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Italia > Opinioni e dibattiti

Referendum Giustizia, le ragioni per il NO

di Salvatore Nasca

- Fonte: Città Nuova

La domanda da porsi è: la riforma della magistratura è una garanzia in più o in meno per i cittadini? Votare No il 22 e 23 marzo permette di mantenere l’equilibrio tra i poteri che finora ha garantito una corretta vita democratica e pluralista. Ulteriori approfondimenti, con differenti posizioni, nel focus sulla separazione delle funzioni dei magistrati

Sold out al teatro Diana di Napoli per l’iniziativa a favore del No al referendum sulla giustizia 16 marzo 2026. ANSA/ CIRO FUSCO

A dicembre 2025 è apparso sul sito cittanuova.it l’articolo “Separazione delle carriere, una garanzia in più per i cittadini”, con il quale è stata presentata la riforma costituzionale sulla magistratura e il referendum confermativo previsto per il 22 e 23 marzo prossimi. Può essere utile tornare sull’argomento con alcune ulteriori osservazioni.

Un primo elemento riguarda il metodo con cui si è arrivati al referendum. La riforma è stata infatti predisposta dal Governo e presentata al Parlamento, che ha potuto soltanto votarla senza modificarla, senza un vero dibattito e senza possibilità di emendamenti. La riduzione del ruolo del Parlamento a mero approvatore di leggi elaborate dal Governo è cresciuta negli ultimi anni, ma questa è la prima volta che ciò accade per una riforma costituzionale, materia per la quale i costituenti avevano invece immaginato un ampio confronto tra parlamentari e con la società.

Non sembra proprio che questo sia il metodo corretto per toccare la nostra Costituzione, invidiata da tutti.

Venendo al contenuto, il punto più sottolineato è la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e pubblici ministeri. Ma in realtà una separazione di fatto esiste già: la cosiddetta legge Cartabia ha reso molto limitati i passaggi tra le due funzioni, che oggi rappresentano circa lo 0,4% dei casi. Si replica, allora, che una separazione totale sia necessaria a realizzare il modello accusatorio della Riforma Vassalli ed eliminare il condizionamento dei giudici da parte dei pubblici ministeri. Ma i dati ci dicono che il modello accusatorio funziona bene già dal 1989 e che i giudici non subiscono questa influenza: assolvono circa il 50% degli imputati in primo grado e il 70% in appello. Nella fase delle indagini preliminari, dove il pubblico ministero ha maggiore spazio, eventuali squilibri potrebbero peraltro essere corretti con una legge ordinaria.

Ma il punto più critico è che si sbandiera che l’obiettivo della riforma è questa separazione ma nel testo la si enuncia solo con due righe per rinviarla alla legge ordinaria. E, difatti, è materia di legge ordinaria, come fatto con la legge Cartabia, e lo stesso Vassalli era favorevole alla separazione delle carriere ma contrario a toccare la Costituzione.

La separazione operata dalla riforma riguarda, invece, il Consiglio Superiore della Magistratura, che verrebbe diviso in tre: uno per i giudici, uno per i pubblici ministeri e un’Alta Corte disciplinare, e così, secondo i sostenitori della riforma, si realizzerebbe una piena separazione tra giudici e PM. Questa separazione va però in contrasto con la confermata unità della magistratura, con il fatto che i costituenti, Calamandrei per primo, vollero un CSM unico per garantire l’indipendenza della magistratura dalla politica, e con il fatto che in quasi tutti i paesi europei la separazione delle carriere non ha richiesto né la divisione del CSM né la modifica della Costituzione.

Molto discusso è anche il nuovo sistema di nomina dei componenti dei due CSM, che prevede il sorteggio. Un sorteggio “assoluto” tra i magistrati, mentre avverrebbe all’interno di un elenco di esperti scelti dal Parlamento per i membri di nomina politica.

 I sostenitori della riforma ritengono che questo metodo possa eliminare il correntismo, ma non mancano le perplessità. Il CSM è un organo costituzionale di grande rilievo, per il quale sarebbe la prima volta, in Italia e in Europa, che i magistrati vengano selezionati per sorteggio.

Organismi internazionali come il Consiglio d’Europa e l’ONU raccomandano che almeno la maggioranza dei membri sia eletta, per garantire competenza, autorevolezza e riconoscimento, anche perché non è detto che un magistrato, pur bravo, lo sia anche a svolgere un compito di gestione amministrativa e di indirizzo. Inoltre, non c’è motivo che il sorteggio elimini le correnti: i sorteggiati potrebbero comunque appartenervi, ma in modo meno trasparente. Mentre per ridurre le degenerazioni del correntismo servirebbe altro (rafforzare rigidità dei criteri e temporaneità per gli incarichi, ecc.).

È stato anche osservato che la creazione di un CSM separato per i pubblici ministeri potrebbe rafforzarne il peso corporativo. I PM, infatti, passerebbero da 5 su 30 nell’attuale CSM a 20 su 30. Inoltre, il pubblico ministero oggi è un organo di giustizia che ricerca la verità, raccogliendo prove sia contro sia a favore dell’imputato e chiedendo anche spesso archiviazioni e proscioglimenti. Distaccarlo dalla cultura della giurisdizione condivisa con i giudici rafforzerebbe una cultura non più ma meno garantista e al contrario più conflittuale e inquisitoria, tutta centrata sull’accusa e la condanna.

Un altro punto centrale è l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, che sostituirebbe la sezione disciplinare del CSM al fine di avere un sistema sanzionatorio meno blando. Ma diverse sono le perplessità evidenziate da esperti.

Tra le principali: la disciplina verrebbe sottratta al CSM cui i costituenti attribuirono i compiti di nomina, trasferimento, promozione e disciplina ritenendoli i quattro chiodi necessari a fissare la sua autonomia dalla politica (Meuccio Ruini); la maggiore rigorosità del sistema disciplinare italiano rispetto agli altri Paesi europei che i dati ufficiali evidenziano; la creazione, per la prima volta nella nostra storia costituzionale, di una sorta di tribunale speciale; l’esclusione dal sorteggio dei magistrati di merito a contatto con le difficoltà dei tribunali e il fondato dubbio che contro le sentenze non sia più possibile ricorrere in Cassazione ma solo alla stessa Alta Corte in diversa composizione.

Uno dei temi su cui si è più discusso è l’autonomia della magistratura. I sostenitori della riforma ritengono che il nuovo sistema renderebbe i magistrati più liberi dalle correnti e da ogni condizionamento. Ma è, a mio avviso, più sicuro l’effetto opposto. La divisione del CSM indebolirebbe infatti la magistratura nel suo complesso, venendo a mancare un organo unico capace di interloquire alla pari con gli altri poteri dello Stato.

Inoltre, con il sorteggio, avremo la parte togata scelta a caso e quella “politica” dal Parlamento, e sia la psicologia sia la sociologia (Gaetano Mosca) sia l’esperienza di tutti noi testimoniano che una minoranza autorevole, organizzata e compatta è più forte e influente di una maggioranza casuale e disorganizzata.

L’Alta Corte non sarà, poi, più presieduta dal Presidente della Repubblica ma da un membro di nomina politica e i togati non saranno più 2/3 del totale ma 3/5: potrà bastare un solo togato “colpevolista” per sanzionare, sarà quindi più facile sanzionare un magistrato sgradito alla politica e così “orientare” i magistrati a tenere conto delle preferenze politiche del momento. Ma Calamandrei sosteneva che la Costituzione deve “liberare ogni magistrato dal timore che la politica possa danneggiarlo, e togliergli ogni speranza che un atteggiamento servile possa giovare alla sua carriera”.

C’è, inoltre, da considerare il ruolo del pubblico ministero. In tutti i Paesi dove esistono due CSM, il PM è controllato dal governo (anche indirettamente, come in Portogallo tramite il Procuratore Generale). Non a caso la Corte costituzionale italiana ha più volte sottolineato che l’indipendenza del PM è garantita proprio dalla sua appartenenza allo stesso ordine del giudice, e la relatrice speciale delle Nazioni Unite per l’indipendenza di magistrati e avvocati afferma che la separazione può esporre i PM a pressioni politiche. E, difatti, non a caso sono già pronti diversi disegni di legge che vanno in questa direzione.

L’assunzione di un ruolo più forte da parte della politica nei confronti della magistratura e della giustizia appare, perciò, un dato oggettivo già presente nel testo della riforma e che lo sarà inevitabilmente ancora di più nelle leggi di attuazione.

Sono diverse, del resto, le dichiarazioni di esponenti del Governo che confermano questo obiettivo, e tra queste qui si può solo ricordare che il Ministro Nordio ha chiarito che

«Oggi la riforma conviene a noi perché governiamo noi, poi converrà a loro (opposizione)», il sottosegretario Delmastro che «la riforma è solo il primo passo, perché occorre portare il PM sotto l’esecutivo», il vice presidente Tajani che «La polizia giudiziaria non può rimanere sotto al PM», il sottosegretario Mantovano che «c’è un’invasione di campo dei magistrati che deve essere ricondotta», e la presidente del Consiglio che «La riforma della giustizia e della Corte dei conti rappresenta la risposta più adeguata a un’intollerabile invadenza della magistratura».

In conclusione, il voto non dovrebbe essere espresso né sulla separazione delle carriere (materia di legge ordinaria) né sul favore o meno al governo in carica (per questo ci saranno le elezioni), ma sulla modifica dell’equilibrio costituzionale tra i poteri dello Stato che la riforma vuole realizzare.

Se si dovesse ritenere, perciò, positivo che si rafforzi il potere della politica sulla magistratura e sulla giustizia, potrà essere corretto votare SÌ. Ma se si ritiene che l’attuale equilibrio tra i poteri abbia garantito e garantisca una corretta vita democratica e pluralista, che sia dannoso che la politica occupi ancora più spazi di quelli che ha già e che l’unità e l’indipendenza della magistratura rimangano per ciascuno di noi, comuni cittadini, una garanzia irrinunciabile di legalità e di uguaglianza, sarà indispensabile andare a votare e votare NO al referendum.

Al di là dell’esito del referendum, infine, sarebbe bello se tutti i sostenitori del SI e del NO si impegnassero seriamente sui problemi urgenti della giustizia, non toccati dalla riforma ma che incidono, quelli si, sulla vita dei cittadini: lentezza dei processi, carenza di magistrati e di personale, arretratezza dei sistemi informatici, ecc. Per farlo, “basterebbero” risorse simili ai 150 milioni l’anno che costerebbe questa riforma, ma sarà necessaria una seria volontà politica, finora mancata, e questo dipende anche da quanto noi cittadini riusciremo a farci sentire.

Ulteriori approfondimenti sulle ragioni del Sì e le ragioni del No nel focus di Città Nuova “Referendum sulla giustizia 2026, approfondisci le diverse posizioni“.

 

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