Rembrandt una rivelazione

Non si esce indenni da Rembrandt. Sconvolge le nostre (presunte) sicurezze, lasciandoci indifesi. E quel che resta di noi – dopo un “pellegrinaggio” al Quirinale – nel vis-à-vis con i disegni, le incisioni, gli oli, è esclusivamente ciò che è sincero, pieno di verità. Perché Rembrandt è una luce che spazia sull’uomo e sulle cose, tutte: la storia, il mito, l’amore e l’eros, l’amicizia e la famiglia; la fede e la natura, l’individuo e la società. Di tutto dice qualcosa di profondamente autentico, “moderno”. Così che non si può non amarlo. Come succede con van Gogh, Vermeer, Goya, Caravaggio: artisti “dell’uomo” e “sull’uomo”. Ma Rembrandt, rispetto a loro, offre un diverso punto di osservazione. Forse perché penultimo figlio di un mugnaio arrivato al successo, animato da una religiosità di tradizione calvinista, aperto – come l’Olanda fervida e borghese del Seicento – su ogni aspetto della vita, cosciente del proprio talento e del ruolo sociale, esperto della fortuna e della solitudine: elementi questi che gli permettono uno spettro di indagine, un’acutezza psicologica, una capacità di emozionare le intime fibre dell’animo che ce lo fanno sentire attuale, contemporaneo, più di altri. Ognuno potrebbe dire, di fronte ai suoi lavori: Rembrandt sono io. Guardare la galleria degli autoritratti, un diario di sé stesso durato l’intera vita. L’acquaforte del 1639, a trentatré anni: spavaldo e ricciuto, sul davanzale di casa (come nei ritratti di Tiziano, che conosce bene): un uomo di successo, sicuro di sé, con un lampo inquieto nello sguardo. E confrontarlo con la tela del 1659 – a dieci anni dalla morte -: tinte spente, l’occhio attraversato dall’angoscia, la luce scura di chi ha perso fama, moglie, figlio, e vive da solo. Ma non è un vinto. Solo che il lume è diventato concentrato, il colore essenzializzato. A ritratti come questo guarderà molta pittura dell’Otto e Novecento, tanta è la forza del suo “espressionismo”. La si ritrova, questa forza, nella serie delle incisioni “evangeliche” prodotte, con una vena inesauribile, per decenni, sperimentando tecniche sempre più raffinate, fino a creare capolavori. Sono da guardare e riguardare – con l’aiuto di una lente -, per scoprire la vita dei chiaroscuri, il disegno delle ombre, che fanno lievitare i dettagli rivelando quello che significano per l’artista: una “parola” che si fa immagine. Non solo nei “notturni” – le Natività -, nelle “glorie” – le Resurrezioni caravaggesche – o nei “teatri” – le predicazioni, i miracoli -, dove l’enfasi gestuale, il senso dello spettacolo sono sorretti da un equilibrio che ha del meraviglioso. Ma in invenzioni che fanno storia, come l’Inumazione del 1654, dove due fonti di luce – il corpo del Cristo e il sepolcro – unificano il senso del mistero e la trepidazione del buio nella poesia della morte e della speranza. Rembrandt mai finisce di sorprenderci: la serie delle Tre croci (1653), è una crocifissione animata, sovrastata da una invasione luminosa – fisica e sovrannaturale – che dall’alto si apre su tutta la scena, nell’intuizione di spazi ancor più dilatati, grazie al velluto delle ombre e al tratteggio intenso delle figure. Artista della luce e degli spazi sconfinati, che invadono e rigenerano ogni scena, sia natura sia individuo, il Maestro prefigura le aperture impressioniste nelle incisioni di paesaggi e di animali con animo di contemplativo e realista insieme. E apre spiragli di racconto interiore nei ritratti di amici, come Jan Six, che legge presso una finestra sul 1647, quasi anticipando l’arte fotografica. Rembrandt “crea” infatti attraverso la luce un universo intorno al personaggio, con una quasi assurda semplicità di mezzi, che ne esalta il profilo spirituale, nel denso contrasto chiaroscurale. Ogni oggetto intorno all’amico – un volume, una tenda, una spada – ha una sua vita nell’ombra, ed è commento alla “lettura d’anima” fatta dal pittore, così che di Jan Six possiamo conoscere se non tutto, almeno l’essenziale. Certo, tutto questo esige studio attento, osservazione costante, sapienza tecnica, immaginazione. E un amore che s’immedesima totalmente in ciò che rappresenta, perché lo vive e lo supera. Di qui la fama immensa di Rembrandt e la sua influenza ben oltre l’Olanda, già nei Sei Settecento, come evidenziano le tele e le incisioni di Piranesi, Piazzetta e Tiepolo a fine mostra: un mondo suggestivo, più sognato che reale, altra cosa dal Nostro. È un fatto che la voce di questo artista, nei secoli, anziché diventare più flebile – come accade a chi grande artista non è – si è fatta gigantesca. Salire al Quirinale, ne è una dimostrazione: Rembrandt parla di continuo, oggi forse più di ieri, con il linguaggio della bellezza che è verità. Per questo lo sentiamo tuttora parte di noi. Il tema della madre Una vita familiare gioiosa, con l’amata Saskia e il bambino Titus, il successo e la gloria. Il tema della madre percorre come un filo rosso l’arte rembrandtiana. Immagini di Maria col bambino, affetti sereni. Poi, il crollo: muore Saskia, muore Titus appena sposato, il pittore resta solo. Insieme agli altri momenti, anche questo della tragedia è fissato sulla tela. La Mater dolorosa, anno 1661, è un quasi monocromo a larghe falde colorate, pare già Goya, già espressionismo. Dolore tristissimo, occhi senza lacrime, una pena sovrumana. Una donna di sempre, come se ne trovano ancor oggi fra le madri che perdono i figli, nel colore del lutto. La figura, cui è stato aggiunto un rosario forse nel XIX secolo, rappresenta la Vergine, o una donna anziana o una suora cattolica. Certo, il sentimento dolente ma non disperato, è quello di una madre; e del pittore che, in mezzo alle disgrazie, continua sino all’ultimo a credere nella vita.

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