Robert Capa, l’avventuriero con un’etica

Immagini, documenti, lettere personali per conoscere come il celebre fotoreporter affrontava i fronti di guerra.
La sua foto più celebre, anche se controversa in quanto ad autenticità, è quella scattata in Spagna, a Cerro Muriano, nel 1937. Ritrae il momento in cui un miliziano comunista si piega all’indietro colpito a morte da una pallottola franchista. Famoso è anche il racconto per immagini dello sbarco degli alleati sulle coste della Normandia il 6 giugno del 1944. Nel nostro immaginario collettivo c’è anche l’istantanea del piccolo contadino siciliano che indica ad un gigantesco soldato americano – inginocchiato per stare alla sua altezza – la strada che hanno preso i tedeschi in ritirata. Immagini, accanto ad altre, che sono diventate icone del secolo e patrimonio visivo universale.

A distanza di più di mezzo secolo dalla sua morte, la celebrità di Robert Capa – il cui vero nome era Andrè Friedman – ha finito per cristallizzarsi in leggenda. E lo provano le continue mostre che lo decantano, non ultima quella allo Spazio Forma di Milano che raccoglie trecento immagini col denominatore comune della guerra. Accanto a queste sono presenti per la prima volta le immagini di Gerda Taro, esule tedesca, fotogiornalista anche lei, e primo e unico grande amore di Capa. Furono due testimoni d’eccezione che al tema della guerra e dichiaratamente contro di essa, hanno dedicato le loro vite. Si conobbero nel ’35, avevano poco più di vent’anni. S’innamorarono, e per un anno divisero il lavoro di testimoni della guerra civile spagnola. In procinto di partire insieme per la Cina, una tragica fine stroncò la vita della donna schiacciata da un carro armato nelle strade di Madrid. 

 

Definire Capa “fotografo di guerra” – termine brutto che evoca ruoli mercenari, e che egli stesso disprezzava – è molto riduttivo. Ci piace invece l’espressione che gli diede un altro grande della fotografia, Henry Cartier-Bresson: “Un avventuriero con un’etica”. Quello del profugo ungherese che divenne cittadino del mondo, fu un fotogiornalismo coraggioso e impegnato – «racconto i fatti del mondo come li vedo e come li sento», dichiarò –, scandito da uno sguardo indignato per gli orrori bellici, da una straordinaria solidarietà, dall’impegno personale allo spasimo per raccontare la condizione umana: «Per qualche ragione, il dolore dei giusti è sempre più palpabile», annotò nei suoi taccuini.

 Sempre con la sua Leica in tasca, nel 1954 Capa si trova in Indocina (dove morirà saltando su una mina anti-uomo). È di quegli anni la fotografia dei soldati che, camminando, superano senza degnarlo di uno sguardo un cadavere ormai quasi decomposto. Una cronaca spietata. Ma da quelle foto non traspare cinismo. Piuttosto una volontà di testimoniare che si trasforma in compassione, nel significato di partecipazione all’immenso dolore del mondo. Con la stessa attenzione e la stessa scontrosa pietà Capa fotografava i vincitori e i vinti, i profughi e i soldati, le macerie provocate in Spagna dai franchisti, e l’Italia devastata dai bombardamenti alleati, la crudeltà dei giapponesi in Manciuria e la dolente dignità del soldato tedesco che si arrende. Forse per questo le sue fotografie sono più simbolo che documento.

 

Questa è la guerra! Robert Capa al lavoro. Gerda Taro. Una retrospettiva. Milano, Forma, Centro Internazionale di fotografia, fino al 29 giugno (Catalogo Contrasto).

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