Riconciliandosi

Prove di amicizia e di solidarietà in tempi e luoghi di conflitto. Che non sono poi così estranei e lontani, perché nessuno si sente più al sicuro per strada o dentro le mura domestiche. Sembrerebbe un’utopia, una battaglia persa in partenza, se a parlarne senza retorica e senza falsi pudori non fossero persone provenienti proprio da quei luoghi, che hanno vissuto e vivono sulla loro pelle questi conflitti, con i piedi ben piantati per terra e con la testa sulle spalle. Sono amici dei Focolari, che non si riconoscono in un particolare credo religioso, ma che ne condividono scopi e valori. Sentono una grande consonanza con le grandi idealità – come l’unità della famiglia umana e l’uguaglianza, la condivisione dei beni, la solidarietà nel pieno rispetto della dignità di chi si trova nel bisogno – ed hanno deciso di fare insieme un tratto di strada, di collaborare anzi attivamente al cantiere della fratellanza tra i popoli aperto in tanti paesi. Sono intervenuti numerosi al loro convegno di Castelgandolfo, per la cronaca il settimo in dodici anni di vita. E questo dice molto sulla vivacità di questo dialogo, in cui nulla è scontato. Provengono da diverse città e nazioni europee ed extraeuropee, dove si incontrano periodicamente in gruppi più o meno consistenti. Agnese Fermo insegna matematica a Milano, e ricorda i primi incontri del dialogo nella sua città. Eravamo – dice – piuttosto riservati. Cercavamo ciò che potesse unirci chiedendo, quasi a noi stessi, come fosse possibile mantenere ciascuno la propria identità, con l’apertura ed il rispetto verso quella dell’altro. Condividevamo i valori universali, quali il bisogno di giustizia e di pace. Accadeva, però, che solo il linguaggio usato per esprimerli sottolineasse più le differenze che le caratteristiche di ciascuno di noi, tanto che tensioni e malintesi misero a dura prova la nostra capacità di comunicare. Durante un loro convegno ebbero modo di fare la conoscenza di Lourdes Camacho, impegnata in un’azione sociale con i bambini di strada di Quito. Ella fece partecipi gli amici milanesi delle condizioni di povertà estrema in cui numerosi bambini vivono in quel paese: La solidarietà ci travolge, dandoci la possibilità di andare oltre le nostre difficoltà. Il contatto ebbe un seguito, tanto che uno del gruppo fece un viaggio in Ecuador, per vedere sul posto il da farsi. La situazione che trovò era grave – prosegue la dottoressa Fermo -, ma con le persone del posto impegnate nel movimento fu possibile mettere a punto dei semplici progetti per creare occupazione alle famiglie in difficoltà. Al suo ritorno, l’intero gruppo si mobilita, e coinvolge amici, parenti e conoscenti in una cascata di iniziative che si estende ad altre città lombarde, e anche oltre. Nel giro di un anno, nasce in Ecuador un’azienda piccola, ma fiorente, per il riciclaggio della carta, e un allevamento di polli, anch’esso in rapido sviluppo. Il vangelo convinse il gruppo che non basta sfamare i poveri. Occorre anche coltivare la nostra interiorità per evolvere appieno verso l’unità. Il gruppo di Treviso, invece, è impegnato già da alcuni anni in un’azione di aiuti ai paesi del sud-est europeo, che coinvolge persone di altre città venete, come Venezia e Belluno. Quest’azione – racconta Armando Romano – ha prodotto anche da noi vari effetti positivi, prima di tutto nell’allacciare nuovi rapporti, nell’aiutarci ad aprirci. Ci eravamo rivolti ad alcuni funzionari della nostra regione per presentare un progetto destinato alla Croazia, e siamo venuti a conoscenza che in quel momento loro puntavano ad intervenire nelle situazioni dove la guerra era in atto. Ci siamo ricordati che in un meeting di due anni fa avevamo conosciuto una persona che conosceva bene il Medio Oriente. Ci aveva parlato dell’aggravarsi della situazione in Palestina e ci aveva invitati a vedere se si poteva fare qualcosa. Abbiamo preso contatti con persone del movimento sul posto, che ci hanno fatto conoscere meglio le necessità più impellenti. Insieme abbiamo preparato un piccolo progetto, molto semplice, per sostenere le situazioni più critiche di alcune famiglie a Betlemme. Il progetto è stato approvato e finanziato dalla Regione Veneto. Zdravko Dujmoviç, croato, racconta da parte sua dell’esperienza di dialogo che si sta attuando nei territori della ex Jugoslavia, dopo la guerra. Già all’ombra della guerra e delle divisioni, ci chiedevamo – dice – se mai sarebbe stato possibile riprendere nei Balcani i rapporti così tragicamente interrotti. Non abbiamo atteso una risposta a questa domanda, forse un giorno ce l’avrebbe data la storia. L’abbiamo cercata da soli. Abbiamo invitato numerosi sindaci di Slovenia, Croazia, Serbia, Montenegro, Bosnia e Macedonia a partecipare nel novembre 2001 al Congresso dei sindaci d’Europa 1000 città per l’Europa. Dopo dieci anni di scontri e silenzi, erano comprensibili l’imbarazzo e la prudenza, che hanno ceduto ben presto il posto al dialogo. Il giorno prima eravamo ancora stranieri e nemici, e quello dopo già parlavamo della fraternità tra la gente. La confidenza tra noi è cresciuta durante il viaggio. Nel nostro pulmino si trovano un albanese, due croati, due serbi, un ungherese ed uno sloveno. Il dialogo va ancora avanti, e costruiamo amicizie nuove. Ultimamente, ci siamo incontrati in dieci, sindaci di varie città e qualche membro del parlamento serbo ed altri politici. Noi venivamo dalla Croazia con le mani ed il cuore aperto. Il dialogo è durato più di tre ore. Abbiamo cercato le risposte a tante domande. Ed ognuno ha voluto esprimere il proprio pensiero. Alla fine Zoran, sindaco di Becej, una città multietnica in Serbia, ha così espresso il suo pensiero: Io, probabilmente, non diverrò membro del vostro movimento, ma ne accetto in pieno i valori, le idee e gli scopi. Le occasioni non mancano per crescere in questo dialogo. Venti giorni fa – prosegue Zdravko – abbiamo viaggiato verso Stoccarda, per partecipare al convegno Insieme per l’Europa, contenti di fare un passo simbolico verso il futuro dell’Europa. Questa volta abbiamo riempito un intero pullman. Abbandonando quella città tedesca, abbandoniamo simbolicamente anche l’Europa costruita in quei giorni. Il nostro pullman ci riporta nei Balcani, ma non nel passato. E alla fine del viaggio decidiamo di venire a Castelgandolfo per dare testimonianza di un dialogo tra noi che ancora tempo fa sarebbe stato impossibile. Fraternità algerina Ferroudja Derradji è nata in Kabilia, dove, si sa, la religione musulmana è praticata dalla maggioranza della popolazione. Durante la guerra d’Algeria, con la mia famiglia abbiamo dovuto rifugiarci ad Algeri, dove le condizioni di lavoro, di studio e di vita erano migliori. La città, in quell’epoca, era popolata anche da cristiani ed ebrei, che coabitavano più o meno bene con la popolazione autoctona musulmana. Nonostante il contesto della guerra, questo periodo resta la mia prima esperienza di fraternità nella diversità di origini, lingue e religioni. La partenza di gran parte di queste comunità dopo l’indipendenza del 1962 ha lasciato in me un vuoto riempito solo in parte dalla presenza dei pochi cattolici rimasti. L’incontro coi Focolari ha costituito una svolta nella mia ricerca di ideali. Gli avvenimenti dolorosi che il mio paese ha conosciuto mi hanno dato l’occasione di vivere la fraternità con i miei amici cristiani. Purtroppo in queste circostanze le frustrazioni e l’aggressività si riversano maggiormente sulle minoranze. Pertanto la comunità cristiana è stata presa di mira a partire dal 1994, così come anche gli algerini musulmani che non rispondevano ad una norma precisa. Ed è sempre in questo contesto che delle mani si sono tese nell’azione di adozione a distanza. Tra i bambini adottati da famiglie cristiane italiane c’era un gruppo di fratellini di una famiglia che credeva di trovare nell’islamismo politico una soluzione alla propria miseria. L’imprigionamento del padre, capo famiglia di sette persone, ha gettato tutti nella desolazione più totale. Quando ho proposto alla madre l’aiuto dell’adozione a distanza delle famiglie europee, la sua unica domanda è stata, riguardo ai figli: me li prenderanno? E quando l’ho rassicurata che non sarebbe mai successo, è scoppiata a piangere. Una lettera di ringraziamento scritta dal papà qualche mese prima della sua morte, avvenuta poi per malattia, mi ha convinta non solo della sua riconoscenza per questo sostegno, che gli permetteva di sovvenire con dignità ai bisogni della sua famiglia, ma anche della sua riconciliazione con tutta l’umanità. Qualche volta io stessa sembro non appartenere né all’una né all’altra parte. Ma la tensione ad amare tutti è un aiuto per incontrarci, per ritrovarci.

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