Rivolte arabe e altre novità

Intervista a Romano Prodi, presidente del Gruppo di lavoro Onu‑Unione africana.
Manifestazione

Abbiamo incontrato l’ex presidente del Consiglio italianoal termine di una sua lezione all’Istituto universitario Sophia di Loppiano, dove negli ultimi mesi si succedono prestigiosi accademici e uomini di cultura quali Sergio Zavoli, il card. Ouellet, Ugo Amaldi, Massimo Cacciari, Martha Nussbaum (il prossimo sei giugno). Con Prodi abbiamo parlato della situazione nordafricana.

 

La crisi libica è stata gestita dalla comunità internazionale con non pochi imbarazzi. Come uscirne?

«Se si vuole uscire dal vicolo cieco nel quale ci si è cacciati, bisogna affrontare il problema libico assieme all’Unione africana, anche perché Gheddafi probabilmente ascolterebbe le parole dei suoi “pari” continentali. Tutti i grandi protagonisti sulla scena internazionale hanno ormai bisogno di una via d’uscita, che prepari un nuovo cammino di diritti civili e di libertà. Bisogna perciò offrire un arbitro, che nello stesso tempo non sia estraneo al gruppo di chi è sceso in campo.

«Se misuriamo la forza dell’Unione africana di fronte a quelle degli Stati Uniti o della Cina, potrebbe legittimamente sorgere qualche dubbio sull’efficacia di una tale proposta. Ma ci sono momenti nella storia in cui la debolezza è un elemento positivo, non negativo: la debolezza talvolta è forza. In questi frangenti l’Unione africana potrebbe effettivamente far scattare un circolo virtuoso. È chiaro che di fronte a tale proposta Gheddafi potrebbe manifestare un residuo di irragionevolezza. Ma tutti sono nei pasticci ed è quindi possibile che un minimo spazio di dialogo finalmente si apra».

 

Nel contesto dei sommovimenti arabi, un docente dell’autorevole università cairota di Al Azhar sostiene che l’Europa ormai sa usare solo le armi, senza più essere presente a livello economico, culturale e politico sullo scenario mediterraneo. Cosa ne pensa?

«Troviamo soldi per tutto, ma non abbiamo trovato un euro per questa urgenza. L’esplosione egiziana (e tunisina) non è più quella che abbiamo lasciato qualche mese fa, allorché siamo stati distratti dalle vicende libiche. È in Egitto che sono avvenuti i fatti più importanti, perché è il centro culturale del pensiero islamico e del dibattito politico del Medio Oriente: l’Egitto ha ottanta milioni di abitanti e una leadership intellettuale e politica che, seppur indebolita, ha influenzato tutto il continente africano, fino all’Oceano Atlantico, sia al Sud che al Nord del Sahara. Ebbene, la rivolta dei giovani egiziani ha espresso un nuovo sentire delle aree metropolitane del Mediterraneo meridionale, come il Cairo, Istanbul, Tunisi, Algeri: giovani con molti anni di scuola, ora disoccupati, si sono ribellati perché nel frattempo la povertà è aumentata. La loro ribellione ha assunto un significato sociale e politico preciso: la richiesta di una maggiore libertà».

 

E l’Europa fa finta di niente…

«In pochi mesi – e non ce ne siamo quasi accorti – un milione e mezzo di egiziani è rimpatriato dalla Libia e mezzo milione dal Golfo. Due milioni di persone che mandavano soldi a casa ora debbono essere mantenuti. Il turismo è al livello di un 30 per cento appena di quello di un anno fa, mentre la vita economica stenta, con un sistema bancario bloccato e un’enorme fuga di capitali. Che democrazia può nascere se la gente muore di fame? È il momento di entrare in un progetto complessivo, di appoggio alle nuove esigenze di libertà manifestate dai giovani di piazza Tahir. Più genericamente si tratta di sostenere l’economia egiziana. Occorrono notevoli risorse, certamente, ma meno di quelle attualmente impegnate nella guerra libica. Lo capisco, oggi politicamente è un problema reperire risorse per un tal fine, ma nella situazione in cui siamo il semplice annuncio di un piano progressivo potrebbe bloccare il degrado. Questo aiuto, però, sarebbe efficace solo se tempestivo, unito e condiviso, e probabilmente avrebbe lo stesso effetto del piano Marshall in Europa, che è durato solo pochi anni ma ha mobilitato le energie del continente, che poi ha restituito tutto agli Stati Uniti.

«Nessuno, però, oggi osa prendere decisioni simili. Il mio biasimo è soprattutto rivolto all’Europa, che è più vicina alla regione e perciò conosce meglio la situazione. Tuttavia, nell’attuale contesto, senza un’iniziativa statunitense è difficile che l’Europa riesca a unirsi».

 

L’asse del potere economico mondiale si è spostato dall’Atlantico al Pacifico. Ma la Cina non ha grandi iniziative, se non dal punto di vista economico.

«Il fondamento della politica e della filosofia della Cina è che il più grande generale è colui che vince senza fare la guerra. In effetti, in nessun punto caldo del mondo la Cina è oggi presente: né in Afghanistan né in Medio Oriente, e nemmeno in Iraq. La Cina vive sugli errori altrui. È da biasimare? Mi stupisce come non sia stata ancora capita la loro strategia: aumentare l’influenza dove gli altri vengono cacciati o dove si ritirano. L’Iran sta così diventando un Paese sotto influenza cinese e accadrà lo stesso in Medio Oriente, come è già successo in Africa. Gli Stati Uniti hanno “governato” il mondo con 470 mila soldati in missione all’estero, oltre 1600 basi militari, spese enormi e tensioni infinite. La Cina, invece, spende soldi per i fuochi d’artificio che spara quando i presidenti africani visitano Pechino».

 

Ci sono nuovi soggetti politici sulla ribalta internazionale?

«Nel Mediterraneo, ma anche in Asia centrale, la Turchia è diventata un global player e haadeguato la sua politica estera, perché è cambiata la sua realtà economica.

«Altra questione spinosa è quella israeliana: all’interno del Paese c’è in effetti una grande paura per l’indebolimento dell’Egitto, che non consente più allo Stato israeliano di sentirsi totalmente protetto. Il Cairo certamente allenterà i suoi legami con gli Stati Uniti e ritengo che modificherà anche la sua politica nei confronti di Israele, almeno sul problema della striscia di Gaza. Si metterà perciò in moto una dinamica politica nuova».

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