Il ritorno della Siria nella Lega araba

Il 19 maggio il presidente siriano Bashar al-Assad ha partecipato al vertice della Lega araba, che ha riammesso la Siria come membro dopo averla espulsa nel 2011. Come si è arrivati a questa svolta? E cosa comporta questo cambio di direzione e quali conseguenze potrebbe avere nel breve periodo?
In questa foto diffusa dalla pagina Facebook ufficiale della presidenza siriana, il presidente siriano Bashar Assad, a destra, incontra l'ambasciatore dell'Arabia Saudita in Giordania Nayef al-Sadiri, a Damasco, Siria, mercoledì 10 maggio 2023.In quell'occasione Assad ha ricevuto un invito dall'Arabia Saudita per partecipare al successivo vertice della Lega araba, invito che arriva giorni dopo che la Lega Araba ha ripristinato l'appartenenza della Siria all'organizzazione al Cairo, in Egitto, domenica, dopo che era stata sospesa nel 2011 per la brutale repressione del paese contro i manifestanti pro-democrazia. (Pagina Facebook della Presidenza siriana via AP)

Il reintegro della Siria nella Lega araba è avvenuto all’inizio di questo mese (maggio 2023), poco meno di 12 anni dopo che, nel novembre 2011, la stessa Lega araba aveva espulso Damasco dall’organizzazione internazionale alla quale aderiscono 22 Stati arabi di Nordafrica e Medioriente, più Somalia, Gibuti e Comore, meno Israele. Siria espulsa, all’epoca, a motivo della durissima reazione del regime degli Assad alle proteste popolari che ne chiedevano la caduta. Dopo è venuta la guerra per procura in cui sono entrate molte potenze regionali e internazionali e la Siria è diventata il palcoscenico mediorientale delle guerre di tutti contro tutti. Adesso, dopo mezzo milione di vittime civili e 150 mila scomparsi, 6,5 milioni di rifugiati e altri 6 milioni di sfollati interni, quasi tutte le città distrutte dalle bombe (anche molto sporche) comprese scuole, ospedali, moschee e chiese, un califfato che non è mai del tutto scomparso, con relativi massacri, torture e stermini: la Lega araba ha deciso che basta così, vediamo di fare qualcosa. Ok, è dura da digerire, ma meglio che niente!

A questo punto, naturalmente, c’è “qualche” problema in più del 2011 da affrontare. Una sola cosa è rimasta comunque in piedi: il regime degli Assad, sulla sopravvivenza del quale ben pochi nella Lega araba, a quanto pare, avevano scommesso un centesimo. Ma l’hanno fatto Russia e Iran, che della Lega non fanno parte. E la Lega alla fine ha riammesso la Siria, regime incluso, se non altro per contrastare l’ingerenza dell’Iran.

E così Bashar al-Assad, venerdì 19 maggio si è presentato a Jeddah, in Arabia Saudita, accolto a braccia aperte da Mohammed bin Salman e salutato con mano più o meno incerta dal vertice della Lega araba.

Hanno accettato la riammissione perfino i curdi siriani del Rojava, facendo un calcolo politico ritenuto necessario, dato il parallelo processo di mediazione fra Turchia e regime siriano patrocinato dalla Russia e supportato dall’Iran: per i curdi accettare la Siria nella Lega araba significa soprattutto mettere un freno internazionale all’espansionismo turco (o almeno a quello della presidenza Erdogan, dopo si vedrà) nei loro confronti.

È infatti piuttosto evidente che non tutti gli Stati membri della Lega araba sono entusiasti del ritorno della Siria degli Assad. A parte la contrarietà di fondo del Qatar, vicino ai Fratelli musulmani, molti altri Paesi mediorientali sono preoccupati più che altro da due questioni che li coinvolgono molto da vicino e che sperano di poter affrontare proprio tramite la Lega araba.

Una riguarda l’esportazione clandestina e massiccia di captagon (detto anche “droga dei terroristi”, uno psicofarmaco anfetaminico in grado di indurre forte dipendenza) sulla quale il regime siriano conta di fatto per salvare la propria economia distrutta dalla guerra. Il captagon è facilmente reperibile e in grandi quantità nei Paesi confinanti con la Siria e provoca nelle vittime danni terribili. E non rimane certo “confinato”al Medio Oriente: un esempio famoso che ci riguarda è la scoperta nel 2020 a Salerno di una nave con un carico di 84 milioni di pasticche, 14 tonnellate, di captagon siriano.

La seconda questione spinosa è la gestione dei rifugiati siriani (6,5 milioni quelli fuggiti soprattutto in Turchia, Libano, Giordania e Iraq, ma non solo). Il peso di questa massa di persone sui Paesi che li ospitano provoca sempre più insofferenza e molti cittadini premono sui propri Governi per il rinvio in Siria dei profughi siriani.

Ma non è lo stesso per i profughi: la riabilitazione internazionale (che suona molto vicina a impunità) del regime siriano non è sinonimo di garanzie per chi è fuggito da quel regime. Un recente sondaggio dell’Unhcr rivela che solo l’1,7% dei profughi siriani all’estero sarebbe disponibile a rientrare volontariamente, e moltissimi di loro sono anzi terrorizzati dall’idea che la riammissione della Siria nella Lega araba possa avviare un percorso di rientro obbligatorio.

Anche l’Occidente è in difficoltà: non ha avuto alcuna voce in capitolo nella riabilitazione della Siria all-in-one regime compreso, e non è più in grado da tempo di influire sulla tragedia siriana troppo a lungo ignorata, con la scusa di non favorire il regime. Salvo lamentarsi degli sbarchi clandestini di troppi profughi siriani.

E di tutti gli altri.

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