Riciclo dei vestiti e ambiente

Consumiamo sempre più vestiti, ma li indossiamo meno. Diversi studi in Spagna fanno il punto sul riciclaggio dei capi di vestiario, che secondo una normativa europea doveva raggiungere il 50% entro il 2020. Un contributo alla sostenibilità ambientale globale.

Il tema sempre più sentito di sostenibilità, ecologia, verde, economia circolare, riciclaggio… insomma, la cura del pianeta, trova inevitabilmente fautori ma anche detrattori. È un segno evidente di quanta strada ci sia ancora da percorrere per prendere piena coscienza di quanto poco curiamo la “casa comune”, il pianeta sul quale viviamo. L’argomento è ampio quanto il pianeta stesso, ma è importante fissare lo sguardo anche su un particolare: i vestiti, o meglio, l’industria tessile.

Secondo il parere di Enric Carrera, direttore dell’Istituto di ricerca tessile (Intexter) di Terrassa (Catalogna, Spagna), questo settore si trova davanti a «importanti cambiamenti normativi, sfide nella ricerca e grandi opportunità di business per affrontare la gestione dei propri rifiuti con la logica della sostenibilità».

Va detto, per chiare le cose, che sebbene oggi nel mondo si producano intorno ai 100 miliardi di capi di vestiario l’anno, l’industria dell’abbigliamento rappresenta solo il 60% dell’attività del settore tessile. Ci sono poi i tessuti per la casa (lenzuola, asciugamani, coperte, tende…), che rappresentano il 25%, e il restante 15% è costituito dalla produzione di tessuti tecnici (airbag, corde, vele per imbarcazioni, reti da pesca, filtri, tessuti geotessili…); anche se in Europa questo settore rappresenta il 40% della produzione tessile del Continente. Dunque, se di riutilizzare e riciclare si tratta, bisogna tenere conto anche questa fetta del tessile che non è per l’abbigliamento.

Ma torniamo ai vestiti. Le normative europee avevano stabilito che entro il 2020 il riciclaggio dei capi di vestiario doveva raggiungere il 50%. Ma in Spagna, ad esempio, si è arrivati a recuperare solo il 10% degli indumenti scartati ogni anno, secondo un rapporto dell’Ong spagnola Humana Fundación. Eppure sono molte le tonnellate di vestiti che si riescono a riciclare, o a riutilizare esportandole in Paesi africani, asiatici e sudamericani.

L’Associazione iberica di riciclaggio dei tessuti (Asirtex), che elabora periodici rapporti sul commercio dell’usato, afferma che nel 2018 dalla Spagna sono state esportate oltre 59 mila tonnellate di vestiti usati. Una cifra importante, che però impalidisce accanto a quelle relative alla Germania (512 mila), alla Gran Bretagna (371 mila), al Belgio (182 mila) o alla Francia (155 mila). Ecco perché è comprensibile la denuncia che parte dai detrattori dell’industria della moda: «Consumiamo sempre più vestiti, ma li indossiamo meno. Indossiamo, in media, solo il 40% dei vestiti che abbiamo nei nostri armadi».

Ma cosa farne dei vestiti che non usiamo o non usiamo più è solo una parte del problema, perché ci sono aspetti ancora più scottanti. Si pensi a quanto costa produrre e poi mantenere i vestiti. Così lo illustrava qualche anno fa la giornalista Cristina Galindo in un articolo apparso su El País: «Dietro una maglietta ci sono tra 2.000 e 2.900 litri d’acqua. È la quantità necessaria per far crescere e lavorare il cotone per realizzarla. Alla miscela bisogna poi aggiungere una buona dose di pesticidi e l’emissione in atmosfera di particelle inquinanti causate dal trasporto del capo di vestiario dai paesi lontani dove viene solitamente realizzato. E qual è la sua aspettativa di vita? Tre anni».

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