Ricostruire l’anima dei luoghi

Le decisioni per la ricostruzione dell'Aquila saranno determinanti per la sopravvivenza della città.
Ricostruire l'anima dei luoghi

Il terremoto d’Abruzzo ha colpito in modo incancellabile l’anima dei suoi abitanti e ha deturpato un tessuto urbano di grande valore artistico, architettonico e storico. Nel silenzio assordante di quelle ore si sono levate, tra le moltissime, le voci delle ragazze di San Gregorio a ricordare a tutto il Paese quale intensità abbia l’amore per la propria terra, quanto «il perimetro di un luogo, le proporzioni di una piazza, la facciata di una chiesa, la prospettiva di una montagna vista dalla cornice di una finestra siano necessarie all’anima e possano avere un ruolo così primario, come il cibo, come un tetto sulla testa, nel definire la geografia interiore delle persone», per dirla con la regista Francesca Comencini.

 

Il destino di una comunità

 

Per questo le decisioni in merito alla ricostruzione saranno determinanti per la sopravvivenza stessa della città. È in gioco il destino di una intera comunità, del suo territorio, della sua economia. Sorta nel medioevo dall’unione di piccole comunità, l’Aquila è composta da quartieri che ricordano ancora il profondo e delicato equilibrio con il territorio: le 99 chiese, le 99 fontane, i 99 castelli. Un policentrismo sedimentato nel solco dei secoli che sarebbe opportuno consolidare.

Pur nella varietà delle posizioni espresse in questi giorni da architetti e urbanisti, emergono alcune indicazioni di lavoro su cui riflettere e intorno a cui fare convergere l’azione politica.

In primo luogo, la trasformazione deve essere portata avanti in maniera collettiva dai cittadini, che sorvegliando e partecipando alla ricostruzione delle proprie case, secondo le loro esigenze e con l’assistenza di tecnici preparati, potranno far rivivere i luoghi della loro memoria. È perciò indispensabile imparare ad ascoltare le voci degli abitanti prima di ogni decisione nel merito, perché «progettare in una città ferita – afferma Stefano Boeri, architetto – vuol dire coinvolgere gli abitanti. Ascoltare le aspettative, le paure e poi, senza mai illuderli, informarli sui costi e le scelte di progetto».

 

In secondo luogo, la proposta di costruire una città completamente nuova, pur sostenibile sul piano economico e delle garanzie di sicurezza, ha trovato poca rispondenza tra i tecnici: ogni criterio economico o tecnologico deve potersi coniugare con la domanda di identità e continuità che si leva da quelle terre.

Per la parte antica dell’Aquila e degli altri piccoli nuclei urbani bisognerà adottare «mano delicata, piani particolareggiati, e niente premi di cubatura – sostiene l’urbanista Bernardo Secchi –. Va infatti salvaguardata la geometria di un centro antico». Si tratta infatti di lavorare sulle strutture antiche con interventi conservativi e antisismici. L’intervento sui quartieri periferici e di bassa qualità e l’edificazione di nuove abitazioni dovrà, invece, prevedere un ripensamento radicale dei metodi di costruzione e delle soluzioni abitative, con progetti a basso impatto ambientale e forte capacità antisismica.

 

Una coscienza antisismica di massa

 

In terzo luogo, va promossa una cultura antisismica di massa. È vero che non si può chiedere a tutti i cittadini di sapere leggere una mappa antisismica ma è necessario suscitare una maggiore coscienza del rischio. La Carta di pericolosità sismica redatta dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia definisce il territorio dell’Aquila «altamente pericoloso», ma le istituzioni locali hanno da decenni declassato il livello di pericolosità per poter «utilizzare norme tecniche applicate in città nelle quali il terremoto non rappresenta un grave pericolo», come fa presente il geologo Emanuele Tondi, e poter costruire con minor grado di vincolo. È allora fondamentale informarsi e non delegare.

 

In questi giorni il governo sta prendendo decisioni cruciali in merito all’entità, i tempi e le modalità dell’erogazione dei finanziamenti. Sarà importante, perciò, capire a chi sarà affidata la responsabilità della gestione dei fondi, se e con quale grado di imparzialità saranno predisposti organi di controllo e verifica della spesa e della qualità dei lavori, se verranno adottate forme di rendiconto economico vincolanti e trasparenti, se gli edifici pubblici e le infrastrutture collettive – dall’ospedale alla Casa dello studente, dai ponti alle strade – saranno ricostruiti con criteri di particolare trasparenza. Solo così avremo dimostrazione che alle promesse generose delle prime ore farà seguito la capacità non solo di “fare”, ma di “fare bene”.

(collaborazione di Mario Tancredi)

 

 

Dal Belice all’Umbria tra prove ed errori

 

Negli ultimi quarant’anni sono state adottate soluzioni diverse di fronte all’emergenza. A Gibellina(1968), cittadina del Belice, si è optato per ricostruire ex novo la città. I ruderi della città vecchia sono stati trasformati in una scultura a cielo aperto. In Friuli(1976)si è affidata la ricostruzione ai sindaci «ricostruendo come era e dov’era», con esiti non sempre positivi sulla comunità. In Irpinia e Basilicata (1980) all’emergenza gestita con tendopoli e roulotte, ha fatto seguito la fase dei container e dei prefabbricati. La ricostruzione vera e propria è stata tardiva e lenta. Infine, in Umbria(1997)si è optato per interventi di messa in sicurezza del territorio e per una ricostruzione puntuale dei centri colpiti.

 

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