Rialzati Argentina

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Gli accordi stipulati a metà gennaio sono chiari. Sessanta giorni di tempo per traghettare il paese fuori dalla crisi, e il compito di riconciliare gli animi affidato ad una commissione composta anche da tre vescovi. Per la prima volta un presidente argentino si è rivolto alla nazione affidando la credibilità delle parole al card. Estanislao Karlic, presidente della conferenza episcopale argentina, seduto al fianco. L’immagine esprime più di ogni altra considerazione la situazione in cui versa il paese latinoamericano e la difficile impresa del neopresidente Duhalde. L’episcopato sa bene che c’è sempre il rischio di strumentalizzazioni dietro una siffatta convocazione, ma, ha precisato Karlic, «la chiesa vuol dire a tutti, anche ai non credenti, che vale la pena di lavorare per salvare l’Argentina e costruire una patria sulla base della fraternità». I vescovi hanno vincolato la propria collaborazione a cinque impegni: lotta alla corruzione, riforma della politica, riduzione della povertà sociale, ripiano graduale dei debiti economici, riforma dell’educazione. Nessuno si illude che problemi di tale portata vengano facilmente risolti. Tanto meno in due mesi. Ma il segnale lanciato è all’insegna della riconciliazione. «Solo restando uniti riusciremo a salvarci», ha sottolineato Duhalde. Le proteste infatti non si spengono. La dimostrazione popolare nella capitale durante la fatidica notte tra il 19 e il 20 dicembre aveva obbligato alla rinuncia un governo lento ed inefficiente, ma é pur vero che la dirigenza politica ha dato scarsi segni di aver compreso la lezione che la cittadinanza ha inteso impartire. La manifestazione spontanea e pacifica di quella notte era diretta al mondo politico nel suo complesso, che ristagnava in speculazioni di partito mentre il paese rischiava di essere messo a soqquadro da una rivolta senza controllo. La situazione permane preoccupante. Gli ospedali pubblici hanno già sospeso le prestazioni gratuite, mentre quelli privati stanno facendo i conti sul futuro. In varie città sono state devastate sedi di banche e compagnie estere. Inedita una forma di protesta: molte persone si sono fatte legare a croci erette per le strade. Gli osservatori internazionali temono che quanto sta accadendo siano solo le prove generali della mobilitazione che inizierà in febbraio con l’apertura delle scuole. Libri e abbonamenti ai mezzi di trasporto sono ormai diventati proibitivi per famiglie con conti bancari congelati. Molti ragazzi potrebbero restare a casa. Gli insegnanti hanno fatto sapere che con 400 peso svalutati al mese (poco più di 300 euro) non riescono a vivere e annunciano sciopero ad oltranza. Il sistema educativo rischia la paralisi. La violenza non ha finora contagiato le villas miseria, i rioni di baracche attorno alla capitale. Ma il merito – riconosciuto da tutti – è dei parroci, che hanno saputo calmare gli esagitati, bloccare gli infiltrati ed evitare il peggio. Un tempo, l’Argentina era chiamata il “granaio del mondo”. Un tempo. Ora, «senza denaro in tasca – rilevano i commentatori –, con il dollaro alle stelle (finita la parità dollaro-peso) e in fila fuori dalle banche, gli argentini hanno subìto l’ennesimo affronto ». Duhalde ha proclamato l’«emergenza alimentare ». Molti cittadini avranno bisogno per un bel po’ di tempo di aiuti pubblici per mangiare. Un sospiro di sollievo è stato comunque tirato per una buona notizia: il Fondo monetario ha concesso uno slittamento di un anno nel pagamento di un prestito di 933 milioni di dollari (oltre un miliardo di euro), che doveva essere rimborsato a metà gennaio. Un segno di aiuto, ma che non muta il pessimo umore della classe media. È stata sottoposta per alcune settimana al corralito, il blocco dei risparmi, per cui gli argentini non potevano fare acquisti, pagare conti e altro, se non nella misura di un migliaio di peso al mese (due milioni di lire). Le domande sono ricorrenti. Si riuscirá a navigare nelle agitate acque di una recessione che dopo tre anni si é convertita in depressione? Verrá evitata la bancarotta? Impossibile vaticinare il futuro. Per la fine di gennaio si annuncia un milione di posti di lavoro. O meglio, un milione di sussidi di disoccupazione. Panni caldi e palliativi. Il paziente è in terapia intensiva. Si salverá? Ma andiamo alla radice dei problemi. I dieci anni di governo dell’ex presidente Carlos Menem, hanno avuto il merito di sconfiggere agli ini- zi degli anni ’90 un’iperinflazione del 3.000-4.000 per cento all’anno e di rimettere in sesto l’economia con una serie di riforme strutturali. Tuttavia, hanno dato avvio a un periodo infausto, che ha contribuito a smantellare l’industria nazionale in nome del liberismo economico e dell’apertura incondizionata del mercato, senza alcun ombrello di salvataggio. Durante la gestione Menem, il debito estero é raddoppiato, mentre si sono privatizzati i servizi, spesso con contratti di favore e accordi poco puliti. Lievitò la spesa pubblica e si creó nella gente l’illusione di appartenere ormai al primo mondo. Il paese perse competitivitá. Privatizzati i servizi, le tariffe pubbliche rimasero in balia dei nuovi proprietari che hanno agito con logiche di puro profitto, col risultato che il costo della vita a Buenos Aires é pari o superiore a quello di Milano o Parigi. «La realtá sociale argentina – ci ha spiegava José María Poirier, direttore della rivista cattolica Criterio, da 75 anni autorevole osservatorio – é ormai quella di un paese con pochissimi ricchi, perlopiú legati al mondo della speculazione finanziaria, e una massa di poveri esclusi dal sistema. La classe media, che caratterizzava l’Argentina e la faceva apparire come un’eccezione nel panorama delle disparitá sociali dell’America Latina, é ogni giorno piú debole. Latita una coscienza dei doveri dei cittadini, insieme ad una vera cultura del lavoro in un paese abituato in altri tempi ad un facile benessere». Eppure, nonostante la gravitá della situazione, considerare la crisi argentina solo sotto il profilo economico o politico sarebbe un errore. Non ha dubbi al riguardo l’episcopato argentino, che, in un recente documento, ha segnalato il carattere «prima di tutto morale» della crisi. Il riferimento, tanto alla corruzione nel campo politico ed economico, quanto a quella spicciola che avvelena il clima sociale, é chiaro. Lo testimo- niano i 65 mila miliardi di lire annuali di evasione fiscale e il dilagare di una delinquenza sempre piú selvaggia. «È una crisi che attanaglia tutti noi – ci conferma il card. Karlic –, tutto il popolo, non solo i leader. Le mazzette non le ricevono solo i politici, ma anche gli altri cittadini. Come pastori, questa situazione ci chiama a un maggiore impegno per educare il nostro popolo a quella parte della morale che incide fortemente sulla vita sociale». Per mons. Agustín Radrizzani, vescovo di Lomas de Zamora, nei pressi di Buenos Aires, «bisogna acquisire la consapevolezza che l’altro é mio fratello, non un rivale contro cui combattere. Il vertice della piramide non é il potere economico, né l’economia, ma la fraternitá». E aggiunge: «Se pensiamo al potenziale umano e spirituale degli argentini, alle ricchezze naturali della nostra terra, possiamo intravedere un futuro di speranza. Ma per questo é necessario comportarsi con assoluta onestá, rispettare il valore della parola data, e l’indipendenza di una giustizia a servizio della veritá». In questa prospettiva, può giocare un ruolo determinante la gente, che nella notte del 19 dicembre sembra aver inaugurato una nuova era nella coscienza civica argentina. Il caserolazo, la protesta spontanea, imprevista e pacifica (la violenza che causó numerosi morti e feriti è scoppiata più tardi) praticata a suon di pentole, si è trasformato in qualcosa di piú di un fatto politico isolato, pur avendo provocato le dimissioni del presidente De la Rua e del successore Rodriguez Saa. Nuovi episodi come quello del 19 si sono ripetuti. Ora la gente reclama l’azzeramento della Corte suprema di giustizia, uno degli emblemi della corruzione elevata a sistema proprio nell’era Menem. C’è chi teme una “democrazia del caserolazo”, con l’evidente rischio dell’anarchia. Ma va colto il segnale di partecipazione. E se nella gente si manterrà vivo questo senso della responsabilitá civile, questa voglia di impegnarsi per il bene comune – la stessa che anima quattro milioni di argentini in attivitá di volontariato e che consente a organizzazioni come la Caritas di assistere due milioni di poveri –, é possibile intravedere uno spiraglio di luce. E le stelle resteranno a guardare? La domanda è obbligatoria. Quali azioni intraprenderanno Stati Uniti, Unione europea e, in particolare, Spagna e Italia, legate all’Argentina da un rapporto particolarmente profondo? Il governo di Washington ha fatto dichiarazioni di stima e reiterate affermazioni di buone intenzioni nei confronti di un «fedele alleato degli Usa». Per Bush, «gli Stati Uniti aiuteranno l’Argentina», ma solo «attraverso il Fondo monetario internazionale », ponendo una precisa condizione: «è necessario che questo paese crei le condizioni per una sua crescita economica». L’Europa resta perplessa sulle ultime misure adottate per affrontare la situazione di indebitamento, giudicate troppo blande. Spagna e Italia hanno promesso appoggi. L’Inghilterra ha manifestato comprensione. In realtá, al di là della buona volontá, la solidarietá potrebbe prendere le forme di un’azione di riduzione delle barriere doganali o dei sussidi ai prodotti agricoli, ad esempio, che permetterebbero al “made in Argentina” di competere in migliori condizioni sul mercato internazionale. Non va dimenticato infatti che alla carne argentina – che del problema della mucca pazza ha solo sentito parlare – si applicano dazi fino al 100 per cento. Ma al momento proposte simili, per i paesi industrializzati, hanno tutta l’aria di essere altamente sovversive.

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