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Cultura > Musica classica

Il ritorno del Pirata

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

I due atti dell’opera di Vincenzo Bellini mancavano dal teatro, che ne aveva decretato il trionfo nel 1827, dal 1840. L’ultima volta era stata la sera del 19 maggio 1958, ma di quella sera non esiste nessuna registrazione. Rappresentarla oggi, sino al 19 luglio, è una sfida per la Scala

L’ultima volta era stata la sera del 19 maggio 1958. I due atti dell’opera di Vincenzo Bellini – libretto di Felice Romani – mancavano dal teatro che ne aveva decretato il trionfo nel 1827, dal 1840. Era una resurrezione. Complici, una grandissima Callas, Ettore Bastianini, Plinio Clabassi e poi la regia di Franco Enriquez, i costumi di Pietro Zuffi, la direzione di Antonino Votto. Di quella sera non esiste nessuna registrazione, purtroppo. Bisogna ascoltare l’incisione del ‘59 sempre con la Callas, per averne un’idea.

Rappresentarla oggi – sino al 19 luglio – è per la Scala una sfida. L’opera è difficile, arditissima. In piena età rossiniana apparve come una rivoluzione la figura del pirata Gualtiero, figlio di personaggi avventurosi e fragili alla Byron, e capostipite del melodramma “romantico” italiano di passione e furore. Tanto più che il giovane pirata ama riamato la moglie del duca Ernesto, che non può avere, e ne morirà, mentre lei, Imogene, soccomberà alla follia. Anche lei capostipite delle mille eroine ottocentesche folli per eccesso di amore e di dolore. Unire il fuoco del musicista catanese venticinquenne con le burrasche reali (l’inizio dell’opera) ed emotive, che il libretto di Romani esalta, ha provocato un incendio nel teatro musicale di quegli anni. Pur nel rispetto delle forme rossiniane – coro recitativo cavatina cabaletta concertati di fine d’atto –, infatti, Bellini se ne svicola facilmente per mezzo del suo talento inarrivabile, cioè la melodia che è pathos, elegia, fuoco. Tanto che l’opera sembra un canto lunghissimo che si sotterra alternativamente per poi riemergere negli insiemi e nelle arie come un immenso duetto o terzetto di sentimenti espressi dalla melodia – voce o orchestra – ora colorata ora spianata, sempre comunque purissima.

Vertice dell’opera è spesso stata considerata la conclusione con la scena della pazzia di Imogene, preceduta da una concerto bellissimo del corno inglese con l’orchestra, da un recitativo scolpito ed espresso dal flauto e poi dalla voce nella elegiaca cantilena “Col sorriso d’innocenza”. Un incantesimo che però non finisce qui ma con la cabaletta furibonda “O Sole ti vela”, una autentica furia vendicatrice colma di passione. Risuona come uno strazio del pianto e della disperazione ed è naturale abbia sorpreso i milanesi alla “prima”, abituati ai finali rossiniani, in genere ottimistici. Il canto belliniano spazia dunque dalla malinconia al furore, dalla contemplazione allo sdegno, ma non solo nelle voce sopranile. Gualtiero, l’amante sconfitto, è il tenore romantico, dolce, fragile e ardito, dalla tessitura vocale impervia, con un arco melodico vastissimo, al contrario della voce baritonale, più ”rossiniana”.

La sfida col passato è stata vinta? Forse sì, ma occorre dire che il confronto con il 1958 di fatto risulta impossibile. Siamo in un’altra stagione, di storia, di interpretazione, di voci, di direttori e registi. Ma l’edizione attuale comunque è da non perdere. Il soprano Sonya Yoncheva è voce calibrata, agile e forte, con una certa tendenza a “forzare” il canto, ma piena di risorse attoriali e di bagaglio tecnico. Il tenore Piero Pretti in un ruolo quasi vocalmente assurdo – fu scritto perla voce straordinaria di Rubini – tra elegia e forza (più forza che elegia, sarebbero utili i “pianissimi”) ha impeto e slancio adatto. Il baritono Nicoal Alaimo è morbido al punto giusto. La direzione di Riccardo Frizza (anche lui come alcuni colleghi in maglia nera “funerea”) è l’elemento forse di maggior spicco: tempi “rubati” giusti, colori ai fiati e agli ottoni, cantabilità ai violini, cupezza agli archi gravi. La regia di Emilio Sagi trasporta l’azione dal Medioevo a un Otto-Novecento simbolico, cura molto i dettagli, inventa momenti drammatici come la follia di Imogene che avanza trascinando un immenso strascico cupo in cui si avvolge. Stupenda, anche grazie alle scene “specchiate” di Daniel Blanco che sottolineano il lato fantastico del romanticismo di Bellini.

Opera “magica” sotto parecchi aspetti, Il Pirata è da rivedere e da riascoltare, speriamo quanto prima.

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