Ricordo di Giuseppe De Carli

Si è spento improvvisamente il 13 luglio il noto vaticanista del Tg1. Aveva 58 anni.
Giuseppe De Carli
Frequento da dieci anni lo stesso edificio della Rai, in due piani diversi, di Borgo Sant’Angelo, una parallela di via della Conciliazione a Roma, accanto al Vaticano, dove lavorava anche Giuseppe De Carli. Il 13 luglio alle 11 appena arrivato per la consueta riunione di redazione del martedì del programma A sua immagine, subito una notizia: Giuseppe non c’è più. È improvvisamente scomparso. Aveva 58 anni, compiuti il 12 giugno scorso, originario di Lodi, era un noto volto televisivo di Raiuno: vaticanista del Tg1, al seguito dei viaggi di Giovanni Paolo II, assumendo poi, dopo il Grande Giubileo del 2000, la direzione di Rai Vaticano, la struttura che accolse l’eredità di Rai Giubileo.

 

In dieci anni l’ho incontrato poche volte. In occasione della sua più grande iniziativa televisiva, la Bibbia letta integralmente giorno e notte in tv, mi chiese dei contatti telefonici che gli fornii. Scambiammo due parole e seppe che lavoro anche a Città Nuova. «Sono un focolarino nell’anima – mi disse –, ma non vi appartengo perché non sono capace di esserlo».

Nessuno sapeva del suo male incurabile. Lo scorso 9 giugno era stato ricoverato al Gemelli per un polipo cancerogeno alla gola: due interventi, la radioterapia, fino all’epilogo improvviso di stamane.

Tutto ciò che ottiene, nella sua professione, è conquistato con tenacia per un’autentica passione per la Chiesa. Il suo non era solo un mestiere, ma era raccontare il vero, il bello e il buono che la Chiesa compie ogni giorno. Lo sapeva cogliere e descrivere con un linguaggio veloce, asciutto, essenziale e chiaro. E sapeva farlo bene.

 

Conosce Chiara Lubich in occasione della stesura del libro Quando la Chiesa è donna; di lei, di cui era grande ammiratore, scrive: «Una delle realtà più profetiche della Chiesa cattolica contemporanea. Un’illuminazione delle donne che cercano un ideale per sempre. La si può accostare a un Benedetto, a un Francesco e – perché no? – a un Ignazio». Ora lo saprà.

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