Reporter degli altri

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Avevo un appuntamento con lui per maggio, a Varsavia, per un’intervista corposa. Voleva essere sicuro di avere abbastanza tempo a disposizione. Troppo tardi. Ma quello che aveva da dire, l’ha già scritto. Una vita avventurosa, cominciata in quella parte di Polonia attualmente diventata Bielorussia, e improvvisamente impennatasi allorché si trovò catapultato in Cina come inviato dell’agenzia polacca Pap. Pochi soldi, pochi libri, alberghi dimessi, contatti via telex difficili e rari: un giornalismo epico, quello che Kapus´cin´ski si trovò a praticare. Si scavò una nicchia grande come il mondo, e prese a viaggiare, instancabile. Ho amato tante terre – mi diceva nello scorso febbraio ai tavolini del Caffè della pace, a Roma -, ma soprattutto ho amato tanta gente.Ogni Paese che ho visitato, ogni popolo che ho conosciuto mi si sono aperti nel momento in cui mi sono messo al loro ascolto, in cui ho messo tra parentesi le mie idee e i miei pregiudizi. Allora ho capito qualcosa, e solo allora. Negli ultimi tempi, Kapus ´cin´ski amava soprattutto dialogare coi giovani, in particolare coi giornalisti alle prime armi, ai quali amava trasmettere non solo le sue scoperte di viaggio, ma soprattutto il senso del suo mestiere. Per i giornalisti professionisti aveva molto meno tempo… E questo perché sentiva il desiderio – forse avvertendo il male aggredirlo nelle viscere – di continuare la sua vita con l’inchiostro di altri professionisti. Soprattutto, desiderava trasmettere la sua sete di conoscenza diretta, sul posto, non attraverso le agenzie e le tv, ma attraverso tutti e cinque i sensi fisici, e con quelli sconfinati dell’anima. Leggete uno qualunque dei suoi libri, e arriverete alla conclusione che il giornalismo è l’arte di descrivere quello che si è amato, più di quel che si è solo conosciuto. Kapus´cin´ski soleva ripetere che il giornalismo è un mestiere non adatto ai cinici, anche se oggi sembra proprio il contrario. Il passaggio pubblicato a lato, tratto dal suo capolavoro Lapidarium, riflessioni sparse annotate sui suoi carnet di reporter, lo spiega compiutamente. Se n’è andato, Ryszard, portando con sé i cento viaggi, le mille parole e i mille silenzi di una vita spesa per la scrittura delle verità dei cuori, oltre che delle verità della storia. Solo attraverso quelle verità minime riusciva a proporre qualche breve squarcio di queste verità massime. DIRETTAMENTE IN CIELO L’immedesimazione, ecco la condizione fondamentale del mio lavoro. Devo vivere tra le persone, mangiare con loro, fare la fame con loro. Voglio diventare parte del mondo che descrivo, immergermici e dimenticare ogni altra realtà. Quando sono in Africa non scrivo lettere né telefono a casa. Il resto del mondo svanisce. Se non facessi così, sarei un outsider. Ho bisogno di illudermi, sia pur fuggevolmente, che il mondo dove mi trovo in questo momento sia l’unico esistente. Mi capita anche di spingermi più in là dell’illusione: certe volte ho creduto che il mondo dove mi trovavo per me fosse ormai l’ultimo, e che da lì sarei andato direttamente in cielo (da Ryszard Kapus ´cin´ski, Lapidarium, Feltrinelli).

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