Ripensiamo insieme la scuola

Il nodo della dispersione scolastica. Le richieste di insegnanti e alunni. L’importanza della condivisione degli investimenti e delle priorità. Pubblichiamo l'inchiesta sulla scuola tratta dal numero di dicembre della rivista Città Nuova.

«Sono quasi due anni, da quando è scoppiata la pandemia, che sentiamo ripetere come un mantra che la scuola è al centro della società, dell’agenda politica, eccetera. Io temo che non sia vero. Temo che a queste parole non stiano seguendo dei fatti. È vero che il Pnrr comporta un grosso finanziamento, però sarà una tantum e servirà innanzi tutto per l’edilizia scolastica. Abbiamo un’edilizia scolastica da paura, con edifici fatiscenti, inadeguati. Servono scuole nuove, con spazi flessibili e alunni che si spostano per andare dove si svolge la lezione, in aule dotate di infrastrutture digitali adeguate. Questo, in parte, si potrà realizzare, ma temo che i 18,5 miliardi (previsti per la scuola nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, Pnrr, ndr) non bastino». A lanciare l’allarme è Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi, che cita il rapporto 2021 di Cittadinanzattiva sulla sicurezza a scuola.

Dati che mostrano un quadro desolante, se pensiamo che i nostri figli trascorrono tante ore in classi spesso sovraffollate, collocate in edifici senza certificazioni. 460 mila studenti seguono le lezioni in 17 mila “classi pollaio” con più di 25 alunni, numero massimo secondo le norme antincendio. Nelle scuole superiori il 7% delle classi è in sovrannumero, soprattutto nelle regioni più popolose: Lombardia, Emilia Romagna e Campania. Oltre la metà delle scuole non ha il certificato di agibilità statica (54%) e di prevenzione incendi (59%); il 39% è senza collaudo. Tra settembre 2020 e agosto 2021 ci sono stati 35 crolli: in media tre al mese. 17.34 istituti, il 43% del totale, si trovano in zone ad elevata sismicità.

Ma se il fronte dell’edilizia è preoccupante, quello della dispersione scolastica e dello squilibrio tra Nord e Sud è drammatico. «Le diseguaglianze e la povertà educativa si sperimentano sin dalla primissima infanzia. In Italia – secondo il XII Atlante dell’Infanzia di Save the childrensolo un bambino su 7 (14,7%) usufruisce di asili nido o servizi integrativi per l’infanzia finanziati dai Comuni. Il dato molto basso cela enormi differenze nell’offerta territoriale, causa ed effetto di grandi diseguaglianze: in Calabria solo il 3,1% dei bambini ha accesso al nido, opportunità offerta invece al 30,4% dei bambini della provincia di Trento».

L’inserimento dei bambini di 0-2 anni è aumentato ma, secondo l’Istat, il livello è inferiore all’obiettivo europeo di almeno un bambino su 3. Su questo fronte, un aiuto potrebbe arrivare dalle scuole paritarie, che, spiega Giampiero Redaelli, presidente nazionale della Fism, «scolarizzano il 35% dei bambini dai 3 ai 6 anni. 400 mila bambini non avrebbero questo indispensabile servizio educativo se non ci fossero le nostre scuole».

Solo il 36,3% dei bambini della primaria usufruisce del tempo pieno, con forti disparità sul territorio, con la provincia di Milano in testa (95,8%) e quella di Ragusa fanalino di coda (4,5%). La pandemia, col lockdown e la didattica a distanza, ha evidenziato le disuguaglianze esistenti tra gli studenti. Secondo il rapporto di Openpolis, il 13,1% dei ragazzi delle superiori (543 mila giovani) non finisce gli studi: siamo migliorati rispetto al passato, ma siamo ancora lontani dall’obiettivo del 9% entro il 2030 fissato dall’Unione europea: peggio di noi solo Malta (16,7%), Spagna (16%) e Romania (15,6%). All’abbandono degli studi si è unito il calo del livello di apprendimento.

La “dispersione scolastica implicita”, cioè il mancato raggiungimento della sufficienza nelle prove Invalsi, è pari al 10%, con cifre più elevate al Sud: Calabria 22,4%, Campania 20,1%, Sicilia 16,5%. Secondo Save the children, «per quanto la crisi abbia colpito tutti gli studenti, i bambini e gli adolescenti già in condizione di svantaggio hanno subito le conseguenze più gravi. I punteggi medi dei test in italiano e matematica evidenziano, infatti, risultati peggiori per gli adolescenti che provengono da famiglie di livello socio-economico basso o medio basso». Secondo Raffaella Cascioli dell’Istat, «la condizione socio-economica della famiglia di origine è un fattore determinante dell’abbandono scolastico precoce». Più è basso il livello di istruzione dei genitori e più difficili sono le condizioni economiche, maggiore è la possibilità di lasciare gli studi per i figli. Una situazione difficile, dunque, emersa drammaticamente, sottolinea Marco Greco, della Federazione degli studenti, con la Didattica a distanza per la mancanza di supporti elettronici e di connessione a Internet. In certe zone del Paese, inoltre, l’abbandono scolastico porta i ragazzi e i giovani ad avvicinarsi alle realtà malavitose. Una situazione inaccettabile, che richiede interventi urgenti e adeguati.

Difficile anche la situazione degli studenti disabili, come già scritto nell’inchiesta di Città Nuova di ottobre. Solo una scuola su 3 è accessibile per gli alunni con disabilità motoria. Sono poco diffuse le tecnologie educative per il sostegno e sono insufficienti gli insegnanti di sostegno e gli assistenti all’autonomia. «Tra aprile e giugno 2020 – scrive Cascioli –, oltre il 23% degli alunni con disabilità (circa 70 mila) non ha preso parte alle lezioni, quota che cresce nelle regioni del Mezzogiorno dove si attesta al 29%».

«Se la scuola non ce la fa – afferma Anna D’Auria, segretaria nazionale Mce (Movimento di cooperazione educativa) –, non ce la fa la democrazia perché l’emancipazione di ognuno/a è un interesse sociale prima ancora che personale. Occorre porre come centrale, nelle politiche, negli investimenti, nel senso comune del Paese, il rapporto tra cura ed educazione».

Se a scuola non si sta bene, spiega Alessandra Cenerini, presidente nazionale Adi (Associazione docenti e dirigenti scolastici italiani), «non si ha apprendimento. Ciò significa che nelle scuole devono realizzarsi congiuntamente due obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu: il n.3, salute e benessere, e il n. 4, istruzione di qualità. Per perseguire queste finalità gli istituti scolastici devono essere messi in grado di sviluppare un’“autonomia connessa e collaborativa”, non scuole in competizione fra loro, ma legate dalla comune responsabilità di fare progredire tutti gli istituti scolastici di un territorio».

Per Pinella Crimì, delegata per la Scuola del Forum delle Associazioni familiari, «è necessario che la scuola possa avviarsi verso un reale cambiamento, che riporti al centro le persone che nella scuola operano e crescono. È sicuramente un segnale degno di nota la deroga al numero minimo di studenti previsto dalla manovra finanziaria. È d’obbligo, però, ribadire che occorre procedere verso una riduzione strutturale del numero di alunni per classe. Solo con un numero di studenti congruo, infatti, è possibile favorire la formazione di tutti e di ciascuno. Don Milani sosteneva che il problema della scuola è nei ragazzi che perde. Alle soglie del 2022, non è accettabile che la nostra scuola continui a perdere figlie e figli, così come è inaccettabile che molta parte del successo scolastico possa dipendere dal luogo in cui si nasce».

Resta poi il nodo della formazione continua, del middle management, dell’importanza di percorsi di crescita per i docenti. Vincenzo Pantalena, della Rete insegnanti del Movimento dei Focolari che conta circa 800 insegnanti, serve «un rinnovato approccio al concetto di scuola, intesa come “comunità educante”. Se funzionano bene le relazioni, può funzionare bene la scuola».

 

BOX 1

Non il nostro, ma il futuro dei giovani

di Michele De Beni (pedagogista, docente dell’Istituto universitario Sophia)

C’è oggi, in questo Paese, qualcuno veramente convinto che l’istruzione non è una spesa, ma un investimento per il futuro? Molti analisti associano la ripresa economica alla solidità e all’efficienza del suo sistema educativo. E c’è chi ci crede a questo “miracolo”, e si attiva e si allea per costruire percorsi che stimolino l’opinione pubblica e la politica a ripensare al sistema scolastico come uno dei principali fattori trainanti il benessere globale e la qualità di vita. Una coraggiosa impresa che richiede di non badare a mezzi e a sacrifici per il futuro delle giovani generazioni.

È con questo spirito che il Movimento politico per l’unità dell’Italia (Mppu) e la rivista Città Nuova, assieme a più di 10 qualificate organizzazioni professionali di docenti, dirigenti, studenti e associazioni familiari, hanno promosso il 15 novembre un incontro in Parlamento con il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi. Presenti anche i responsabili nazionali-scuola dei partiti. L’obiettivo: ripensare insieme l’istruzione scolastica. Una tappa per un impegno comune, che si muova dal basso (dagli insegnanti, dagli studenti, dalle famiglie) e raccolga esigenze che vanno portate all’attenzione della politica. Siamo davanti a una trasformazione epocale della scuola. Questo richiede che anche i principali attori e destinatari delle riforme siano coinvolti in un processo dialogico determinante per la qualità delle decisioni che saranno prese. La scuola dovrebbe esser considerata un laboratorio vivo di partecipazione civica. Il cambiamento, infatti, in un campo così determinante come quello dell’istruzione, non può più esser oggetto di un’ennesima piccola riforma, ma va “ripensato insieme”.

Non il nostro, ma il loro futuro”! Per chi sogna un futuro vero per le giovani generazioni non potrebbe esserci slogan più opportuno. Istruzione, ricerca e formazione tra le priorità su cui orientare il cambiamento. Su questo tutta l’intera classe politica dovrebbe metterci la faccia e giocare la propria reputazione, preoccupata non dei piccoli interessi del momento, ma di sognare in grande per creare sviluppo, che è, prima di tutto, cultura. Oggi si chiede di metter mano “finalmente” a un cambiamento, di partecipare insieme ai tanti che hanno a cuore la scuola ad alimentare un pubblico dibattito di rifondazione del sistema scolastico e formativo di più alta qualità, per tutti, in grado di offrire opportunità e risorse e di stimolare le potenzialità di tutti. Una scuola “accogliente”, inclusiva, ma “esigente”, capace di promuovere l’eccellenza, che non è sopraffazione del più forte sul più debole o di chi arriva primo, ma una sfida che tutti dovremmo portare prima di tutto dentro alle nostre coscienze e responsabilità, in noi stessi, primi attori del cambiamento.

 

BOX 2

Tre priorità per la scuola

di Silvio Minnetti (presidente del Movimento politico per l’unità)

Il dialogo tra il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, i responsabili nazionali scuola dei partiti e oltre 10 associazioni professionali di docenti, dirigenti, studenti, Forum associazioni familiari, organizzato in Parlamento da Mppu Italia e Città Nuova, il 15 novembre 2021, segna l’avvio di un impegno comune verso la trasformazione epocale della scuola. Questa va “ripensata insieme” in spazi, metodi, relazioni educative. 18,5 miliardi del Pnrr in 5 anni rappresentano un’occasione storica per un cambiamento sostanziale in inclusione, sicurezza, accoglienza degli ambienti, successo formativo. Il presidente del Consiglio Draghi e il ministro Bianchi hanno affermato: «Assoluta priorità della scuola». L’emergenza educativa deve entrare al centro dell’agenda politica e culturale. Serve un vero cambio di paradigma per una crescita armonica di tutti gli studenti.

Vanno aumentati i nidi, per consentire alle donne di entrare nel mondo del lavoro. Occorre mettere in sicurezza gli edifici e costruire le scuole del futuro, aperte a una didattica interattiva e allo “star bene” nella comunità scolastica. È da superare il concetto di scuola con lunghi corridoi e tante aulette con porte chiuse. Dobbiamo immaginare classi aperte e didattica interattiva e partecipata, con gruppi non troppo numerosi.  Trasformazioni puntuali e investimenti negli anni 2022-2030 sono la strada per un vero cambiamento. Misure contro l’elevata dispersione dei ragazzi sono la priorità.

La lotta alle povertà educative è necessaria per assicurare pari opportunità. Va riformata la scuola secondaria di primo grado rafforzando l’orientamento verso le superiori. Va approvata la riforma degli istituti tecnici e professionali con forte orientamento professionale e il 50% di docenti del mondo del lavoro. Ripensare la scuola vuol dire poi una nuova collaborazione famiglia-scuola e un’effettiva autonomia delle istituzioni scolastiche. Lo strumento di una vera alleanza educativa rimane il Patto di corresponsabilità scuola-famiglia. La vasta Rete degli insegnanti Italia di Umanità Nuova, in collaborazione con Edu, Adi, Aimc, Anp, Cidi, Fism, Mce, Diesse, Federazione degli studenti, Giovani FI, Forum delle Associazioni familiari hanno inviato, tramite il Mppu e Città Nuova, un documento comune al ministro, dopo mesi di dialogo e di consultazione del mondo della scuola. Tre le priorità di intervento suggerite: leadership intermedia tra dirigente e docenti nell’autonomia scolastica; valorizzazione del personale della scuola attraverso una formazione iniziale e continua di alto livello; contrasto alle povertà educative e al fenomeno della dispersione scolastica, con misure di inclusione e presa in carico delle fragilità.

 

BOX 3

Il ministro Bianchi: «Ecco come investiremo i 18,5 miliardi per la scuola

Patrizio Bianchi, ministro dell’Istruzione

«I problemi che affronteremo con il Pnrr riguardano innanzitutto la formazione, lo sviluppo professionale e la valorizzazione dei nostri insegnanti. Dobbiamo lavorare di più per permettere ai nostri insegnanti di essere artefici di quella scuola affettuosa che non solo è in grado di dare ai nostri ragazzi le competenze, gli skills necessari per lavorare, crescere, vivere, essere buoni cittadini. Ma deve dar loro anche la possibilità di avere adulti di riferimento che li possono accompagnare nelle loro scelte.

La formazione richiede un intervento anche sulle modalità di reclutamento, per andare verso un corpo insegnante orgoglioso della propria attività, che sia anche adeguatamente remunerato. Diventano cruciali anche la formazione e il riconoscimento di coloro che svolgono le funzioni dirigenti, ma anche di tutte le figure che devono dare spessore alla gestione della scuola. Sul middle management, su tutte le figure di accompagnamento perché la scuola sia effettivamente una comunità educante, deve essere posta la nostra attenzione.

Vi è anche un tema che riguarda gli ambienti per la didattica. Non si tratta soltanto di mettere in sicurezza le scuole, e questo bisogna farlo!, ma bisogna anche cominciare ad immaginare scuole innovative, non soltanto perché siano a zero consumo di energia e di ambiente, ma anche perché siano in grado di avere degli ambienti tali da superare la costrizione della classe così come le abbiamo conosciute finora. Abbiamo 18,5 miliardi che stiamo investendo per rigenerare completamente la struttura del nostro sistema scolastico italiano. Risorse per recuperare anche quei gap che non possono continuare a vivere in un Paese come l’Italia. Si pensi ad esempio agli asili nidi, che sono una delle misure della distanza che esiste tra diverse parti del Paese. Si pensi alle attività per ridurre la dispersione scolastica, altro elemento che non possiamo permetterci in un Paese civile.

Vi è un disegno organico, che stiamo definendo giorno per giorno anche con le forze politiche, le forze sindacali e con tutte le associazioni che rappresentano la complessità del mondo della scuola. Un mondo che non può essere chiuso, che deve essere sempre più integrato e motore di cambiamento del Paese, che ha bisogno di riconquistare tutta la propria dignità e il proprio orgoglio. ».

 

(testo estratto dal videomessaggio per il convegno Ripensiamo la scuola)

QR code https://www.cittanuova.it/ministro-bianchi-dispersione-scolastica-non-degna-un-paese-civile/?ms=003&se=010 Guarda il messaggio integrale del ministro

 

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