Riflessione sull’arte

Nell'opera di Lichtenstein il riscatto dell'arte dallo strapotere dei linguaggi di massa
Roy Lichtenstein

Roy Lichtenstein è in mostra a Milano, l’artista che, con Andy Warhol, costituisce il polo più riconosciuto della pop art americana. I primi dipinti indugiano ancora sulla scia dell’informale, ma presto esplode la sua nota stilistica più caratteristica. Le immagini nitide e precise sono trattate secondo il noto stile fumettistico: colori piatti, linee di contorno nette e una retinatura così evidente da far vedere i singoli punti che riempiono le campiture di colore a mezza-tinta, appunto, come accade nei fumetti.

L’effetto lenticolare è però accentuato dalle grandi dimensioni delle tele e quella campitura, che non nasconde le parziali unità di colore che la compongono, ci svela il suo meccanismo: è una costruzione, una simulazione. Le immagini sono decontestualizzate e ingigantite tanto da proporsi come un’icona della mitologia americana fatta di amore, guerra, suspense e quant’altro. Estrapolate dalla loro storia originaria e dal filo narrativo, le singole vignette ci appaiono in tutta la loro esagerazione di azione, eleganza, emozione… Una caricatura che ribalta tutto in un evidente abbassamento di pathos. Ogni soggetto viene così sdrammatizzato per portare tutta l’attenzione sulla tecnica, mostrandone sfacciatamente i meccanismi, le finzioni e le esagerazioni.

Eppure, le citazioni di Lichtenstein non si limitano al mondo dei fumetti; fra le sue immagini “di massa” troviamo anche gli alti esempi della storia dell’arte: da Monet a Matisse, da Picasso ai templi dell’antica Grecia, da Mondrian alle stampe giapponesi. Non a caso, ciò avviene nello stesso momento in cui il sistema onnivoro dei mass media ingloba, al fianco di oggetti di consumo e celebrità, anche la grande arte. Sulle riviste patinate compaiono gli artisti e le loro opere ma, come sempre accade per le immagini riprodotte in serie, l’incremento della quantità va a scapito della qualità. I grandi capolavori del museo vengono infatti brutalmente ridotti di scala, stampati in bianco e nero o in riproduzioni eccessivamente colorate.

Lichtenstein sceglie apertamente, e non senza ironia, di denunciare questo sfruttamento visivo e psicologico che diventa presto uno sfruttamento culturale ed estetico. L’impoverimento è palese in questi capolavori che vengono demitizzati; l’accento è posto sempre sulla sintesi di linee, colori e retini puntinati per dire apertamente che tali immagini non sono originali ma sono appunto delle riproduzioni.

La prima di tali citazioni si ispira all’artista più “di massa”, più chiacchierato e celebrato del momento: Picasso. Dal suo repertorio sceglie alcuni soggetti fra cui Donne d’Algeri, un’opera che il celebre padre del cubismo aveva ripreso a sua volta da Delacroix. Ci si trova quindi di fronte alla citazione di una citazione ed è chiaro che gli interventi di Lichtenstein, per quanto leggeri ed aerei, siano anzitutto di tipo riflessivo. 

All’“abbassamento” di un’immagine che senza veli si mostra come una riproduzione, si accompagna un “innalzamento” di tipo culturale. Lo spettatore è immediatamente portato a considerare per confronto l’alto valore di un’originale rispetto alla sua “copia”, alla sua citazione. Questo già non è poco, se pensiamo che oggi gran parte della comunicazione visiva passa attraverso le riviste o il monitor, via cavo o via etere, smarrendo il contatto diretto con l’opera d’arte e l’esperienza unica che se ne ricava.

In secondo luogo si è portati a considerare il fatto che, comunque, i lavori di questo artista sono essi stessi opere d’arte “originali”, tanto più che sono dipinti ad olio in seguito a una lunga preparazione e non sono riprodotti frettolosamente dai mezzi della stampa. È così che l’opera di Lichtenstein, lungi dall’essere una copia o una semplice riproduzione, si mostra piuttosto come una ri-creazione. È così che, dribblando l’inesorabile svilimento causato dai linguaggi di massa, l’arte di un artista riscatta l’arte di tutti.

 

Roy Lichtenstein, Meditations on Art. Triennale di Milano fino al 30/5 (catalogo Skira).

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