Razzismo. Un virus contagioso

Anche i fatti di Rosarno fanno prendere coscienza sul rapporto col "diverso". I limiti di politica e media. La risposta civile di chi non si rassegna.
Razzismo
Tre sorprendenti notizie d’inizio d’anno ricavate dalla lettura di alcune testate giornalistiche del nostro Paese: il razzismo in Italia non è più un’emergenza; non ci sono più rifugiati; ha preso piede un linguaggio internazionale unico. Ci dispiace deludere i nostri lettori: queste notizie sono sì vere, ma non sono per niente buone. Il razzismo infatti non è più un’emergenza perché sembra diventato prassi diffusa, avendo subìto un processo di cronicizzazione che ne rende più resistente il “virus”. I rifugiati non esistono più solo all’interno del mondo dell’informazione, dove si parla in maniera indiscriminata per lo più di clandestini. Infine, il linguaggio internazionale unico ha una sola parola

che racchiude in sé molti significati: “buuu”, quell’insulto che in tanti stadi italiani, e non solo, viene riservato a giocatori di colore, dal camerunese Eto’o al brasiliano Luciano, dall’ivoriano Zoro all’italoghanese Balotelli.

Siamo dunque diventati tutti razzisti? Non è questo che vogliamo dire e non solo perché sarebbe triste se fosse vero, ma soprattutto perché non è nelle corde del nostro popolo (e forse di nessun popolo) essere tali. Ciò non toglie che la situazione è complessa. Sono ancora sotto i nostri occhi le

scene dei “trasferimenti” degli immigrati di Rosarno che hanno dovuto abbandonare la cittadina calabrese in seguito agli scontri provocati da alcuni facinorosi che avevano sparato sugli immigrati, ferendone un paio. Quanto è bastato per far esplodere la rabbia e gli scontri poi degenerati in guerriglia urbana (vedi intervista). Senza arrivare a quei livelli, è solo di qualche giorno dopo la notizia di un uomo senza fissa dimora di origini marocchine che a Napoli è stato prima gettato in una fontana gelida e poi lasciato morire assiderato su una panchina. Autori del folle gesto, solo

l’ultimo di tanti che vanno ad alimentare l’inventario dell’intolleranza, una banda di ragazzini, come sembra.

 

Rapporti internazionali

 

L’Italia discrimina gli immigrati e viola alcuni diritti umani fondamentali. Questa, in sintesi, l’accusa rivolta al nostro Paese dall’Ilo (Agenzia per il lavoro

dell’Onu) all’interno di un rapporto sull’applicazione delle convenzioni internazionali. Un’affermazione argomentata a partire dal trattamento riservato a tanti lavoratori immigrati, «soprattutto quelli provenienti dall’Africa, dall’Europa orientale e dall’Asia, che comprende salari bassi e pagati in ritardo, orari eccessivi e situazioni di lavoro schiavistico»; per continuare con i maltrattamenti delle forze di polizia verso i rom, la «retorica discriminatoria di alcuni leader politici che associano i rom alla criminalità».

E non è da meno il rapporto reso pubblico lo scorso aprile da Thomas Hammarberg, commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa. Nel nostro Paese, ha rilevato, si va manifestando una preoccupante tendenza al razzismo e alla xenofobia «talvolta sostenuta dalle azioni delle collettività locali», mentre la criminalizzazione dell’immigrazione irregolare, «una misura sproporzionata che va oltre gli interessi legittimi di uno Stato a tenere sotto controllo i propri confini», finisce per provocare «ulteriore stigmatizzazione ed emarginazione dei migranti, nonostante la maggioranza di

questi contribuisca allo sviluppo degli Stati e delle società europee».

A registrare, quasi in silenzio, le cifre dell’intolleranza nel nostro Paese esiste da cinque anni l’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazione razziale) al cui numero verde (800901010) arrivano ogni anno circa 10 mila segnalazioni. Proteggendo l’identità di vittime e testimoni, raccoglie quello che altri, forze dell’ordine comprese, non possono raccogliere, perché non è reato la violenza psicologica e verbale riservata a tanti cittadini di altra nazionalità. E teatro di questa violenza spesso

sono le piazze, i mezzi di trasporto, gli uffici pubblici, i luoghi di lavoro, il più delle volte nella quasi generale indifferenza di chi è presente.

Insomma, dalle parti delle istituzioni di controllo non c’è grande tranquillità.

È vero, talvolta queste affermazioni sono di parte; ma non si tratta più di voci isolate, quanto di un coro.

 

Esame di coscienza

«È razzismo ciò che trasforma le differenze in disuguaglianze», afferma Tahar Ben Jelloun, lo scrittore marocchino di levatura internazionale. Probabilmente, un serio esame di coscienza potremmo farlo tutti. Ma una responsabilità particolare ce l’hanno politica e informazione per il ruolo chiamato a svolgere.

La classe politica spesso appare più interessata, a destra come a sinistra, a cercar consensi attorno ai temi della sicurezza (e quindi dell’immigrazione) che ad affrontare seriamente le problematiche ad essa connesse. E risulta davvero scoraggiante una Ricerca nazionale su immigrazione e asilo nei media italiani elaborata da un’equipe della facoltà di Scienze della comunicazione

della Sapienza di Roma. Lo studio (www.cattivenotizie.wordpress.com) evidenzia quanto l’informazione fornita dai tg Rai e Mediaset, come dai quotidiani più diffusi, contribuisca ad alimentare una cultura di fondo razzista. Qualche esempio. L’immigrazione raramente è trattata come un tema da approfondire. Più in generale viene associata a criminalità e sicurezza, che diventano l’unica chiave di lettura. Sul totale di 5684 servizi di tg andati in onda nel periodo di rilevazione, solo 26 affrontano l’immigrazione senza legarla a un fatto di cronaca o al tema della sicurezza. Vi è pure una netta sproporzione fra la presenza sui media di esponenti politici e quella di altri soggetti coinvolti (cittadini, comunità straniere, volontariato…) e questo sposta il dibattito più sul piano ideologico che sui reali contenuti dei provvedimenti. Sempre più, inoltre, vengono diffuse

informazioni e immagini lesive della dignità delle persone coinvolte. Su 163 servizi riguardanti fatti di cronaca con protagonisti migranti, 65 contengono materiale che può portare all’identificazione dei soggetti interessati con un dato percentuale (39,9 per cento) superiore di dieci punti rispetto ai servizi che riguardano gli italiani (29,7 per cento).

Un altro aspetto. Le persone straniere protagoniste di fatti criminali compaiono nelle notizie più facilmente dei “colleghi” italiani (59,7 per cento contro il 46,3 per cento), ma tendono a scomparire nella fase processuale. Conosciamo così le lacrime di Amanda Knox e l’urlo di liberazione di Alberto Stasi, ma niente più delle vicende degli immigrati.

 

I dettagli sui media

 

Compare sulla stessa colonna del Corriere della Sera: «Rapina due donne. Arrestato marocchino». «Difende un anziano. Autista picchiato». L’autista è un cittadino di origine salvadoregna, ma… in questo caso che importa dirlo? E poi non è vero che il dettaglio prevalente per gli immigrati è la nazionalità, mentre per gli italiani è la professione, l’età, l’avere o no un lavoro?

E qual è la parola che spopola su tg e quotidiani? Clandestino. Poco importa se del 13 per cento complessivo dei migranti giunti in Italia via mare nel 2008, ben il 73 per cento era costituito invece da richiedenti asilo.

Infine, fatti isolati di cronaca nera vengono presentati come una sequenza, una vera e propria “scia criminale” di cui avere paura. Non meravigliamoci, dunque, se assistiamo a certi comportamenti intolleranti, se stiamo perdendo la capacità di rimanere offesi dai comportamenti che ledono la dignità altrui. Non rassegniamoci, però, e interroghiamoci se dietro tanti atti etichettati come razzisti, non ci sia anche altro. Ad esempio il senso di noia di tanti ragazzini che ne sono autori, il disagio sociale di adulti che non hanno lavoro, valori, affetti. «Bisogna ripartire dal significato della persona», ha affermato di recente Benedetto XVI a proposito dei fatti di Rosarno, invitando a «guardare il volto dell’altro e a scoprire che egli ha un’anima, una storia e una vita e che Dio lo ama come ama me».

Aurora Nicosia

 

L’accoglienza non è morta

 

Intervista a Vincenzo Alampi, responsabile della Caritas di Oppido-Palmi (Rc),

sui fatti di Rosarno.

 

Da quello che si legge sui giornali, finalmente è tutto tranquillo…

«Sì, ma è una tranquillità amara come quella che si respira dopo un terremoto. Gli immigrati non ci sono più: qualcuno è stato portato via a forza, altri se ne sono andati spontaneamente per conservare la propria dignità. Ha fatto una pessima figura non solo Rosarno, ma la civiltà intera, che ha perso una grande occasione di umanità e carità. La colpa, se c’è, è di tutti».

 

La Chiesa locale che cosa ha fatto prima che la situazione esplodesse?

«Nella parrocchia del Bosco, la più vicina agli immigrati, dove mi trovo, le suore francescane hanno lavorato con e per loro da anni. Anche la Caritas, le parrocchie e l’intera comunità sono sempre state loro vicine: i rosarnesi che si sono macchiati di violenze sono una minoranza all’interno di un popolo solidale ed accogliente, che ha anche aperto le proprie case a chi non aveva dove vivere».

 

Che ruolo può aver avuto la criminalità organizzata?

«Si sa che la ‘ndrangheta ha approfittato della situazione e cavalcato la protesta. Tanto più che gli africani, non conoscendo questa realtà, non concepiscono di dover dare 5 o 6 euro di mazzetta, su una paga giornaliera di 25 euro, al caporale di turno: non lo accettano, e si ribellano. Da lì nasce la rabbia, gli spari l’hanno solo fatta esplodere».

 

Ora gli immigrati se ne sono andati, i loro alloggi sono stati distrutti: la città vuole dimenticare?

«Più che dimenticare, vuole ricominciare. Dobbiamo conservare la memoria di questi fatti perché non si ripetano. Però con queste premesse non è facile: nessuno lavorerà più nei campi, gli immigrati erano gli unici ad accettare quelle condizioni di lavoro e quelle paghe. Ma finché un chilo di arance sarà pagato al produttore solo 6 centesimi, i proprietari non potranno mai essere competitivi pagando ai lavoratori il giusto, e sarà più conveniente per loro lasciare i frutti sugli alberi. E poi non dimentichiamo il problema del lavoro nero: abbiamo visto tanti lavoratori infortunati rimasti senza alcuna tutela. Questo è il momento giusto per riflettere, parlare, e dimostrare che la civiltà non è morta».

Chiara Andreola

 

Quel pugno a Jimmy

 

Ognuno di noi può fare qualcosa per disinnescare la miccia del razzismo. L’esperienza di una lettrice.

 

Sono alla stazione di Milano, con il cuore colmo di gioia: arriva la mia nipotina di 11 anni. Passiamo un attimo dai bagni della stazione con entrate elettroniche che si aprono tramite inserimento di una moneta, inservienti uomini e donne a controllare. Mentre aspetto, si fa avanti un ragazzo di colore più o meno della mia età, un habitué della stazione. Soldi alla mano, tenta di inserirli per entrare in bagno, ma uno degli inservienti lo blocca, lo strattona, intimandogli di andar via. Spinto fuori, in una specie di italiano comincia a dire: «No razzismo», ripetendolo più volte.

Chiedo agli inservienti perché non lo facciano entrare; mi rispondono che fanno un lavoro pericoloso dal punto di vista della sicurezza e che sono stufi di quella gente. Il ragazzo continua a ripetere: «No razzismo», finché l’inserviente gli molla un pugno sulle labbra. Una smorfia di dolore: «Perché mi fai questo?». Resto sbigottita, mi sento come se quel pugno l’avesse dato a me, avverto il dolore della dignità schiacciata, di una persona indifesa sopraffatta.

L’inserviente chiama la guardia privata preposta alla sicurezza e dichiara dinanzi a tutti di essere stato aggredito dal ragazzo. I suoi colleghi, uomini e donne, confermano. La guardia di vigilanza fa per allontanare il ragazzo di colore: «Jimmy – dice –, io ti conosco, non hai mai disturbato nessuno qui in stazione. Dimmi cosa è successo, altrimenti sarò costretto ad arrestarti».

Non dimenticherò mai lo sguardo di Jimmy, smarrito, alla ricerca di qualcuno che potesse confermare la verità. A quel punto, mi avvicino: «Non è andata così!». D’improvviso gli sguardi cattivi degli inservienti sono tutti su di me, ma non ho paura, devo rispondere alla sete di giustizia di Jimmy.

La guardia sorride e mi chiede se voglio confermarlo dinanzi alla polizia. Rispondo di sì e vengo scortata con Jimmy a deporre alla polizia, la quale poi scende nei bagni per interrogare gli altri. Nel

frattempo, Jimmy mi chiede chi sono e perché l’ho fatto. «Ti ho difeso perché sono cristiana, e anche tu sei un figlio di Dio!». Il tumulto del mio cuore si rasserena nel «grazie» di Jimmy.

La guardia mi sorride di nuovo. Jimmy sceglie di non sporgere denuncia per non creare problemi a nessuno, dicendo che gli basta essere creduto. Non ho più rivisto Jimmy. I poliziotti mi hanno riferito che sta bene. Ho rivisto invece gli inservienti e ho pregato per loro.

Sara Pasquariello

LA PAROLA AI LETTORI

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