Robert Fisk, giornalista della complessità

È deceduto a Dublino a 74 anni il giornalista inglese-irlandese, probabilmente a causa di un ictus. Nessuno in Europa aveva capito più di lui il Medio Oriente

Era stato ricoverato sabato d’urgenza al St. Vincent’s Hospital di Dublino, ma è morto subito dopo il ricovero. Era ancora nel pieno dell’attività, Robert Fisk, nato a Maidstone, nel Kent, in Inghilterra nel 1946, anche se aveva poi preso la cittadinanza irlandese. Un uomo che la guerra l’aveva respirata a casa, perché il padre era stato un soldato che aveva a lungo combattuto nella Prima guerra mondiale. Unì a questa tradizione bellica che lo appassionava la passione per il giornalismo e la scrittura. Dopo aver studiato in Inghilterra e Irlanda, lavorò come corrispondente da Irlanda, Ulster e Portogallo per il Sunday Express, prima di accettare di “coprire” il Medio Oriente per The Times, e più tardi per The Independent, giornale per il quale lavorerà fine alla morte. 25 anni fa si era trasferito a Beirut, certamente la città da cui più agevole era seguire le alterne vicende mediorientali.

Scrisse molto, e pubblicò decine di libri: sulla guerra civile libanese, sull’invasione sovietica dell’Afghanistan, sulla rivoluzione khomeinista, sulla guerra Iraq-Iran, sull’invasione israeliana del Libano, sulla guerra civile in Algeria e anche sulle guerre balcaniche, unica “uscita” dal suo Medio Oriente degli ultimi trent’anni. Seguì ovviamente, con la sua penna, l’infinito conflitto israelo-palestinese, non si è fatto mancare il fronte della Prima e della Seconda guerra del Golfo persico.

I suoi lunghi reportage (non amava la brevità dei dispacci di agenzia) lo hanno portato a svelare all’opinione pubblica internazionale come si erano realmente svolti i massacri di Sabra e Chatila, in Libano, quelli della guerra civile algerina, diede i dettagli dell’omicidio di Saddam Hussein, parlò a lungo delle rappresaglie israeliane durante l’Intifada palestinese, raccontò nei dettagli la presenza statunitense in Iraq. Tra i suoi libri, probabilmente il più celebre è Cronache mediorientali, che raccoglie i suoi migliori reportage dalla terra più complessa esistente al mondo. Da ricordare anche Il martirio di una nazione del 1990.

Non a caso il New York Times lo definisce «probabilmente il più famoso corrispondente estero britannico». Mentre Il presidente irlandese Michael D. Higgins sostiene che «con la sua scomparsa, il mondo del giornalismo e dei corrispondenti dal Medio Oriente ha perso uno dei suoi migliori commentatori». E non a caso aveva vinto numerosi premi giornalistici internazionali. Era schivo, lavoratore indefesso, si era votato anima e corpo a conoscere gli infiniti meandri della politica e della vita mediorientali.

Lo ricordo nel mese di aprile 2003, subito dopo la fine della Seconda guerra del Golfo persico, nel posto di frontiera tra Giordania e Iraq controllato bene o male dalle truppe statunitensi. Con un amico brasiliano e una collega tedesca eravamo in coda per ottenere il visto, assieme a una folla di autisti e commercianti dei due Paesi che volevano approfittare della guerra appena finita in Iraq. Lo riconobbi perché ruotava lo sguardo a 360 gradi, sia per controllare che tutto andasse bene e che non vi fossero minacce, sia (e soprattutto) per curiosare, per capire, per cogliere in uno sguardo, in un dettaglio, in un movimento il senso di quello che stavamo vivendo, in una baracca bollente nel deserto giordano-iracheno, cercando di arraffare un pezzo di carta per noi prezioso.

Conversammo del più e del meno, anzi no, solo della guerra appena conclusasi: era informatissimo sulla situazione che avremmo trovato a Baghdad, ma non azzardava nessuna previsione. Aveva capito ormai che in Medio Oriente è difficile prevedere il futuro, se non si ha una buona palla di cristallo. Che per lui era il pianeta stesso.

«Guarda e guarda ancora e guarda bene. Guarda sotto le cose, la superficie raramente lascia trasparire quel che realmente sta succedendo. Non credere mai di essere arrivato alla fine della tua inchiesta: lascia sempre in sospeso il giudizio. In Medio Oriente in primis, ma ovunque nel mondo. Perché il mondo è complesso». Questo mi disse quando gli chiesi qualche consiglio. Che non dimenticherò più.

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