Reddito e povertà, politiche contro

Si consolida il potere del governo del “fare” di Giorgia Meloni che raccoglie consensi anche nelle elezioni locali. Cresce anche il dissenso delle organizzazioni sociali contro il decreto lavoro che verrà trasformato in legge entro luglio. Con la riduzione drastica del reddito di cittadinanza centinaia di migliaia di persone rischiano di ricadere nella povertà estrema. Intervista a Antonio Russo, portavoce dell’Alleanza italiana contro la povertà
povertà e reddito Foto Roberto Monaldo / LaPresse 27-05-2023

La maggioranza politica di destra che guida il governo in carica vive, in Italia, un momento di forte consenso come dimostra il risultato al ballottaggio delle elezioni comunali del 27 e 28 maggio.

Foto Filippo Attili/Palazzo Chigi/LaPresse

Mentre si consolidano alcune posizioni chiave nel settore delle imprese pubbliche e dell’informazione, prevale nello stile dell’esecutivo Meloni la categoria del “fare”, verbo che denota molte organizzazioni che si rifanno all’area di Fratelli d’Italia e che si palesa in certe scelte di immagine come il consiglio dei ministri convocato a Cutro, dopo l’ecatombe di migranti sulle spiagge calabresi, o quello svoltosi il primo maggio per approvare il decreto lavoro mentre i sindacati confederali organizzavano il concertone in piazza San  Giovanni e quelli dissidenti si radunavano a Taranto.

Il decreto lavoro non è stato annunciato con un comunicato ma con un video, anche se poi i contenuti sono scritti esattamente in base ad un’impostazione generale che va dal cambiamento della misura del reddito di cittadinanza alla liberalizzazione dei contratti di lavoro a termine e alla reintroduzione dei voucher.

La protesta dei sindacati è stata finora articolata in manifestazioni disciplinate e programmate in diverse giornate, prima di arrivare a luglio quando il decreto sarà convertito in legge da un Parlamento saldamente sotto controllo dei partiti di governo.

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Allo stesso tempo si sta formando spontaneamente un movimento di contestazione contro i pesanti tagli alla misura di sostegno al reddito della fascia di popolazione che rientra nell’arra della povertà assoluta. L’appello “Ci vuole un reddito” ha radunato a Roma oltre 10 mila persone di numerose organizzazioni sociali che hanno dato vita ad un corteo aperto da una selva di carrelli della spesa senza merce perché svuotati dalla perdita del potere d’acquisto dei redditi più bassi o dal taglio netto al reddito di cittadinanza che non ha “abolito la povertà”, come annunciato trionfalisticamente da alcuni, ma è stato un sostegno decisivo per molti durante la lunga fase dell’epidemia da Covid. Secondo le oltre 40 realtà sociali che promuovono la campagna “ci vuole un reddito”, il Reddito di cittadinanza «ha evitato una catastrofe sociale» perché avrebbe «svolto un ruolo chiave per la tenuta sociale del nostro Paese: erogato a 3 milioni e mezzo di persone, ha protetto una rilevante fascia della popolazione permettendogli di superare la soglia di povertà e arrivare alla fine del mese».

I dati generali sono quelli conosciuti da tempo e parlano di 5,6 milioni persone che in Italia vivono in povertà assoluta, una definizione tecnica che indica coloro che non hanno le risorse per «avere accesso a beni e servizi considerati essenziali». Esiste anche se sommersa, una più larga fascia di popolazione composta da circa 15 milioni di persone a costante rischio di esclusione sociale. Lo slogan dei manifestanti romani è stato un invito a superare le consuete dinamiche di lotta tra i poveri per prendersela invece «contro gli affamatori e non contro gli affamati» nella convinzione di dover rispondere e «di reagire alla solitudine e alla costante incertezza di chi vive con il proprio reddito da lavoro o di chi un lavoro neanche lo ha».

Antonio Russo, nuovo portavoce dell’Alleanza contro la povertà, usa toni meno perentori ma è comunque molto critico nei confronti delle decisioni del governo sul reddito di cittadinanza. Una misura che andava migliorata e affinata ma non ridotta così drasticamente come esplicitato nell’audizione che l’Alleanza ha presentato il 16 maggio alla commissione affari sociali del Senato.

Nella memoria lasciata agli atti, il documento inizia andando direttamente al punto affermando che «la sostituzione del Reddito di Cittadinanza con l’Assegno all’Inclusione, una misura categoriale rivolta esclusivamente alle famiglie con minori, anziani o disabili, e il Supporto per la formazione e il lavoro, per le altre famiglie, costituisce una profonda e preoccupante novità» perché in tal modo «viene abbandonato il principio del reddito minimo (oggi vigente nella maggior parte dei paesi europei), il quale prevede che qualsiasi nucleo familiare che si trovi in condizione di povertà debba ricevere un sostegno minimo al reddito».

Chiediamo perciò a Russo: cosa è che più preoccupa nell’impostazione generale decisa dal governo?
Lo stesso criterio di fondo che sta alla base della riforma del Reddito di cittadinanza contenuta all’interno del decreto lavoro. Ormai è possibile nel nostro Paese dividere chi vive in circostanze di fragilità sociale in categorie.

È stato presentato come un modo per trattare diversamente casi differenti tra loro…
È un provvedimento che sostanzialmente sdoppia il contributo preesistente Rdc (Reddito di cittadinanza) in due differenti strumenti: l’Adi (Assegno d’inclusione) e il Sfl (Supporto per la formazione e il lavoro). Entrambi, però, rischiano purtroppo di mancare completamente l’obiettivo. Per la prima volta, rispetto alle misure precedenti che si sono susseguite dal 2013 ad oggi, si perde l’universalità del diritto e, con esso, la prospettiva di una vita dignitosa per tutti.

Cosa comporta tale scelta?
In sostanza i poveri vengono così divisi in due categorie: gli occupabili, coloro presumibilmente in grado di essere inseriti nel mercato del lavoro e, i non occupabili, definiti tali per condizioni di età e composizione del nucleo familiare.  Oggi la povertà si divide per categorie di meritevoli e non meritevoli senza che il metro di valutazione trovi pari criterio in altri Paesi europei.

Come funziona tale separazione?
L’Assegno d’inclusione è pensato per le famiglie non occupabili con minori, disabili oppure over 60 all’interno del nucleo. Ha una durata di 18 mesi, cui segue un mese di pausa e altri 12 mesi di sussidio. Per accedere a questa misura l’Isee non deve superare i 9.360 euro e l’importo sarà di 500 euro, a cui eventualmente vanno aggiunti 280 euro per l’affitto e ulteriori incrementi sulla base della scala di equivalenza.  L’Adi, a una prima lettura sembrerebbe un po’ più generosa rispetto al Rdc (dal quale non si distanzia molto) per nuclei familiari con a carico persone disabili.

Cosa è che non vi convince?
Il fatto che in nessun modo si considerano i carichi familiari dai 18 ai 60 anni. Di questa seconda platea, i cosiddetti occupabili, dovrebbe farsi carico la seconda misura, per i quali è previsto l’accompagnamento al lavoro. A questi spetterebbe l’Sfl, con un contributo mensile di 350 euro per 12 mesi non prorogabili. Non poche e non semplici le condizioni di accesso: limiti di reddito fissati a 6mila euro l’anno e frequenza obbligatoria di un corso di formazione o partecipazione a un progetto di servizio civile o, ancora, svolgimento di un lavoro socialmente utile. L’indennità di 350 euro sarà corrisposta solo per il periodo in cui queste iniziative si svolgeranno. Altra condizionalità legata alla Sfl saranno le cosiddette “proposte congrue”.

In cosa consiste questa congruità della proposta di lavoro?
È l’accettazione di un’offerta di lavoro con contratto a tempo indeterminato, purché superiore a 12 mesi, oltre gli 80 chilometri di distanza, con tutte le conseguenze che ne deriveranno. Per contratti al di sotto dei 12 mesi, la proposta sarà congrua anche quando collocata entro gli 80 chilometri da casa.

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Cosa ne pensate in merito?
Abbiamo molte perplessità su un provvedimento che trova applicazione in un momento di particolare difficoltà economica in cui le fragilità sociali potrebbero crescere e, con esse, la forbice della disuguaglianza. Resta il fatto che tra qualche mese, circa 213mila persone perderanno l’unico sussidio che gli garantiva un minimo vitale, evitando di non scivolare in una condizione di povertà estrema. La stessa sorte potrebbe toccare ad altre circa 200mila persone con lo scadere dell’anno.  E restano inoltre altre questioni irrisolte.

Di che tipo?
Ne esistono molte. Ad esempio bisogna chiedersi: come faranno coloro che non riusciranno a trovare una occasione di formazione o di lavoro a non scivolare in una condizione di povertà estrema? I Comuni, insieme alle agenzie per il lavoro, chiamati ad una presa in carico dei senza sussidi e senza occupazione, saranno in grado di accompagnare queste persone nel processo di acquisizione di competenze che gli consentiranno un inserimento lavorativo?

Alcune di queste anomalie possono essere risolte?
Speriamo che vengano affrontate e corrette nel dibattito parlamentare in corso sul Dl 48 2023. Ma alla radice dobbiamo contrastare l’affermarsi di una visione che considera la povertà come una colpa e non una condizione complessa, a più dimensioni e a volte indotta di cui uno Stato ha il dovere di farsi carico. Siamo perplessi dal fatto che sia mancato nell’arrivare a tale decreto una fase di ascolto delle realtà impegnate da tempo sul tema.

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