Ricominciamo dai ragazzi?

Kiev si prepara ai campionati di calcio europei dell’anno prossimo. La grande città si dota di nuove infrastrutture e si rifà il look.
Le cupole di santa Sofia a Kiev
Kiev si prepara ai campionati di calcio europei dell’anno prossimo. La grande città si dota di nuove infrastrutture e si rifà il look. Ha mille anni e l’aria della metropoli moderna, allegra, giovane. Le cupole d’oro delle chiese ortodosse, dopo i recenti restauri, scintillano d’uno splendore mai conosciuto.

 

«Ricorda che Kiev non è tutta l’Ucraina – mi sussurra all’orecchio chi mi accompagna –. Nella capitale ci sono sempre opportunità di lavoro. Altrove troverai povertà e miseria. Lo stipendio medio è di 100 euro al mese; come non emigrare?».

Dopo qualche giorno inizio a rendermi conto di quanto la situazione sia cambiata rispetto a quando venni la prima volta, undici anni fa. L’entusiasmo dell’indipendenza e la voglia di cambiamento si sono perduti per strada davanti alla corruzione politica e alle ingiustizie sociali. È calato un velo di scoraggiamento e di rassegnazione, l’alcolismo è tornato, cresce la violenza. La “rivoluzione arancione” che nel 2004 si era ribellata contro un potere corrotto e impopolare, è naufragata davanti alle continue risse politiche e a una corruzione ancora più sfacciata, facendo tornare in auge il partito azzurro, filosovietico. Regna un’assoluta sfiducia nella politica.

 

«Cosa fare davanti all’apatia e alla mancanza di speranza?», chiedo a un giornalista, che lavora nei media. Come risposta mi nostra una rivista per ragazzi che egli edita da dieci anni, sia in ucraino che in russo, che di recente ha ricevuto un riconoscimento dal ministero dell’Educazione. È una rivista ispirata al Vangelo, dichiaratamente cattolica, in un Paese dove i cattolici sono il sette per cento della popolazione. Padre Pawel, ricevendo il premio, ha pianto di gioia pensando al saluto che ogni giorno veniva dato a scuola quando era ragazzo: il maestro o la maestra, entrando, diceva: «Dio non c’è», e i ragazzi rispondevano: «E mai ci sarà».

 

«Che non ci sia – mi commenta Pawel – l’accettavo come loro convinzione, ma che non ci sarà mai mi sembrava una pretesa inaccettabile. Perché privare un ragazzo delle sorprese del futuro? Oggi ricomincio dai ragazzi».

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