Ricette contro il fanatismo

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Amos Oz, nato a Gerusalemme e impregnato fino al midollo dell’atmosfera così particolare di quella città che sussulta di ardori mistici e sanguinari, ha maturato fin da ragazzo la capacità di vivere in situazioni aperte, tra conflitti non risolti. Nei quali si deve comunque cercare di sopravvivere. Oz è uno scrittore israeliano, ma anche uno dei leader del movimento Peace Now (Pace adesso), fondato nel 1979, che ha appoggiato la tesi della creazione di due stati, quello d’Israele e quello della Palestina, lungo i confini antecedenti alla guerra del 1967. Per questo si è battuto contro la spinta alla colonizzazione dei territori palestinesi innescata dalla guerra dei sei giorni. Oz ha speso tanto tempo a esaminare la natura umana, con la sua fragilità e la sua straordinaria varietà, e ha potuto farlo da quello straordinario osservatorio umano che è la sua terra dilaniata dai conflitti. Per questo può parlare di fanatismo: lui lo conosce bene. Nelle lunghe riflessioni ai bordi del deserto, nel kibbuz in cui ha vissuto, egli ha colto i meccanismi di quella strana malattia e ha formulato alcune indicazioni per come curarlo o almeno per limitarne i danni. Il fanatismo, sostiene Oz nel recente libro Contro il fanatismo (Feltrinelli), è una delle cause dell’attuale terrorismo. Perché il terrorismo, fenomeno estremamente complesso, non è dovuto solamente al divario fra povertà e ricchezza, che pur tuttavia è uno di problemi più drammatici del mondo. Se così fosse i paesi africani, fra i più poveri della terra, se la prenderebbero con alcuni paesi arabi produttori di petrolio, che sono fra i più ricchi del mondo. Ma non è così. Il terrorismo si nutre di fanatismo. E il fanatico è colui che sostiene che la giustizia, la sua giustizia, è più importante della vita propria e altrui: se una cosa secondo me è male, la elimino. In questo senso il fanatismo è più antico di tutte le religioni, certamente più vecchio dell’islam, dell’ebraismo e del cristianesimo. È un gene mali- gno che s’annida negli angoli oscuri della natura umana. In certa misura è presente in tutti e dappertutto. Lo incontriamo anche in contesti ridicoli: nel maniaco dell’alimentazione; nell’igienista incallito; nel vegetariano ossessivo; nell’antifumatore che è pronto a incenerire chi fuma; o nel pacifista disposto a spaccarti la testa se non la pensi come lui… Ritengo che l’essenza del fanatismo stia nel desiderio di costringere l’altro a cambiare, dice Oz. Il fanatico è una meschina caricatura dell’altruista: vuole guarirti a tutti i costi dalla tue malattie, dai vizi, dalle idee sbagliate, dai pericoli. Ti vuole così bene, che può giungere fino ad ammazzarti, pur di guarirti! Paradossalmente anche Bin Laden vuole guarire l’Islam dalla corruzione morale occidentale, e per far questo è disposto ad ammazzare. Il fanatico è più interessato a te che a sé stesso: vuole a tutti i costi aiutarti a diventare come dovresti essere. E conosce istintivamente, se non consapevolmente, un subdolo meccanismo psicologico: il sacrificio di sé instilla sensi di colpa nel beneficiario, che si riesce così a controllare o manipolare più facilmente. Il fanatico sa contare fino ad uno, perché due è un numero troppo grande per lui. Ecco un’altra pennellata di Oz per tracciare l’identikit del fanatico. Il fanatico non vuole accettare l’altro nella sua diversità, così come gli si para davanti. In genere egli non è uno sprovveduto, un ignorante, ma un sentimentale radicale, che si nutre di irrazionalità. Per questo preferisce la propria morte perfetta (insieme a quella di altre vittime) a una vita che non si confà alla sua visione. Se questa è la diagnosi di Oz, vediamo i rimedi che propone, le sue ricette. La prima, imparata alla scuola della sua saggia nonna, è la capacità di fare compromessi. Sono un gran fautore del compromesso. So che questa parola gode di pessima reputazione nei circoli idealistici d’Europa, in particolare fra i giovani. Il compromesso è considerato come una mancanza d’integrità, di dirittura morale, di consistenza, di onestà. Il compromesso puzza, è disonesto. Nel mio mondo la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso e fanatismo, morte. Il compromesso è sempre doloroso: ognuno deve rinunciate a qualcosa, perdere qualcosa, nel compromesso. Ma può essere indispensabile per non distruggersi. Spesso ci si nutre tragicamente dell’idea, molto europea, che tutti i conflitti dipendano dall’incomprensione, dalla mancanza di dialogo. In effetti alcuni conflitti hanno questa causa ed è possibile risolverli con una maggiore conoscenza reciproca. Ma non è sempre così. Ci sono molti conflitti tragici che non dipendono dalla volontà dei contendenti. Hanno radici profonde, aggrovigliate: anche quando si comprende alla perfezione la situazione, e il processo che l’ha generata, essi appaiono comunque irrisolvibili. Queste situazioni amare possono richiedere eroici atti di generosità, che non tutti sono in grado di fare. Ma anche in questi casi si deve comunque cercare di sopravvivere. Per non gettare la spugna, dice Oz, meglio il compromesso: un compromesso il più equo possibile, che tenti di preservare la dignità delle persone e la giustizia. Alle volte significa alzare temporaneamente una barriera: è meglio ignorarsi che uccidersi. C’è sempre la speranza che col tempo le tensioni si smorzino o si possano valutare sotto un’altra luce. Anima del compromesso è la tolleranza. Che Jankelevitch saggiamente definiva quell’olio che lubrifica gli ingranaggi della coesistenza. Che permette a quanti non si amano di sopportarsi, aspettando di potersi amare. Altra ricetta contro il fanatismo è la moderazione. Spesso e volentieri le televisioni mostrano solamente gli estremisti che gridano nelle piazze, quelli che ammazzano e torturano. Che fanno notizia. Non i moderati che se ne stanno a casa, a rodersi il fegato. Ma per dare spazio ai moderati occorre seminare più speranza, soppiantando la disperazione, il tanto è inutile! assai tipico dello scoraggiato. Solo così i moderati potranno uscire allo scoperto e far sentire la loro autorevole voce. Ancora una ricetta: immaginare. Aiuta molto, dice Oz, immaginarci: quando litighiamo, quando alziamo la voce, quando parliamo e ci prendiamo così tanto sul serio. Ma anche immaginare l’altro: cercare di carpire cosa pensa, il suo punto di vista, come vede se stesso e come ti vede. Anche quando hai ragione al 100 per cento e l’altro ha torto al 100 per cento, fa comunque bene immaginare come l’altro ti vede. Perché relativizza, in modo salutare. Dà testimonianza al fatto che, anche se ha torto marcio, l’altro esiste, e non lo si vuole eliminare. Infine, ultima ricetta di Oz: condire il tutto con un po’ di umorismo. Chi riesce a ridere di sé stesso, difficilmente è un fanatico. Certamente il cristiano sa che il compromesso non è un bene assoluto. Come altri valori – democrazia inclusa – il loro limite sta nel fatto che, in alcune circostanze, possono andar contro al credo fondamentale della fede. Ad esempio, quando una maggioranza approva una legge che è decisamente contraria alla morale cristiana, il cristiano è tenuto alla disobbedienza. Egli inoltre sa che, sulla scia di Cristo e dei martiri, ci sono situazioni estreme in cui deve accettare di sacrificare la propria vita pur di non tradire la fede. Ma, in contesti ordinari, si deve constatare che purtroppo ci si arresta sovente a metà strada nell’andare verso l’altro, il diverso. Per barricarsi dietro alcune visioni particolari, ritenute assolute, anche quando non lo sono. In questi casi, le ricette di Oz possono essere assai utili.

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