una sorta di riconciliazione con il Corpo di Ballo dopo le dimissioni, lo scorso ottobre, dalla direzione artistica (sostituito da Frédéric Olivieri).

Sulla musica da camera di due Suites del compositore tedesco, Bigonzetti ha forgiato i corpi della coppia stellare e degli altri sedici componenti della compagnia scaligera, costruendo su di loro un’architettura coreografica astratta, di grande nitore, ma intrinsecamente teatrale nella sua gestualità espressiva dei corpi che restituiscono il mondo interiore degli interpreti. Amante da sempre della musica barocca sulla quale ha creato altre importanti coreografie – “InCanto” e “Come un respiro” per Aterballetto, “Festa barocca” per l’Alvin Ailey American Dance Theater –, Bigonzetti trova nella forma concertante una felice vena creativa giocato con l’utilizzo di inedite dinamiche di punte e mezze punte, tra rigore e leggerezza, ritmo serrato e delicatezza del tocco.

Inizia – e finisce – con un’ondivaga catena di braccia unite in una fila frontale che avanza e subito di rompe lasciando libertà a brani di coppie e di assoli che sfumano l’uno nell’altro senza lasciare mai vuoto lo spazio nudo del palcoscenico. Lo riempiono i movimenti solari dei corpi nei loro astratti arabeschi, nelle armoniose contorsioni, nei continui off balance – ovvero i fuori peso dei corpi in movimento – e improvvisi release, negli scatti e nelle sciabolate delle gambe fra le quali s’insinuano intrecci di braccia, di mani e di volti che sbucano incorniciati, creando immaginarie figure guizzanti o immobili ma sempre in trasformazione.

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E pur se intravediamo gesti e sequenze che ricordano brani di precedenti creazioni, l’articolata coreografia scorre briosamente con momenti di pura poesia nei numerosi pas de deux, specie della coppia Bolle-Zakharova, in perfetta simbiosi d’anima e di corpi (è la prima volta che i due, insieme, si misurano con una creazione contemporanea, dopo le numerose apparizioni nei grandi titoli classici, dal “Lago dei cigni” a “Giselle” a “La bayadére”).

Nella prima parte per solo pianoforte, la coreografia crea una dimensione monocromatica – costumi bianco e nero – e più intima di pezzi solistici e duetti; mentre la seconda, per clavicembalo e gruppo cameristico, è un’esplosione di colori acustici resa in scena dalle variazioni dell’ensemble dei danzatori anche nei cromatismi dei costumi che nascono dall’idea di un barocco rivisitato e completano l’intreccio che si crea tra strumenti e ballerini. È un dialogo, senza alcuna narrazione, con la musica, un’interpretazione di essa, il suo respiro. Pura danza che libera nello spazio nuove forme.

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