Religiosità e libertà: quale “missione” per gli Stati Uniti?

Gli articoli sull’America recentemente pubblicati da Città nuova costituiscono un importante contributo alla comprensione della politica degli Stati Uniti e dei recenti eventi internazionali. Il riferimento alla “religiosità” presente nella politica americana meriterebbe una trattazione a parte. Mi limito ad osservare che la Dichiarazione d’Indipendenza – come ha evidenziato accuratamente Alan Dershowitz (1) – parla di un “Dio della Natura” che, interpretato anche alla luce dell’avversità del suo principale estensore – Jefferson – per qualunque religione “istituzionale”, appare assai lontano dal Dio dei cristiani e molto più simile alla “Entità Superiore”. Si trattava in verità di una forma di deismo razionalista, che rigettava il concetto di Trinità, e che professava sì la fede in Gesù (profeta), ma non nella sua natura di Cristo (Persona divina). In questo senso, il “credo” di Jefferson – sorta di religione immanente, certo non-cattolica e non-biblica – era assai vicino a quello rinvenibile in molti testi della Rivoluzione francese. È da discutere l’affermazione del professor Novak che, data la religiosità del popolo americano, “i nostri presidenti devono rispecchiare la religiosità del nostro popolo”. C’è una ragione “politica” perché debba essere così? Da parte mia credo che il meno che si possa dire è che è una prescrizione un po’ azzardata, considerate le miriadi di denominazioni, credi, tendenze genericamente trascendentaliste presenti in America, da “Scientology” al “New Age” alle sette, tra cui quella dei “filo-extraterrestri” realiani che “professa” la clonazione umana. Due “trittici” a confronto Mi ha colpito la forte insistenza, per alcuni versi giustificata, di Antonio Maria Baggio e di Michael Novak sulla “missione” o meglio, più laicamente, sul “ruolo” degli Stati Uniti in favore dell’affermazione universale dell’idea di libertà (più in senso politico nel caso di Baggio, più nei termini della compatibilità tra libertà e religione seguendo Novak). Partiamo da un riferimento storico. Nella Dichiarazione di Indipendenza americana troviamo l’indicazione di un “trittico” di “diritti inalienabili” dell’uomo che comprende la Vita, la Libertà ed il perseguimento della Felicità. Si tratta di un “trittico” diverso da quello che ci è stato tramandato dalla Rivoluzione francese (e cioè Libertà, Uguaglianza e Fraternità) e che risale, nella sue genesi, alla tripartizione proposta da Locke (nel secondo Trattato sul governo del 1689) tra Vita, Libertà e perseguimento della Proprietà. E i Fondatori avevano in mente, come risulta dai Federalist Papers, una “democrazia di proprietari” oltre che estese restrizioni all’idea di uguaglianza che è appena il caso di ricordare: il tema è stato diffusamente trattato da Eric Foner nel suo lavoro The Story of American Freedom (2). Il riferimento all’uguaglianza è comunque contenuto nella Dichiarazione di Indipendenza in un altro contesto, quando essa elenca, tra le verità “auto-evidenti”, il fatto che “tutti gli uomini sono creati uguali”. Secondo diversi storici del pensiero politico, l’indicazione relativa al diritto alla felicità avrebbe un significato quasi “tecnico”, nel senso che si tratterebbe di un riferimento alle “condizioni materiali” per il raggiungimento della felicità, che secondo Jefferson e Locke potevano essere riassunte nella retta coscienza, la buona salute, una occupazione che consente di vivere dignitosamente e la libertà di coltivare “giuste” aspirazioni. Non è un caso che nella Dichiarazione americana, a differenza di quella francese, non ci sia un riferimento in qualche modo rapportabile alla “fraternità”. Non che la Rivoluzione francese sia stata particolarmente meritevole su questo punto, a parte l’enunciazione del principio. Tuttavia la circostanza che nella Dichiarazione americana non vi sia alcun riferimento “relazionale” nel godimento dei diritti inalienabili è un fatto che fa riflettere. D’altra parte, la concezione dei Padri Fondatori, in linea con le grandi correnti del pensiero politico del tempo, era essenzialmente individualistica, e l’unico riferimento “esterno” rispetto alla sfera individuale riguarda i limiti invalicabili da parte del potere politico dell’autonomia dei cittadini. È questa peraltro la ragione che ispirerà gli americani a completare la Costituzione – un documento, diremmo oggi, meramente procedurale – con una Carta dei diritti, che sarà aggiunta nel 1791. Il timore dei Padri Fondatori – che è anche la ragione politica della decisione di svincolarsi dalla corona inglese – è quello che un governo possa diventare destructive di questi diritti, che possa cioè negarli in funzione dell’affermazione del suo potere. La Costituzione aggiustò parzialmente il tono individualista della Dichiarazione, citando – ma solo nel preambolo – la giustizia, la “tranquillità domestica” (cioè la pace sociale), la difesa comune, la promozione del benessere generalizzato: funzioni che assumono come punto di riferimento una comunità. Freedom e Liberty Nel discorso politico statunitense, notava recentemente il linguista Geoffrey Nunberg sul New York Times( 3) è quasi scomparso il riferimento alla parola utilizzata nella Dichiarazione di Indipendenza, e cioè liberty. Si usa piuttosto il termine freedom. Ora, pur volendo scontare la naturale evoluzione del linguaggio, mentre liberty è un termine associato all’esercizio della libertà politica, e quindi richiede anche un dare, un partecipare alla vita politica (se non altro per difendere la stessa libertà dagli “attentati” che il potere politico potrebbe portarle), freedom è un termine che è venuto assumendo – almeno dalla presidenza di Ronald Reagan in poi – una connotazione libertaria e cioè implicitamente polemica nei confronti di qualsiasi interferenza nella sfera di autonomia individuale, a parte i necessari doveri di rispettare le regole fondamentali della convivenza civile. È in questa seconda accezione che il concetto di libertà viene affermato nella politica americana, e quindi, per riferirci alla dicotomia introdotta da Isaiah Berlin, più come “libertà da” che “libertà di” (4). Viene in sostanza sottolineata la concezione dei diritti in un quadro di separatezza degli individui. Un’idea politica, quest’ultima, sviluppata e portata a compimento da Robert Nozick, che in virtù di essa giunge alla conclusione che l’unico stato accettabile sia quello “minimo”, vale a dire quello che contempla un esercizio del potere politico il meno intrusivo possibile nella sfera di libera determinazione degli individui, quale che sia la ragione di tale interferenza e fatto salvo il compito dello stato di salvaguardare la sicurezza personale. Un altro aspetto del problema è la sostanziale coincidenza, almeno negli esiti, tra la Rivoluzione americana e quella francese. Nel primo caso, il concetto di fraternità è assente, forse persino estraneo all’ispirazione politico- filosofica dei Fondatori. Nel secondo caso, l’indicazione della fraternità è sia riferita in modo troppo vago alla “consorteria” dei cittadini, e quindi con un certo sapore sia nazionalista, sia “razionalmente” cosmopolita, ed è in ogni caso rimasta un punto programmatico del tutto inattuato. Esso è stato sostituito, in Europa, dalla nozione di solidarietà e, nella riflessione politica americana, da quello di “comunità” che, come nota il politologo inglese Adam Swift, è “calda, denota impegno, e nessuno sa cosa veramente significhi “(5). Le missioni dei popoli L’incompletezza delle enunciazioni di princìpi politici riscontrabile nelle Rivoluzioni americana e francese (la prima a motivo dell’omissione di un riferimento relazionale comparabile alla fraternità, la seconda a motivo della mancata traduzione in prassi del principio) è la spia di una più profonda caraterizzazione delle ispirazioni politiche che appaiono e si affermano in diverse epoche ed in diversi contesti sociali. Nei popoli, nelle comunità nazionali o etniche, nelle culture, emergono forme politiche varie e differenziate, ciascuna con uno specifico messaggio, talvolta implicito, talvolta solamente enunciato, raramente tradotto in istituzioni politiche reali. Questo messaggio è tipico e distintivo di ciascuno dei contesti nel quale e dal quale emerge, è paritario rispetto agli altri analoghi messaggi, è complementare ad essi, anche se in apparenza e per ragioni politiche contingenti può sembrare opposto ed inconciliabile. La fatica di una politica aperta al mondo, che si sente davvero responsabile dei destini dei popoli, lungi dall’esportare (anche con le armi!) una certa idea di democrazia, consiste nel moltiplicare gli sforzi, gli studi, le risorse, le energie per scoprire, valorizzare, evidenziare, approfondire il senso dei diversi messaggi politici che salgono dall’umanità. In questo senso, è giusto affermare che tutti i popoli hanno una missione da assolvere che, quanto al contributo che ne può venire alla formulazione della politica “giusta”, è una, unica ed irripetibile (oltre che non fungibile). Pertanto, sostenere che gli Stati Uniti hanno una missione “esclusiva” nel mondo, che potrebbe farsi risalire all’affermazione della parola “libertà” (ma solo, come abbiamo visto, in una delle sue molteplici declinazioni) è una verità; ma essa è incompleta e rischia di essere fuorviante se non si aggiunge che lo stesso vale, con la stessa intensità ed identico valore, per tutti i popoli che, in buona fede e senza subire manipolazioni (possibili anche nelle democrazie, e lo aveva intuito già Tocqueville proprio a proposito della democrazia americana) ricercano una via originale di organizzazione della vita politica. Le missioni sono molteplici, ed ognuna di esse attende di poter essere compiuta, senza egemonie né ordini di precedenza. È dunque ciascuna missione ad essere eccezionale, mentre non dovrebbe essere considerato affatto eccezionale il fatto che un popolo abbia una missione (anche politica) da svolgere al servizio dell’umanità intera. Altrimenti l’eccezionalismo diventa esclusivismo e, per questa strada, affermazione nazionalista della superiorità di un modello o di una cultura politica su tutte le altre. 1) America Declares Independence, John Wiley and Sous Ltd, 2003; 2) W.W.Norton & Company, 1999; 3) 23.3.2003; 4) Due concetti di libertà, Feltrinelli, 2000; 5) Political Philosophy: A. Beginners’ Guide for Students and Politicians, Polity Press, 2001.

Leggi anche

I più letti della settimana

I miei segreti

kung Küng

Hans Küng, l’arte del margine

Amazon, un fenomeno da conoscere bene

Amore e delusione

Altri articoli

Con lo smartphone nei campi rom

In libreria

Gocce di Vangelo 17 aprile 2021

La scelta di Caparezza

Ripartiamo. Ok. Ma come?

Corridoi umanitari: una via sicura

Simple Share Buttons