Rispettare la montagna, vivendola con prudenza

Nonostante gli appelli alla prudenza, in molti si avvicinano alla montagna senza l'equipaggiamento necessario o senza l'esperienza per affrontare percorsi inadatti a chi non è allenato.

Una giornata della settimana di Ferragosto, in una località dolomitica molto frequentata. Mi dirigo verso una nuova via ferrata, facile, da poco aperta: so che sicuramente troverò molta gente, ma tant’è, la curiosità di provarla è tanta. La situazione che trovo, però, va al di là di quanto mi aspettassi: sulla parete davanti a me si snoda un serpentone di persone, di cui alcune calzano scarponcini all’ultima moda montanara, ma inadatti ad un percorso di questo tipo; e che, nonostante siano munite di kit da ferrata e caschetto, a stento sanno maneggiare un moschettone e muoversi su una roccia pur ricca di appigli.

Rimaniamo tutti accodati in parete dietro a queste persone bloccate, con evidenti rischi per loro stessi e per gli altri – per quanto si sia allenati ed esperti, rimanere fermi a lungo su roccia espone infatti ad una fatica fisica non sopportabile a lungo; nonché al rischio di repentini cambiamenti meteo man mano che l’ora si fa più tarda. Quando finalmente ne esco, esausta per il tempo trascorso con i muscoli in tensione, giuro a me stessa che mai più farò percorsi in cui verosimilmente troverò una situazione analoga.

Il Covid ci ha fatto riscoprire le attività all’aria aperta, ed è bellissimo; ma ha anche accentuato un fenomeno non nuovo, ossia la frequentazione “non consapevole” delle mete montane, in particolare di quelle più gettonate. Il Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico (Cnsas) ha comunicato, la scorsa primavera, di aver registrato nel 2020 un record di interventi nonostante il periodo di lockdown: 10.279, con una leggera crescita rispetto al 2019 (quando erano stati 10.234), che a sua volta era stato in crescita del 7,4 per cento rispetto al 2018. Va però considerato che l’aumento è stato interamente ascrivibile alla stagione estiva, dato il lockdown primaverile e quello attorno a Natale: nei mesi d’estate gli interventi sono infatti aumentati del 45 per cento sull’anno precedente, dando la misura dell’intensità del fenomeno.

Anche la stagione invernale 2020-2021, quando molti – rimasti “orfani” degli impianti di risalita – si sono dedicati a scialpinismo ed escursionismo su ciaspole, non è stata da meno. I dati della stagione in corso non sono ancora disponibili, ma quelli parziali degli interventi sinora effettuati fanno comunque presagire una tendenza analoga – alcune sezioni riferiscono di aver effettuato addirittura un numero quasi doppio di interventi rispetto alla media. Significativo che circa un terzo di questi interventi siano dovuti non ad infortuni, ma a situazioni classificate come “incapacità” (perdita dell’orientamento, sfinimento, attrezzatura inadeguata, sopraggiungere del buio e affini).

E dire che Cnsas e Club Alpino Italiano (Cai), in occasione della giornata “Sicuri sul sentiero” del 20 giugno 2021, avevano diramato un ulteriore invito a vivere con prudenza la montagna; raccomandando in particolare l’utilizzo di calzature adatte, l’attenzione al bollettino meteo, la preparazione e studio del percorso, la scelta di muoversi in compagnia (specie se di persone più esperte, o che già conoscono il percorso), uno zaino con capi di protezione e di ricambio, e di lasciare detto dove si va e l’ora prevista di rientro. “Molti appassionati sono partiti per la montagna senza la necessaria preparazione e allenamento – si legge nel comunicato stampa –, spinti da una comprensibile voglia di attività all’aperto dopo il lungo lockdown. Una parte, seppur minoritaria, ha approcciato la montagna senza la necessaria abitudine a frequentare un ambiente così diverso dalle zone antropizzate, a volte senza possedere la preparazione di base sulle norme di prudenza e prevenzione degli incidenti”.

Pare però che l’appello non sia stato molto ascoltato: prova ne è la foto, che ha fatto il giro dei social a luglio, di un improvvido turista sostanzialmente in tenuta da spiaggia sulla via normale del Breithorn, in Val d’Aosta. Anche questa un’occasione per il Cnsas di rivolgere un appello a “rispettare la montagna” vivendola “con prudenza, ben attrezzati, e consapevoli dei propri limiti senza aver paura di rinunciare”. Peraltro, proprio i social sono stati da alcuni indicati come i corresponsabili di questa tendenza; in quanto la diffusione di foto scattate su cime pittoresche lancerebbe una tendenza all’emulazione anche da parte di chi non ha le capacità per raggiungerle.

Va da sé che questo non deve essere letto come un invito a starsene a casa, tutt’altro: una delle bellezze della montagna sta proprio nel fatto che offre itinerari adatti a tutte le età e tutte le forme fisiche, consentendo anche una graduale progressione di difficoltà per chi avesse piacere di arrivare a fare escursioni o ascensioni impegnative. E tutti sono ugualmente soddisfacenti: perché, come mi disse una volta un amico, la montagna è bella dal primo passo che fai, non solo se raggiungi la cima. E, aggiungo io – che pure ho ceduto a volte alla tentazione di fare qualche percorso superiore alle mie capacità, concluso senza danni solo grazie all’aiuto di compagni più esperti –, al rientro non si riceve nessun premio se si ha concluso una ferrata difficile o una via di quinto grado: anzi, se la si è fatta in malo modo, non si porta a casa neanche la soddisfazione.

L’appello rivolto da Cai e Cnsas va quindi preso con la massima serietà: prendendo consapevolezza che la montagna dà tanto, a tutti, ma chiede anche tanto. Tra cui, appunto, il rispetto – che si traduce anche in rispetto per sé e per gli altri.

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