Ricomincerei subito

Reggio Emilia, 12 settembre. Il giorno dopo la prima mondiale del nuovo spettacolo Ground Zero-Nuovo Giardino, Liliana è ancora incredibilmente fresca e vivace. Si snodano episodi, ricordi, gioie e dolori della sua “avventura”, mentre mi porta in giro per uffici, sale, magazzini dell'”Associazione balletto classico”, duemila metri quadri nella zona industriale della città emiliana. Una vita nel balletto classico, la tua. Dal lontano 1950, ne sono passati degli anni… Avevo appunto nove anni, quando sono entrata alla Scala. Naturalmente, mi è cambiata la vita, anche se ero una bambina molto semplice, a cui piaceva solo ballare, senza rendermi conto se fossi brava o meno. Una volta – mi ricordo – mi hanno regalato il disco del Lago dei cigni: appena l’ho messo, mi sono emozionata subito, la musica mi ha preso. Questo mi è successo anche dopo: prima di salire sul palco, ero trepidante, ma poi lassù diventavo tutt’uno con la musica, senza nemmeno rendermi conto dove fossi. In quei momenti infatti la musica sei tu, ti muovi, ed il corpo esprime tutto questo”. Nel 1958, il diploma come miglior allieva, i primi spettacoli – e le prime difficoltà nell’ambiente – e poi gli scambi culturali fra la Scala e il Bolscioi di Mosca. È un teatro a cui devo moltissimo, umanamente e artisticamente, per la serietà, la professionalità, il calore umano dei miei maestri e colleghi. Alla Scala, invece, pareva non esservi troppo posto per me, forse perché mi ero rifiutata di scendere a certi compromessi. Ricordo un fatto curioso: Ghiringhelli, allora sovrintendente scaligero, saputo del mio debutto come prima ballerina del Bolscioi, una settimana dopo, mi promosse solista alla Scala…”. Dove hai avuto una carriera straordinaria, con partner eccezionali, come Nureyev. Con lui il rapporto professionale è stato sincero, di amicizia: mi ha voluto bene, mi ha aiutato. Quando si doveva interpretare La Bella addormentata in televisione, mi ha chiesto di portare invece l’acconciatura dello Schiaccianoci, perché “ti sta meglio”. Segno che non c’era rivalità fra noi. Dieci anni fa, quando è morto, sono stata l’unica sua partner ad andare al funerale a Parigi. È sempre stato corretto con me, anche sul palco; ed io con lui, come quando, già anziano, sono andata a salutarlo dopo un Don Chisciotte. Non gli dissi nulla, ma lui, guardandomi, capì che la recita non era andata bene: con me non riusciva a mentire”. Nel bel mezzo di una carriera in ascesa, negli anni Settanta hai cambiato rotta. Avevo un ideale molto alto dell’arte e della danza e cercavo di portarlo nel mio ambiente, che però pareva inscalfibile. In quel periodo ho avuto come partner il rumeno Stefanescu: gli è capitato di leggere, casualmente, dei libri di Chiara Lubich, e se ne è immediatamente interessato. È nata da quel momento una affinità spirituale e artistica, per cui lentamente è sorta l’idea di una diffusione del balletto classico al grande pubblico, con la creazione di nuovi spettacoli, soprattutto per i giovani. Anche per Stefanescu, come per me, l’arte aveva qualcosa di sacro, di elevato, da donare a tutti. Già nel ’76 formammo un gruppo e debuttammo a Martina Franca, al primo Festival della Valle d’Itria. Poi, si decise di formare una Compagnia tutta nostra”. Per cui dovesti licenziarti dalla Scala, nel dicembre 1976 e iniziare un percorso completamente nuovo. Come ti senti oggi, a venticinque anni dalla nascita della Compagnia e della scuola di danza? Più che felice. Abbiamo retto, superando ogni tipo di crisi. Oggi abbiamo 45 allievi, dai dieci ai vent’anni, che frequentano i corsi professionali, ogni pomeriggio della settimana, per nove anni, e vivono o presso famiglie o in un piccolo college qui al centrocittà. Quest’anno, nel corso estivo, sono passati ben 165 allievi, dall’Italia e dall’estero: segno di una ripresa di interesse da parte dei giovani. E devo dire che parecchi di loro hanno vissuto con noi, questa estate, un’esperienza non solo professionale, ma di vita, molto ricca e felice, come abbiamo saputo dai loro familiari. Fra il resto, abbiamo avuto la sorpresa del ritorno di ex allieve per completare gli studi interrotti… “C’è inoltre la Compagnia stabile, con 14 ballerini: alcuni sono sposati fra loro, altri, più giovani, vivono presso famiglie, come un giovane albanese, che ci è stato mandato dall’Unesco e che, passato un anno, abbiamo voluto far rimanere, perché è molto promettente. Se penso ai momenti in cui, per superare un periodo di difficoltà finanziaria, ballavamo solo in quattro – io, Stefanescu e altri due, ed è durato un anno intero – mi sembra che di strada ne abbiamo fatta, no?”. Lo scopo della vostra esistenza è dunque portare al pubblico un messaggio di bellezza. Ma di quale bellezza si tratta? Noi vorremmo mantenere un angolo puro per le nuove generazioni, che sappiano che l’arte può essere messaggera di qualcosa di alto, libera da altri interessi. Nel balletto si evidenzia il corpo umano, che è il capolavoro di Dio: noi crediamo che la danza dovrebbe esprimere l’unità fra anima e corpo, la dignità dell’uomo, l’armonia di gesti, movimenti, musica e colori, in modo da aiutare tutti a guardare più in alto, ad elevarsi. Per questo non diamo spazio al divismo, ma ad una sana ambizione sì: siamo una scuola esigente, perché la danza è scuola di vita, prima di tutto. Noi non curiamo la “biodanza”, cioè un corpo da esposizione, ma una bellezza conquistata, purificata. Ogni parte del corpo infatti ha una sua linea, una sua parola da dire, ma questo nasce dalla disciplina interiore, dal sacrificio. Ricordo di aver ballato con Nureyev per due anni con dolori al nervo sciatico (dolori forti alle prove, e poi, inspiegabilmente, più nulla sul palco), e mi accorgo che anche i nostri ballerini fanno esperienze simili. “La danza è una conquista durissima, esige dominio su sé stessi: si muore e si risorge ogni giorno. Io penso comunque che la vita valga più della danza, anche se poi ci si deve esprimere attraverso di essa. Ma da noi non c’è soltanto serietà di studi: si condivide tutto, come in famiglia”. 800 spettacoli in 385 città italiane e 50 all’estero, oltre 20 titoli nuovi in programma, 130 mila giovani incontrati alle scuole o in teatro. E poi riconoscimenti internazionali, oltre 7000 servizi stampa. Insomma, emozioni, gioie, fatiche. Ricominceresti ancora? Subito! Anche se spererei di fare non tutto uguale, ma anche qualcosa di meglio (ride, ndr). Perché, diciamo la verità, è proprio una bella storia, questa! Spero di aver dato un po’ di luce ai giovani: dopo gli spettacoli, ricordo che qualcuno ha scoperto la “purezza” o “il p e rdono”. Anche con gli ex allievi, parecchi dei quali hanno aperto scuole o palestre seguendo il nostro “metodo”, il rapporto rimane: pure con chi magari è uscito deluso, perché gli abbiamo detto che non era fatto per la danza… Credo che la nostra esperienza rappresenti un segnale, che è possibile far arte in un modo diverso, liberi dalle mode o dal cliché”. Liliana, hai ancora un sogno nel cassetto? Intanto, vorremmo esportare il nostro nuovo spettacolo in molte altre città. Un sogno sarebbe quello di portare la compagnia in Russia. Per contraccambiare tutto quello che ho ricevuto”. Grounf Zero-nuovo giardino Idea, coreografia, luci, scene, costumi, dipinti: Marinel Stefanescu. Musiche di S.Barber, A.Enescu, P.I. ? Caikovskji. Piacenza,Teatro Municipale, 11-13 settembre. Nell’ultima scena, quando sullo schermo passano volando creature rinnovate, il messaggio è di speranza, di resurrezione. Si riallaccia al primo dei sei quadri di cui è composto il nuovo spettacolo di Stefanescu, in cui l’Icona della memoria è resa dai corpi modellati dalla luce e dall’ombra, di una Pietà senza tempo: intensamente poetica nelle figure plastiche della Madre (Larissa Serova) e del Figlio (Rezart Stafa). L’Undici Settembre nasce e risorge perciò a nuova vita attraverso un dolore purificato. Stefanescu ci conduce a questa conclusione, passando fra i luoghi della disarmonia, inutile perché brutale, selvaggia, disumana come esprimono i voli acrobatici e laceranti dei danzatori mentre le tele “insanguinate e gridate’ di Stefanescu proiettano brividi di sofferenza sullo schermo. C’è bisogno di riflettere: nel terzo e quarto quadro (I colori dell’armonia-Riflessione) le musiche di ? Caikovskji e di Enescu assecondano la Fanciulla (Paola Masi)che lievita in passi eterei sotto la guida dell’Angelo (Alexander Serov), per portare tutti alla necessità dell’armonia, al bisogno del trascendimento. Spettacolo multimediale di notevole impatto visivo ed emotivo, il nuovo lavoro conquista, oltre che per l’accresciuta professionalità della Compagnia, per il filo di commozione sincera che pervade mosse, gesti, espressioni “d’anima” dei danzatori, cui la musica – abilmente mescolando classico e contemporaneo – offre spunti interpretativi di notevole suggestione. Il simbolo, cioè, come sempre nei lavori di Stefanescu, parla con immediatezza e disegna un ideale di positività, senza nulla dimenticare del travaglio della vita.Teatro pieno, pubblico entusiasta, un successo da esportare.

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