Ripensiamo lo sviluppo

Ripensiamo lo sviluppo
L’uragano finanziario fa sentire i suoi effetti nella vita quotidiana. A Londra succede che, nel pagare anche un piccolo conto con la carta di credito, la cassiera sussurri: Non avrebbe contanti?. Inconcepibile sino a poco fa in uno dei templi mondiali del denaro di plastica, ma adesso, anche se la Banca d’Inghilterra continua a pompare denaro nel circuito, tutti sono diventati sospettosi e temono, pur davanti ad una modesta cifra, di restare con il cerino in mano. La scottatura, in Italia, l’hanno presa i 100 mila risparmiatori che avevano sottoscritto polizze indicizzate garantite dalla fallita banca d’affari americana Lehman Brothers; tremano quanti avevano trasferito la somma del proprio trattamento di fine rapporto a fondi pensione complementari, mentre 520 mila famiglie fanno i conti con le aumentare rate del mutuo. Un generale sospiro di sollievo è stato tirato con l’approvazione (dopo due tormentate settimane) da parte del Congresso Usa del piano di salvataggio da 700 miliardi di dollari, messo a punto dal Tesoro per rilevare i titoli immobiliari spazzatura e stabilizzare (è l’auspicio) i mercati finanziari. Incredibile episodio, se si pensa che è il Paese del liberismo e dal 1999 sono state varate leggi per un mercato sempre meno regolamentato. Molti si chiedono adesso se il piano del governo Usa sarà sufficiente ad arginare i debiti. Dubbi legittimi, perché l’amministrazione Bush era già intervenuta in marzo per salvare l’istituto creditizio Bear Stearns, in settembre per nazionalizzare Freddie Mac e Fannie Mae, i due colossi dei mutui immobiliari, e per finanziare l’azienda assicurativa Aig. Il Fondo monetario internazionale ha stimato che la crisi abbia già polverizzato 1.300 miliardi di ricchezza, ma nessuno sa dire quali saranno le effettive conseguenze planetarie del crac. Legittimo, allora, che addetti ai lavori e risparmiatori continuino a chiedersi dove fossero le autorità di vigilanza americane, Federal Reserve in testa, mentre il mercato veniva imbottito di titoli fasulli. I segnali del collasso erano emersi già nell’estate 2007, ma l’allegra elargizione di mutui subprime era in atto addirittura dal 2002. La caratterizzavano due fattori esplosivi: un’eccezionale crescita del credito e l’elevata propensione al rischio. Si chiamano subprime, proprio perché non sono erogati alla migliore (prime) clientela. Mutui per l’acquisto della casa e credito al consumo venivano concessi a chi non disponeva di redditi certi e garanzie patrimoniali. Tanta temerarietà si spiega con il fatto che il rischio veniva ceduto o suddiviso tra intermediari finanziari. Il crollo di Wall Street è stato paragonato a quello del Muro di Berlino. Certo è che siamo ad una svolta storica, se non al vero e proprio capolinea del modello liberista. Da questa crisi può derivare una grande opportunità per riscrivere le logiche e le regole dello sviluppo. La migliore risposta alla crisi finanziaria – ha detto il premio Nobel Robert Solow – è rilanciare la produzione e l’occupazione, cioè l’economia reale. Indispensabile anche ripensare il sistema creditizio nei suoi compiti. Oramai – chiarisce Annamaria Furlan, segretario confederale Cisl – la banca tende a produrre profitto a brevissimo periodo, a re- munerare l’azionista di riferimento, alla raccolta del risparmio più che all’impiego, guarda più alla finanza che allo sviluppo del territorio e all’interesse del Paese. La crisi obbliga (speriamo) a una terapia rigorosa di riforma del capitalismo finanziario. Cosa serve? Da una parte, una regolazione degli strumenti finanziari, con norme puntuali e criteri di trasparenza e correttezza per evitare l’indisturbata circolazione di pescecani; dall’altra, una necessaria vigilanza nazionale e internazionale sui soggetti finanziari con organismi autorevoli e indipendenti rispetto ai poteri politici, finanziari ed economici. Talune Autorità non rispondono a tali requisiti, e non si può lasciare i topi a guardia del formaggio. In Usa e in Gran Bretagna, il capitalismo finanziario ha potuto muoversi indisturbato perché le autorità di vigilanza hanno ridotti poteri e scarso coordinamento, mentre nell’Europa continentale vige un più forte sistema di controllo. I maggiori Paesi europei, nel recente incontro G4, hanno comunque assicurato garanzie pubbliche sui depositi per evitare una corsa collettiva al ritiro dei risparmi. In Italia, i rischi di una crisi sono più contenuti per la minore esposizione delle banche ai titoli infetti. Il gatto e la volpe vanno messi in riga, ma Pinocchio non può regolare la propria condotta sul supposto campo dei miracoli. Fuor di metafora, la logica del liberismo non si esaurirà da sola, se dalla crisi attuale non prendiamo spunto per un cambio culturale nella mentalità corrente di tanta parte delle popolazioni occidentali, che non riesce o non intende rinunciare al tenore di vita dei tempi migliori. Negli Usa, le famiglie del ceto medio impoverito e delle classi più basse sono state favorite solo ad incrementare il proprio indebitamento con la quarta carta di credito, concessa per coprire i debiti delle prime tre. In definitiva, l’attenzione verso l’azionista, il risparmiatore o il consumatore non può essere l’unico obiettivo aziendale: vanno valutati pure gli effetti sociali delle scelte d’impresa, coniugate con il bene comune. La crisi finanziaria offre opportunità di cambiamento. Un grande ruolo spetta alla società civile, con le sue vive componenti, come terzo soggetto, perché non basta il mercato, né è sufficiente lo Stato per gestire il sistema finanziario. ALLE CORDE IL CAPITALISMO FINANZIARIO di Luigino Bruni Ciò che la presente crisi finanziaria sta mostrando con grande forza è la fragilità e vulnerabilità del capitalismo. Nel sistema economico tradizionale, una crisi come quella attuale non era nemmeno immaginabile. In quelle economie si consumava quanto si produceva, e il reddito delle persone e dei Paesi era un indicatore di quanto una famiglia e un Paese potevano permettersi di spendere e di investire. Le grandi crisi economiche (come quella del ’29) potevano verificarsi solo per una crisi dell’economia reale (fallimenti di imprese), che producevano disoccupazione e quindi riduzione del reddito delle famiglie. Quel sistema economico tradizionale è entrato in crisi con il capitalismo finanziario, che ha cambiato la natura del sistema economico e della società. Non solo, infatti, la banca e la finanza hanno progressivamente mutato natura, trasformandosi sempre più in speculatori, il cui scopo principale è far profitti (e tanti!), smarrendo così giorno dopo giorno la funzione sociale che la banca e la finanza hanno da sempre svolto, e svolgono ancora. Questo cambiamento ha prodotto anche cose utili, ma ad un costo molto alto: ha reso il sistema economico tremendamente fragile. Il primo economista a preannunciare (eravamo nel 1936) la nuova natura finanziaria del capitalismo e la sua fragilità radicale è stato l’inglese Keynes, che dovremmo tornare a leggere e a meditare. Le crisi come questa che stiamo vivendo sono quindi la normalità, non l’eccezione, nel nostro capitalismo, soprattutto oggi, poiché la globalizzazione amplifica gli effetti delle crisi. L’instabilità e la fragilità sono solo l’altra faccia di un modello di sviluppo che consente ai 1000 dollari di reddito di diventare cinque, dieci, cinquantamila, senza alcun rapporto con l’economia reale e con il lavoro umano. Dovremmo abituarci presto alle crisi come questa e ancora più devastanti, e attrezzarci per limitare i danni, fino a quando questo capitalismo non evolverà in qualcosa di diverso, che speriamo sia più a misura di persona e di ambiente.

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