Chi fosse alla ricerca della “Verità”, quale canone di riferimento per comprendere a pieno il tema ed il valore del prossimo referendum, forse resterà deluso. La verità, per sua definizione, sfugge al piano oggettivo per essere mediata da colui che prova a trasmetterla.
Se non fosse così, gli ormai mille testimonial – me compreso – del SI e del NO che si sono succeduti dai locali parrocchiali ai circoli Arci e alle università, ma soprattutto nell’etere di Youtube e dintorni, avrebbero ad oggi fugato ogni dubbio su ciò che sia vero e ciò che non sia vero. Così evidentemente non è.
Io voterò SI, lo farò convintamente, lo farò da avvocato penalista, da iscritto al PD, da credente. Ma sono consapevole che non posso offrire “La Verità’”, posso offrire solo una versione di essa – peraltro espressa in modo sintetico come è obbligo per gli articoli -, che è pur sempre la mia. Ascoltarla vuol dire ascoltare una prospettiva perché ognuno sia poi libero di formarsi la propria.
La separazione delle carriere ha a che fare con il procedimento penale (procedimento e non processo perché inizia con le indagini e finisce con la sentenza), un accidente che per fortuna non necessariamente deve essere presente nella vita di tutti, ma che può capitare e, se capita, è opportuno che sia fatto nel migliore dei modi.
Quale sia il migliore dei modi lo abbiamo fissato noi, e con noi intendo noi tutti, nell’art. 111 della Costituzione che dice che un processo è giusto se fatto davanti ad un giudice terzo e imparziale. L’imparzialità la capiamo tutti, non devono esserci interessi in comune con le parti (parentela, amicizia o inimicizia etc..); la terzietà è un concetto tirato, plasmato e interpretato in modo variegato.
La spiegò bene Giuliano Vassalli (un partigiano socialista), il padre – insieme ad altri illustri tra i quali il prof. Pisapia – del codice accusatorio, sistema con con il quale, dal 1989, si prova a cercare le verità processuali nei nostri procedimenti e processi penali.
Nella sua relazione alla legge che istituiva il nuovo codice (seduta del 19 novembre 1989 del Senato della Repubblica, pag. 15), dopo avere richiamato le parole di un grande studioso – il prof. Vittorio Frosini – che ammoniva sul fatto che nel nostro sistema penale il pubblico ministero fosse dotato di un “potere monocratico coperto da immunità e da privilegi, sottratto ad ogni controllo e censura”, così rispondeva e concludeva: «È vero che alcuni di questi poteri il nostro disegno di legge li toglie, ma rimane il fatto che il pubblico ministero è un magistrato appartenente all’ordine giudiziario. Alla separazione dei ruoli non si pensa ancora di arrivare o se ne parla genericamente: speriamo che ci si arrivi».
La separazione o è ordinamentale, o non è; si possono differenziare le funzioni, come adesso è, ma non sarà mai una separazione dei ruoli. E tutto ciò indipendentemente dalla correttezza, capacità ed equilibrio dei singoli magistrati che esercitano funzioni requirenti o giudicanti. Come scrive il sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione Dott. Iacoviello (rivista online Diritto di Difesa 16.2.26 ). «Qui non si discute il valore dell’arbitro, può essere anche il miglior arbitro del mondo. Ma non è terzo: e tanto basta per essere ingiusta la partita indipendentemente dal risultato… Per chi sceglie la laicità delle regole non c’è scampo: o si elimina la terzietà o si introduce la separazione delle carriere».
E se separo i ruoli, proprio per fare in modo che i pubblici ministeri non siano alle dipendenze di altri se non di se stessi, e dunque autonomi da ogni altro potere dello Stato, devo per forza di cose garantirgli un sistema di autogoverno autonomo, ovvero un proprio CSM. Cosa che questa riforma fa, con l’art. 104 che istituisce i due CMS. Una conseguenza obbligata.
Separazione dei ruoli, garanzia costituzionale di indipendenza di giudici e PM, garanzia costituzionale di governo autonomo. La filiera c’è tutta, risponde alla costituzione, offre maggiori garanzie per l’arbitro del processo. E tanto basta per dire che è cosa buona, certamente che migliora il sistema attuale e dà attuazione ad un principio costituzionale sinora rimasto parzialmente inattuato.
Poi c’è il nodo del “come” si andranno a costituire i due CSM, per capirsi bene il tema dell’estrazione a sorte dei componenti, togati e non togati.
E qui la riforma prova a mettere una pezza ad un dato di fatto che si è registrato da tempo, dalla nascita delle “correnti” che all’interno dell’Associazione nazionale magistrati hanno fatto sempre il bello e cattivo tempo.
Cosa sia accaduto è noto a tutti: si riusciva, e si riesce ad essere eletti al CSM, solo per il tramite della navetta delle correnti. È un bene? È un male? L’esperienza ci consegna alcuni dati che le vicende portate agli onori della cronaca hanno reso pubblici: questo sistema crea un legame forte tra chi elegge e chi viene eletto, fattore che, se in una sistema politico aperto – le elezioni dei rappresentanti dei cittadini nelle istituzioni pubbliche – può essere anche un bene, in un organo che deve decidere, per quello che stabilisce l’art. 105 della Costituzione, l’assunzione, la promozione, il trasferimento e gli illeciti disciplinari degli stessi magistrati, non è esattamente cosa buona perché si possono privilegiare le appartenenze al merito.
Dal momento che l’organo ha funzioni di alta amministrazione, e che la scelta non si opera tra soggetti qualunque, ma tra laureati selezionati con un duro concorso proprio per essere capaci di decidere della vita delle persone, l’estrazione a sorte tra di essi costituisce una formula idonea, perlomeno sulla carta, a eliminare il grave problema che il forte legame correntizio ha oggettivamente creato.
La legge ordinaria dovrà stabilire quale sarà il catino da cui attingere per l’estrazione a sorte, a partire dalla volontarietà, l’esperienza (attualmente si può essere eletti solo con almeno 12 anni di attività svolta) e altri elementi. Ma questo accade anche oggi perché il sistema elettorale già è disciplinato con legge ordinaria.
I laici verranno estratti a sorte tra un numero di soggetti preselezionati dal Parlamento in seduta comune che oggi prevede maggioranze qualificate. È una scelta obbligata dai numeri, non potendo pensare di scegliere a caso tra 260 mila avvocati e altre migliaia di professori universitari; ma obbligata anche dal merito, perché i magistrati sono selezionati da un concorso, per i laici deve almeno farsi una preventiva cernita in base ai loro curricula. Anche qui la legge dovrà stabilire il catino, ovvero da quanti avvocati e professori dovrà essere composto il recipiente da cui estrarre a sorte.
E allora anche qui non sappiamo se il rimedio sarà definitivamente efficace, ma certamente è una soluzione che può aiutare ad affrontare il problema esistente, restituendo alle correnti il ruolo che queste dovrebbero avere: non mere riproduzioni delle forze politiche – a cui i magistrati per legge non possono essere iscritti – all’interno dell’ANM e obbligata navetta per accedere al CSM, ma incubatori di partecipazione e formatori di coloro che domani vorranno mettersi in gioco e proporsi per il “catino” da cui estrarre a sorte.
L’Alta Corte, come organo distaccato che giudichi gli illeciti dei magistrati, è una normale conseguenza di questo percorso che cerca di rendere coloro che devono giudicare, più distanti possibile da coloro che devono al contempo decidere delle assunzioni, delle promozioni e dei trasferimenti. La composizione dell’Alta Corte viene garantita a maggioranza togata (9 membri togati e 3 laici). Il presidente della Repubblica non la presiede, ma nomina 3 membri, con un incremento di garanzia. Si consentono due gradi di giudizio di merito, mentre oggi se ne garantisce uno soltanto, con possibilità di ricorrere, per quanto disposto dall’art. 111 comma 7 della Costituzione, alla Corte di Cassazione per violazioni di legge come contro ogni altro provvedimento giudiziario. E dunque anche questa pare essere cosa buona.
Infine c’è il contesto. Ognuno può pensare tutto il male possibile dalla maggioranza che attualmente governa il Paese e che ha portato alla votazione parlamentare la presente riforma, una riforma, che per la verità, era stata in passato più volte proposta, in forme diversificate, ma che nella sostanza ricalcavano quella attuale, dalle forze del centrosinistra.
Possiamo farci condurre nella nostra scelta dalle improvvide esternazioni di chi governa o di chi sta all’opposizione, dall’idea di retropensieri che possono albergare nella mente di chi oggi ha la maggioranza parlamentare o, peggio ancora, dai post o da qualche registrazione rubata di qualche attore, magistrato, avvocato, giornalista e chi altri.
A me piace pensarla come i nostri padri costituenti che ricordavano come nei referendum i cittadini diventano legislatori, sono loro che decidono se approvare o non approvare una legge.
Io provo a decidere da legislatore, e se la legge è buona, se la legge migliora i principi e l’assetto attuale, la legge va votata. Io voto SI.
