Ridendo l’uccise – Saimir

E RIDENDO L’UCCISE Èlui il motore di tutto. Ippolito, cardinale d’Este, geloso del fratellastro Giulio lo fa sfregiare, scatenando così la faida familiare. È la Ferrara del primo Cinquecento in cui allo sfarzo esterno corrisponde l’amoralità dei principi, l’estrema povertà e ignoranza del popolo. Florestano Vancini, intrecciando le vicende di casa d’Este con quelle del buffone Moschino – vittima di uno scherzo atroce del duca Alfonso – getta uno sguardo realistico su una civiltà esteticamente splendida ma di cui troppo spesso si dimentica la violenza e l’orrore. Il film del regista ferrarese appare come un polittico ben compaginato, grazie ad una sceneggiatura agile e ad una fotografia molto giocata sul variare delle luci, con effetti di intenso pittoricismo. D’altronde, scene e costumi richiamano di continuo i capolavori d’arte dell’epoca. Così, se gli esterni con il popolo ricordano gli affreschi di Palazzo Schifanoia, il cardinale Ippolito sembra uscito da un ritratto di Raffaello nella postura e nei movimenti, il duca Alfonso è ritratto con Tiziano, mentre l’Ariosto accenna al suo Orlando conversando per strada col buffone Moschino. Civiltà letteraria e figurativa si intrecciano con la descrizione delle miserie popolari, mescolando italiano a vernacolo nel linguaggio, rendendo così credibile l’atmosfera dell’epoca. Il regista ha la mano leggera, descrive senza compiacimento, accenna talora, col risultato di affrescare situazioni e personaggi con la rapidità incisiva dei maestri, senza un didatticismo inopportuno. Lo aiuta un cast di notevole livello: Vincenzo Bocciarelli dà spessore psicologico al perfido Ippolito con variegata intensità, Manlio Dovì è un Moschino funambolico di pregio, Sabrina Colle una Martina vivamente espressiva, Ruben Rigillo un Alfonso di rilievo. Opera quindi di valore, quest’ultimo lavoro di uno dei maestri del cinema nostrano, che intreccia narrazione spedita a riflessione non superficiale sullo scorrere della storia e sui sentimenti degli uomini che la fanno, gettando uno sguardo diverso – anche se non esauriente – sul Rinascimento. Regia di Florestano Vancini; con Vincenzo Bocciarelli, Sabrina Colle, Manlio Dovì. SAIMIR Presentato a Venezia nel 2004 e nel recente Infinity Festival di Alba, opera prima del giovane regista romano Francesco Munzi, è la storia di un quindicenne albanese che vive col padre, nei borghi della spiaggia laziale, una adolescenza dura nell’integrazione con gli italiani, con le tentazioni della malavita, la comunicazione difficile col padre, la solitudine. Finché, scoperto il padre coinvolto nello sfruttamento della prostituzione, il ragazzo si ribella e dà una svolta alla sua vita verso una maggiore dignità. Il lavoro di Munzi è di valore, narra la vicenda si direbbe con tenerezza, senza nulla nascondere di un realismo quotidiano troppo spesso dimenticato nella sua crudezza, sbozzando personaggi e situazioni con una rara capacità di sintesi, e soprattutto puntando lo sguardo sul protagonista Mishel Manoku, realmente preso dalla strada il cui volto è capace di mobilità sentimentali di profonda intensità. Ma il film non è solo descrizione di un ambiente, per quanto efficace: si pone la domanda sul perché della criminalità, sulle sue cause, sul desiderio di indipendenza e di libertà dei giovani. Grazie ad una sceneggiatura svelta, all’incisività dei dialoghi, la narrazione – espressa da una fotografia triste – scorre con un ritmo serrato, che fa osservare e riflettere. Regia di Francesco Munzi; con Mishel Manoku, Xhevdet Feri, Lavinia Guglielman.

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