Rivalutiamo il prefisso “trans”

La moda dello scrivere breve lo ha promosso al rango di nome comune. Ma nasconde una molteplicità di significati.
transiberiana

C’è di che arrabbiarsi nel vedere una parola svilita, un parola di enorme significato e valore. Non è un nome, non è un verbo e non è un aggettivo: è un umile prefisso che la moda dello scrivere breve della stampa e del parlare sgrammaticato della tivù ha voluto promuovere a nome comune.

 

Parlo di “trans”, il prefisso del passaggio e della mutazione, del viaggio e dell’attraversamento. Lo usa la geografia, Transnistria e Transilvania ad esempio, e lo hanno adottato i trasporti e le vie di trasporto, come nei casi della Transiberiana, della Transamazzonica e della Transcaucasica. È il prefisso del cambiamento: trans-formazione, trans-figurazione e persino trans-sustanziazione, e quello della provvisorietà: trans-eunte, trans-itorio e trans-iente.

È il prefisso anche della mutazione da una condizione ad un’altra, come suggerisce la trans-disciplinarietà, la trans-animazione e la trans-codifica.

 

“Trans” è anche il prefisso dell’unità e della reciprocità. Sì, perché l’unità per essere raggiunta ha bisogno di una trans-formazione della persona, la sua trans-figurazione. È teologicamente rivelante, tanto che Gesù stesso può essere definito – come fece De Lubac – “il Dio transitante”, tra Cielo e Terra, il “Dio del passaggio”, come invece diceva Simone Weil. È il Dio della nostra condizione umana che “transita” da una condizione (quella divina) ad un’altra (quella umana).

 

Perché, allora, un vocabolo di sua natura itinerante si deve fossilizzare linguisticamente per identificare una categoria particolarissima di persone, tra l’altro inesistente fino a qualche decennio fa, fin quando, a Casablanca in Marocco nel 1958, fu effettuata la prima operazione chirurgica per il “passaggio di sesso”, dando così origine al primo “transessuale”?

 

Insomma, nella crisi della cultura umanistica non lasciamo che queste perle del nostro linguaggio ereditate dagli antichi, in questo caso dai latini, vengano banalizzate, se non imbarbarite. Per carità, non ci si fraintenda: rimane intatto il rispetto per chi ha sofferto e soffre nella propria condizione acuti dolori per tanti di difficile comprensione. Ma chiamiamoli più rispettosamente “transessuali” e non solo “trans”. Ne va della dignità loro e di quella del linguaggio.

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