Roberto Bolle Nato per la danza

Roma, luglio. Al Teatro dell’Opera, la vigila della prima di Giselle, Roberto Bolle è sereno e disponibile. Parla con calma, seduto sul pavimento della salaprove, uno sguardo diretto, una figura statuaria. Roberto Bolle, come ci si sente, a 29 anni, ad essere considerato un personaggio nel panorama della danza internazionale? Sicuramente sono felice dei risultati raggiunti in questi anni, perché penso che il regalo più bello sia fare il lavoro che si ama. È quello che ho desiderato fin da bambino, studiando prima all’Accademia di Vercelli la mia città , poi per otto anni alla Scala di Milano, dove a 19 anni sono entrato nella Compagnia di ballo. Da allora, oltre che nei nostri teatri mi trovo spesso all’estero presto sarò a New York per cui mi sento anche orgoglioso di rappresentare l’Italia, una bella responsabilità. Io, poi, non sono dipendente, ma opero come artistaospite: ad esempio, ho un contratto per tre anni di dieci recite annuali con la Scala, un lavoro abbastanza continuativo con il Royal Ballet a Londra, ogni anno rinnoviamo il contratto. Ovviamente, con questa mobilità, è difficile trovarsi sempre nelle condizioni ideali per uno spettacolo, esser sempre all’altezza delle aspettative del pubblico, perché più uno va avanti più ci si attende da lui…. Lei è molto conosciuto anche grazie a numerose apparizioni televisive. La televisione è un veicolo potente e importante per farsi conoscere, anche se da noi c’è poca danza e pure, bisogna dirlo, di scarsa qualità. Io comunque cerco di aumentare le mie presenze televisive per mostrare cosa sia la danza classica, che la maggior parte delle persone ignora o se l’è dimenticata. I teatri a volte sono degli ambienti piuttosto chiusi e allora se la televisione non si occupa di cultura, di danza, di queste arti che sono un po’ appartate, il rischio è di incanalarci in un vicolo cieco. La notorietà le ha tolto il sacro timore del palcoscenico oppure quello ri mane presente prima di ogni recita? Certo, quando si va nei teatri è molto bello osservare il fermento, l’attesa, le persone sarte, ballerini, macchinisti, il portiere che ti incontrano e ti fanno i complimenti, ma poi bisogna dimostrare di essere all’altezza degli elogi… E io ogni sera ho sempre un certo timore: la danza non è una scienza, non abbiamo mai una sicurezza assoluta. È un’arte, i n cui ogni spettacolo resta un’incognita, perché ci sono tanti fattori, basta un attimo, una piccola distrazione e uno può sbagliare, siamo esseri umani. Rimane comunque il bello della diretta, stare sul palco e dare al pubblico un’emozione unica, irripetibile, dura solo quella sera, perché ogni spettacolo è diverso dall’altro. Di conseguenza, ogni volta c’è attesa, trepidazione e tanta adrenalina prima di entrare in palcoscenico. D’altronde, il nostro scopo è di coinvolgere ogni pubblico a livello emotivo non solo visivo ed estetico, ma dando qualcosa che vada anche al di là. Infatti i balletti più coinvolgenti sono quelli del repertorio neoclassico, come Manon o Romeo e Giulietta, che hanno delle storie molto intense: direi che allora tutto l’insieme trasporta il pubblico in un’altra dimensione. Perché, secondo me, la danza, come tutte le forme d’arte, hanno un qualcosa di spirituale, ti mettono in contatto con qualcosa di superiore, dei moti dell’anima, delle emozioni che uno vive. Noi usiamo il nostro corpo come strumento, c’è chi usa la propria voce o uno strumento musicale; però credo ci sia sempre un qualcosa, no n vorrei dire di divino, ma comunque che non è terreno, che illumina la scena, ti dona un di più: soprattutto quando si parla di artisti ad un certo livello, sono persone che hanno questa luce, che richiama la spiritualità, la trascendenza. Del resto l’anima nel nostro mestiere è fondamentale, se no saremmo solo degli atleti. Ma proprio per il fatto di essere artisti usiamo il corpo per esprimere emozioni, in stretta comunione con l’anima. Si parlava di trascendenza. Personalmente, lei come si pone davanti al fatto spirituale. Ho avuto l’onore di incontrare il papa e di danzare di fronte a lui, alla Giornata mondiale della Gioventù. Mi considero credente, anche se non in tutto… amo pregare, andare nelle chiese a trovare dei momenti di raccoglimento, anche per me stesso. Mi sento perciò una persona abbastanza spirituale. Torniamo alla sua storia. Cosa ha provato ad esser scelto da Nureyev per debuttare come Tadzio ad appena quindici anni? Nureyev è stato forse il massimo dei ballerini che ho conosciuto, l’incarnazione della danza maschile. Quindi esser scelto è stata un’emozione che non riesco ancora ad esprimere, forse non ne ho più provato una simile nella vita. Lui infatti non stava a Milano per scegliere qualcuno, non ha fatto un’audizione, tutto è nato per caso: aveva la sua visione del personaggio di Tadzio in Morte a Venezia di Britten, e mi ha preso: per me era un misto di incredulità, di emozione, era tutto inaspettato e io così giovane di fronte al mito della danza!. Nel ’96 diventa primo ballerino alla Scala, ma la lascia a 23 anni per il ruolo di freelance che la porta in giro per il mondo. Come trova la situazione della danza all’estero, rispetto all’Italia? La diversità è sostanziale. Da noi le maggiori compagnie sono legate agli enti lirici la Scala a Milano, il San Carlo a Napoli, l’Opera a Roma in cui la priorità spetta all’opera, mettendo decisamente il balletto in secondo piano. In più esistono delle problematiche legate al fatto che i ballerini hanno contratti a vita: si va in pensione a 52 anni, un’età anziana per la professione, purtroppo c’è scarsa volontà e scarsi fondi per risolvere i problemi. All’estero invece si investe nella danza: da cinque anni Londra ha ristrutturato il Covent Garden con le nuove sale di fisioterapia, massaggio, training, e con un corpo di ballo che fa almeno tre spettacoli la settimana, una programmazione corposa quanto quella operistica. Quindi danza e opera sono sullo stesso piano, a differenza di noi, senza parlare poi del fatto che i ballerini che non funzionano lasciano la compagnia e comunque dopo i 40 anni non ci sono, tranne forse qualche eccezione per le étoiles. Quanto a me, dopo i miei quarant’anni, penso di prendere la direzione di una compagnia. Mi piacerebbe quella del mio teatro, la Scala, magari facendo qualcosa di nuovo, come lo scorporare la compagnia di balletto dall’ente lirico o forse dar vita ad una compagnia nazionale, basandomi sull’esperienza che mi vado facendo in giro per il mondo. Lei è un grande interprete del repertorio classico. Pensa di dedicare in futuro maggior tempo alla danza moderna? In verità da anni ballo danza moderna, come lavori di Béjart, Forsythe o di Roland Petit con il quale probabilmente collaboreremo ancora. Credo che affronterò man mano sempre più i coreografi moderni, però il balletto classico resta fondamentale, è rigoroso e difficile, ma fin ché si può è normale che gli si dia la priorità. Anche perché esso esige un fisico da danceur noble, con una presenza, un’armonia nel corpo, nel movimento e poi una tecnica precisa, pulita. Elementi non facili da trovare, per cui non tutti possono eseguire il balletto classico. Certo, quando c’è la qualità, c’è l’entusiasmo nel pubblico. Io vedo ragazze e ragazzi numerosi agli spettacoli, perché un balletto classico se è fatto bene, non è vecchio, crea una sua magia. Se invece la qualità, lo stile sono scarsi, il pubblico non ritorna, nemmeno ai lavori moderni, alcuni dei quali poi sono così concettuali che il pubblico non li comprende e si allontana dalla danza. Una vita tutta per il balletto. Non le mancano lo svago, gli affetti, le amicizie? Beh, finché questo ritmo frenetico non si rallenta per motivi di età, certo una parte della mia vita è sacrificata, ed in effetti ho poco tempo per riposarmi e andare al cinema o a teatro. A volte, mi manca qualche affetto, è vero, però per me è molto importante l’amicizia: ne ho pochi di amici, sono difficili da trovare, anche perché quando vai in un teatro, in una compagnia puoi legarti un po’ con le persone ma si tratta di rapporti molto formali…Tuttavia, ho il sostegno della mia famiglia ho due fratelli e una sorella che mi segue parecchio, anche all’estero. I miei infatti mi hanno aiutato sempre, soprattutto mia madre che ha voluto iscrivermi alla Scala, quando io ero restio a lasciare la famiglia, la città e andare a vivere da solo a Milano… Ma lei è stata lungimirante e io perciò le devo molto. In più, mi occupa l’appartenenza all’Unicef come ambasciatore volontario dal ’98. Ho partecipato a spettacoli, iniziative, tornerò per una manifestazione qui a Roma il prossimo dicembre. Ma mi manca ancora una missione sul campo, per cui vorrei organizzare un viaggio dove opera l’associazione. È un’esperienza che davvero desidero fare.

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