Ricatto energetico e malattia olandese

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Il progredire della globalizzazione degli ultimi anni ha provocato una forte crescita dei consumi di energia, in buona parte di petrolio e gas naturale. Essa è oggi cruciale per lo sviluppo industriale ed il benessere economico di tipo consumistico, e sempre più si rivela una risorsa scarsa. La possibilità di accedere senza difficoltà a questi combustibili che madre natura ha concentrato in alcune parti del mondo, si rivela sempre più un elemento geopolitico in grado di spiegare in parte, se non tutte, le presenti situazioni di conflitto o instabilità nei rapporti internazionali. Essa spiega non solo la terribile vicenda irachena, ma dà una ragione, ad esempio, alla lentezza dell’Onu ad intervenire per impedire la presente strage di civili nel sudanese Darfur. Qui chi frena è la Cina, che ha forti interessi nei giacimenti di petrolio di quelle regioni. Abbiamo sempre più fame di energia. Il sole, attualmente al massimo del suo ciclo di irradiazione, in effetti ce ne sta inviando più del solito, ma noi, non sapendo bene utilizzare quella che ci invia ogni giorno, tiriamo fuori da sotto terra quella che ci aveva inviato in passato e che vi era stata intrappolata in un processo di milioni di anni grazie alla fotosintesi clorofilliana delle piante; esse avevano assorbito dall’atmosfera l’anidride carbonica emessa dai vulcani trasformandola in zuccheri necessari alla loro crescita, ed in ossigeno: gli zuccheri erano stati sepolti con i resti vegetali in fondo ai mari e trasformati in carbone, petrolio e gas naturale, l’ossigeno aveva trasformato un’atmosfera impossibile per una vita evoluta nella meravigliosa atmosfera che abbiamo ricevuto in eredità. Il fatto che bruciando quei minerali riportiamo nell’atmosfera più anidride carbonica di quella che gli organismi vegetali sono in grado di riciclare, ricrea nell’atmosfera un eccesso di gas serra che non permette al pianeta di riflettere nello spazio l’energia di troppo: la Terra ha così la febbre e l’aumento di temperatura, come afferma il rapporto dell’Onu sul cambiamento climatico appena pubblicato, sta provocando lo scioglimento dei ghiacci dell’Artico e l’innalzamento del livello dei mari. Purtroppo, come molti fumatori che, pur consapevoli che il fumo fa male, continuano a fumare, così il mondo, drogato dal consumo di energia, pur prevedendo i disastri ambientali, continua a consumarne a qualsiasi prezzo. Chi dispone di gas naturale e petrolio si trova, così, in situazione di vantaggio. Lo dimostra il risultato economico della prima multinazionale energetica, la ExxonMobil, che lo scorso anno ha dichiarato un utile netto di oltre 36 miliardi di dollari, dopo averne investito altri 13 in nuove ricerche: un record assoluto, per tutti i tempi e per tutte le aziende del mondo industriale. I primi ad accorgersi di questi grandi profitti che volavano via sulle loro teste, sono stati gli Stati in cui le multinazionali estraggono gas naturale e petrolio, i quali ben presto hanno deciso di riappropriarsi di una maggior fetta del valore delle materie prime del loro sottosuolo. Lo hanno fatto a volte con metodi discutibili. La Russia, ad esempio, ha imprigionato per evasione fiscale il giovane imprenditore che in pochi anni era riuscito ad impadronirsi di una parte importante dei giacimenti russi di petrolio: la sua azienda Yukos veniva così paralizzata fino a portarla al fallimento e veniva riacquistata dall’azienda di Stato. Nel caso poi di un enorme giacimento di gas naturale scoperto nella Siberia del Nord da un consorzio di multinazionali, esse sono state accusate di aver provocato in zona un danno ecologico di oltre 10 miliardi di dollari e così sono state convinte a cedere la maggioranza delle azioni del consorzio alla azienda statale. In Bolivia invece il presidente Morales, spinto dalle proteste dei contadini che si vedevano portare via per pochi spiccioli le maggiori ricchezze del Paese (l’altra ricchezza è la controversa coltivazione della coca), decretava la nazionalizzazione delle attività locali delle aziende petrolifere e dei giacimenti di gas naturale. Da parte sua, in Venezuela il presidente Chavez imponeva una revisione dei contratti per ottenere una drastica riduzione dei margini di profitto delle multinazionali sulla estrazione del petrolio, di certo non aumentando la sua popolarità negli Usa, che sono il suo maggiore cliente. In Nigeria l’aumento dei profitti delle aziende estrattrici e dello Stato centrale ha rinvigorito la rivolta armata nel delta del Niger, dove le popolazioni vivono nella povertà. La produzione è stata in parte bloccata proprio dagli atti di terrorismo e da rapimenti di tecnici. Comunque nel giro di un paio d’anni molte risorse finanziarie sono giunte a disposizione di Stati oberati di debiti, bisognosi di risorse per opere sociali e sostegno dello sviluppo: un fatto di per sé positivo, al di là della legalità dei metodi con cui ciò è stato ottenuto. Queste improvvise ricchezze però sembrano avere inebriato coloro che le hanno ricevute, incidendo sugli equilibri di potere internazionale e creando nuove situazioni di instabilità. Lo abbiamo sperimentato l’anno scorso, quando un conflitto economico tra Russia e Ucraina ha provocato una improvvisa riduzione del gas naturale dalla Russia nei gasdotti che attraversano il territorio ucraino. Il fatto si è ripetuto in modo più preoccupante quest’anno, quando il primo ministro Putin, in barba ad ogni obbligo legato al contratto di fornitura, non si è fatto scrupolo di bloccare senza preavviso per qualche giorno i gasdotti e gli oleodotti che attraverso la Bielorussia riforniscono di petrolio l’Europa occidentale. Durissima era stata la reazione del primo ministro tedesco Merkel, che ha denunciato la perdita di fiducia nei rapporti commerciali con la Russia, ed ha subito messo in dubbio il programmato abbandono del nucleare tedesco. Analoghe ubriacature di potere energetico si sono riscontrate all’Onu nelle affermazioni poco diplomatiche di Chavez nei confronti del presidente degli Stati Uniti, ed in quelle sulla legittimità dello Stato ebraico del primo ministro iraniano, la cui politica interna è molto basata sulla disponibilità delle nuove risorse legate al maggior prezzo del petrolio. Ci si può chiedere se le maggiori risorse che arrivano a questi grandi Paesi, serviranno veramente a dare impulso allo sviluppo economico ed al benessere delle loro popolazioni. Anni fa un economista algerino, al compimento di uno studio sull’impatto per il suo Paese della ricchezza dovuta al ritrovamento del petrolio, aveva concluso che il risultato era stato disastroso: le nuove industrie petrolifere e petrolchimiche avevano messo a disposizione di quanti in esse erano coinvolti maggiori risorse, lasciando però il resto della popolazione nella situazione di arretratezza precedente. In sostanza, in un contesto di povertà si è portati ad attribuire un valore spropositato ai beni di cui non si dispone, cioè al danaro. Questi erano stati i beneficiati dal petrolio, infatti, avevano acquistato a basso prezzo i terreni, le case, gli armenti di quelli che non ne erano stati beneficiati, i quali speravano di vivere, di lì in avanti, senza aver bisogno di lavorare. La maggior circolazione di denaro aveva fatto però aumentare il costo della vita e gli affitti delle case, che dovevano essere pagati anche da chi non lavorava nelle nuove industrie; il maggiore benessere di alcuni si era trasformato in maggiore povertà di molti altri, il cui reddito non permetteva più di sopravvivere nella società in cui erano nati, anche perché era più difficile esportare i loro prodotti, dato che la moneta locale si era apprezzata. Si tratta di quella che viene chiamata la sindrome olandese, dalle difficoltà sperimentate in passato da quella nazione a seguito della scoperta nel suo sottosuolo di grandi quantità di gas naturale. Sapranno la Russia, che già vuole rendere il rublo moneta convertibile, il Venezuela e la Bolivia, divenute molto più rispettate e riverite per il ricatto energetico, evitare che le loro attività economiche perdano competitività, e la loro economia diventi sempre più dipendente dalla droga energetica? Possono riuscirci, ma avranno bisogno di menti illuminate e lungimiranti, attente non solo al risultato economico ed ai posti di lavoro che con quelle risorse possono essere ottenuti, ma anche all’impatto che essi avranno su tutta la popolazione del territorio. E per conto nostro, come reagire noi al ricatto energetico? Non avendo la possibilità come la Merkel di disdire la chiusura delle centrali nucleari, l’unica alternativa che ci rimane è quella di imparare subito a consumare meno energia senza ridurre la qualità della vita: un ambito in cui le possibilità sono molto più grandi di quanto pensiamo. Ma per farlo occorre, da parte del governo, una strategia complessiva più decisa di quanto si sta in effetti programmando; che preveda ad esempio la agevolazione della trasformazione di una parte dei troppi distributori di benzina e gasolio in distributori di metano, attualmente molto rari, l’agevolazione dell’acquisto di vetture a basso inquinamento e basso consumo, invece che solo a basso inquinamento, e deliberando che nel prossimo futuro non saranno più immatricolabili in Italia automezzi con consumo non ridotto rispetto al presente. Ma soprattutto diffondendo la cultura del risparmio, l’orgoglio di saper vivere bene senza sprecare energia: da sottolineare l’iniziativa Mi illumino di meno di Radiodue Caterpillar, il cui nome è derivato scherzosamente dal Mi illumino d’immenso di Ungaretti; essa sprona tutti, ad iniziare dai giovani, a consumare di meno, con lampade a basso consumo, riducendo la temperatura del riscaldamento, adottando i doppi vetri, attrezzando le automobili a benzina anche a trazione a metano. Peccato che una simile filosofia non sia stata ancora adottata dalla maggioranza delle case automobilistiche, ed in particolare dalla nostra Fiat, che per la promozione delle proprie autovetture punta su fattori diversi: oggi il meraviglioso deve significare consumare pochissimo!

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