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In profondità > Chiesa cattolica

Ricordi su Giovanni Paolo II

di Aurelio Molè

- Fonte: Città Nuova

Alcuni brevi e significativi episodi raccontati dal cardinale Angelo Comastri

Giovanni Paolo II

Fervono i preparativi per la beatificazione, il prossimo primo maggio a Roma, di Giovanni Paolo II. Solo dalla Polonia sono attesi due milioni di pellegrini. Abbiamo incontrato il cardinale Angelo Comastri, Arciprete della basilica di San Pietro e presidente della Fabbrica di San Pietro, per ricordare alcuni aspetti della ricca umanità e profonda spiritualità di papa Wojtyla.

 

Sia in pubblico che in privato al papa piaceva far ridere…

«Sono note le battute umoristiche di Giovanni Paolo II che lo rendevano molto umano e molto vicino alla gente: ne ricordo alcune. In un udienza nell’aula Paolo VI, il papa già usava il bastone che molto spesso brandiva per imitare un saluto. Era un’udienza di giovani e molti cominciavano a gridare: «Viva il papa, viva il papa». Appena prese il microfono disse: «Il papa vive, vive anche se con il bastone». Prese il bastone e lo alzò. Scherzò, insomma, su questa sua limitazione di dover portare il bastone. Un altro episodio molto singolare che fa vedere come fosse capace di cogliere il lato umoristico anche negli aspetti più tragici. Dopo l’attentato del 13 maggio del 1981 il papa non poteva non essere ferito non solo nel corpo, ma anche nella sua psicologia. L’anno dopo quando arrivò in Argentina, nel giugno del 1982, si inginocchiò, com’era suo solito, per baciare la terra del paese che lo ospitava. Mentre baciava a terra si sentirono degli scoppi e il papa ebbe un sussulto. Quando capì che erano dei cannoni a salve, dei colpi di accoglienza, si rivolse a padre Tucci (si tratta del card. Roberto Tucci, già direttore generale della Radio Vaticana, ndr) e gli disse: “Questa volta non sparano a me”. Scherzava anche su un fatto del genere e questo episodio la dice lunga sull’umanità bella del papa».

 

Il suo segreto era la preghiera?

«Tutti ricordiamo il grido con cui Giovanni Paolo II cominciò il suo pontificato: “Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo”. E non solo lo ha detto, ma è andato di persona ad aprire molte porte in tutto il mondo. Spesse volte mi son chiesto dove il papa trovava la forza, anche fisica, per fare tanti viaggi, perché puoi avere anche il desiderio di viaggiare, ma poi ci sono dei limiti fisici. Sono convinto che Giovanni Paolo II trovasse la forza nella preghiera. Mi hanno raccontato, coloro che accompagnavano il papa nei viaggi, che spesse volte quando al mattino nelle varie nunziature dove era ospitato andavano a cercarlo, non lo trovavano mai nella sua stanza o nel suo studio, ma in Cappella già al mattino prestissimo dopo giornate faticosissime in cui si era fatto molto tardi. Sembrava quasi che fosse aggrappato a Dio. Arturo Mari, il fotografo che lo ha accompagnato in tanti viaggi, mi ha raccontato che una mattina si recò in Cappella pensando di essere solo. Quando entrò, notò che il papa era già lì. Il papa che pensava di essere solo parlava ad alta voce e Arturo Mari ebbe dei brividi, e lentamente tornò indietro. “In quel momento – mi disse Arturo Mari – stava parlando con Dio. Io mi sentii indegno di quel momento e capii il segreto della vita di Giovanni Paolo II: la preghiera”».

 

Quando lo ha visto l’ultima volta?

«L’ultima volta che ho incontrato Giovanni Paolo II è stato il 31 marzo 2005, tre giorni prima della sua morte. Il papa era adagiato nel letto, sofferente. Mi accostai, su invito del segretario mons. Dziwisz, per chiedere la sua benedizione, ma non avevo il coraggio di toccare il papa, fu il segretario che lo scosse e gli disse: “Padre Santo c’è qui Loreto”, (perché l’allora arcivescovo Comastri si era da poco trasferito dal Santuario di Loreto a Roma come presidente della Fabbrica di San Pietro ndr), il papa aprì gli occhi, mi guardò e disse: “No, San Pietro”. Si era ricordato che mi aveva trasferito a Roma e mi vennero i brividi perché pensavo non mi riconoscesse. Allora, a quel punto, presi coraggio, e gli dissi: “Padre Santo sono appena agli inizi mi dia una benedizione”. Aveva gli occhi sereni, di quell’azzurro nei quali sembrava ci fosse il bagliore del cielo, il paradiso. Tentò di alzare la mano destra, ma la mano ricadde. Allora gli dissi che bastava così perché la benedizione era già partita dal cuore. Questo è il mio più caro ricordo».

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