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Italia > Politica

Referendum, specchio del Paese

di Carlo Cefaloni

Carlo Cefaloni

Un quorum fallito, ma che si sapeva difficile da raggiungere, ha dimostrato un grade sforzo della Cgil e la compattezza dell’alleanza dem, Avs e 5 stelle scesa in piazza per Gaza. Ma sembra prevalere, nella società, il senso comune espresso dal governo Meloni, soprattutto sulla questione delle migrazioni

Referendum
Operazioni di spoglio delle schede relative ai quesiti referendari 2025. ANSA/CESARE ABBATE

Matteo Renzi appare il più contento del risultato del referendum sul lavoro, che non ha raggiunto il quorum, come era d’altra parte prevedibile. Avevamo parlato su cittanuova.it di impresa (quasi impossibile) considerando i precedenti e  la posizione contraria di organizzazioni sindacali come la Cisl, che è schierata in maniera opposta rispetto alla Cgil e sempre più dimostra una forte affinità con il governo di Giorgia Meloni che è il vero vincitore del risultato dell’8 e 9 giugno.

Gli esponenti della maggioranza, pur e proprio rivestendo alte cariche, hanno esplicitamente invitato all’astensione come forma di volontà politica intesa a dimostrare il disinteresse degli elettori per le istanze avanzate con grande determinazione dalla Cgil. Uno sforzo che ha ricevuto il sostegno della maggioranza del Pd assieme a quella di Avs e 5 Stelle, riuscendo a portare ai seggi 14 milioni di persone, con  una distribuzione che varia molto a livello geografico. Alcuni quartieri della Capitale hanno superato il quorum, ad esempio, ma nel resto della regione in alcuni paesi non si è andati oltre il 10%.

Il raggiungimento del quorum poteva essere un obiettivo fattibile in caso di abbinamento con il referendum sull’autonomia differenziata, ma la dichiarazione di inammissibilità del relativo da parte dei giudici ha reso vana ogni strategia.

Renzi, ex segretario del Pd, autore del Jobs act, oggetto del referendum abrogativo, insisterà, assieme a Calenda, grazie alla visibilità mediatica  di cui godono, per chiedere un cambio di direzione del partito guidato ora da Elly Schlein, confidando sulla componente cosiddetta riformista che  si è distinta dalla linea della segretaria anche sulla manifestazione per fermare il massacro a Gaza che ha rappresentato, invece, un punto di forza della coalizione di centrosinistra, che è riuscita a portare il 7 giugno oltre 300 mila persone in piazza San Giovanni. Vale sempre il ritornello “piazze piene, urne vuote”?

In realtà l’astensionismo è ormai un dato endemico della crisi della partecipazione democratica e nessuno sa come riportare alle urne una larga fascia della popolazione che appare sempre più estranea alla dimensione politica.

La domanda che si pone è: quel 30% compatto che è andato a votare può essere decisivo in sede di elezioni nazionali?

Il dato del ballottaggio delle  amministrative che si sono svolte in contemporanea al referendum ha dimostrato una vittoria del centro sinistra con l’eccezione di Matera, che pure presenta delle anomalie dato che nella città lucana è stato raggiunto il quorum referendario con una schiacciante vittoria dei Si.

Una grande riflessione  è quella che attende il mondo del lavoro attraversato da grandi cambiamenti. Nella Cgil non si prevede, nonostante la fronda interna, un ribaltamento della segreteria di Landini, che continuerà nella sua azione a tutto campo nella società civile.

Il cosiddetto mondo cattolico, che incide sempre di meno sul voto, è stato tiepido se non ostile al referendum sul lavoro, anche se erano in gioco questioni importanti come la sicurezza sul lavoro. Molto incide la nuova centralità offerta al mondo dell’impresa, seppur intrisa di responsabilità sociale assunta in maniera volontaria e non imposta dalle leggi.

Molto di più si sono spese le associazioni e gli ambiti ecclesiali a favore del referendum sulla cittadinanza che non ha raggiunto  il quorum ma ha registrato, alla lettura dei risultati, un 40% contrario alla riduzione da 10 a 5 anni del requisito della residenza per poter chiedere la cittadinanza da parte di un immigrato extracomunitario.

Il M5S ha dato libertà di scelta sul quesito, ma il dato conferma come la questione migratoria costituisca motivo di polarizzazione anche in aree che ne sembrano estranee, come può essere l’ambiente ecclesiale. Su Città Nuova abbiamo parlato di una scissione sommersa, che ha coinciso con le forti critiche rivolte a papa Francesco.

I numeri alla fine dimostrano che esiste un senso comune maggioritario che appare espresso da Giorgia Meloni  e la sua coalizione. È il segnale di una nuova egemonia culturale?

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