Ratan Tata, industriale e operaio

Qualche mese fa, mi ero trovato quasi per caso al salone vip dell’aeroporto di Mumbai. Ricordo che avevo tirato fuori il mio computer e cominciato a scrivere un articolo. Ero completamente preso dal mio lavoro, ma di tanto in tanto notavo gente che si fermava a sbirciare o che s’infilava nell’angolo in cui mi ero messo per starmene in pace. Dopo un po’ di questo andirivieni, alzai la testa verso il mio vicino: era Ratan Tata. È come se a Fiumicino, negli anni Ottanta, fosse capitato di sedersi di fronte a Giovanni Agnelli. Alto, distinto, elegante, era il centro d’attrazione del salottino, che pure raccoglieva gente abituata a viaggiare, imprenditori ed uomini d’affari indiani e di altre nazionalità. Senza perdere la compostezza che gli conoscevo per averlo visto centinaia di volte alla televisione, sorrideva, stringeva la mano a chi si presentava, scambiava qualche parola. Nel complesso una lezione di semplicità, riservatezza e stile. Ecco Ratan Tata, l’uomo simbolo dell’India d’inizio millennio, che in questi giorni ha appreso dai suoi quotidiani che per quest’anno la crescita sarà solo dell’8 per cento, rispetto all’8,6 per cento del 2006. Cose da far impallidire l’Europa fresca del trionfo esibito per essere riuscita a toccare il 2 per cento nell’anno appena concluso. Nel gennaio scorso, India Today, il quindicinale più diffuso del Paese, gli ha dedicato una copertina, insieme ad altri tre magnati, tutti molto più giovani, la generazione successiva. Il titolo è significativo: Gli acceleratori. Gli uomini simbolo dell’economia del boom indiano ed il suo emergere a livello globale. Ratan Tata è una spanna sopra gli altri, non solo perché la natura lo ha fatto prestante ed atletico, ma anche perché tutti sanno che, sebbene gli altri si chiamino Mahindra,Mittal ed Ambani (tutti nomi con fatturati da capogiro) è lui a rappresentare il grande balzo del colosso asiatico: dall’India al mondo. Il gruppo di cui è a capo, il Tata Group, può vantare più del 40 per cento del suo fatturato proveniente da operazioni internazionali. Negli ultimi anni, infatti, ha acquistato 25 aziende per una valore di 4 miliardi di dollari americani. Nel 2006 il gruppo (formato da 96 imprese) ha registrato una crescita complessiva del 25 per cento. In Italia lo abbiamo visto, forse di sfuggita, con Prodi e Montezemolo a Mumbai e a Delhi, durante la recente visita del nostro primo ministro in India; o, lo scorso anno, sulle foto dei quotidiani mentre firmava gli accordi con l’amministratore delegato della Fiat,Marchionne. Intanto si cominciano a vedere le Tata, auto interamente indiane, circolare sulle nostre strade. È anche questo un segno dell’India globale. A chi gli fa osservare l’altro grande gigante asiatico, la Cina, come una minaccia dietro la porta di casa, Tata risponde: È arrivato il tempo per l’India di avere il coraggio che la Cina ha avuto ed ha. Dobbiamo smetterla di occuparci di piccole crescite regolari. Finiamo per essere fuori moda prima di cominciare. Dobbiamo guardare al grande e all’esterno . È esattamente quello che Tata sta facendo da vari anni. Ma chi sono i Tata, questa famiglia parsi (vedi riquadro), questi magnati che in India dal 1870 coniugano il settore tessile a quello dell’acciaieria, quello della produzione del tè a quello dei servizi, catene di hotel, all’informatica e alla telecomunicazione? Basta aprire il sito Internet e sotto il titolo I titani dei Tata leggiamo: C’è una grande differenza fra il fare soldi per sé ed il creare ricchezza per gli altri. Ratan è solo l’ultimo di una grande dinastia nata con Jamsetji Tata, che nel 1870 cominciò con una produzione tessile e la costruzione di centrali per la produzione di energia. Fu merito suo, e di qualche altro grande, se l’India impostò un discorso rimasto nascosto per un secolo e che sta ora esplodendo: l’industrializzazione del Paese. A Jamsetji seguirono altri grandi della famiglia tra cui Dorab che, accanto agli interessi personali e della famiglia, cominciò ad allineare l’aspetto filantropico e del servizio sociale, che il figlio Ratan Tata (omonimo dell’attuale) continuò a vantaggio dell’uomo della strada, cercando di conseguire il bene comune ed i servizi e le infrastrutture in un Paese impegnato nella lotta per l’indipendenza. Il trust che porta ancora oggi il suo nome collabora alla realizzazione di progetti di diverso tipo per il progresso e l’alfabetizzazione per alleviare le sofferenze umane e realizzare allo stesso tempo opere di utilità pubblica. Ma prima di arrivare al nostro Ratan la famiglia era riuscita a sfornare un altro grande: JRD. Tutti in India lo conoscevano ed ancora lo citano con le semplici iniziali dei suoi tre nomi. Nel 1932, giovanotto aitante e intraprendente, aveva lanciato l’aviazione indiana con un volo in solitaria da Karachi a Bombay. Fu il battesimo di quella che poi diventò la compagnia di bandiera: l’Air India, ancora oggi con una grande partecipazione dei Tata. Ed è proprio accanto al vecchio, grande JRD, che appare negli anni Sessanta e Settanta Ratan. Una vita, se vogliamo, rocambolesca e per niente gratuita, anche se il nome era quello ed era grande. Nel 1962 Ratan era andato negli Usa a studiare e, qualche anno dopo, era ritornato in India, a lavorare con l’Ibm. JRD, suo zio, era furente che un Tata si fosse messo con l’Ibm, l’unica che produceva macchine da scrivere elettriche in quell’epoca. Lo zio chiese il curriculum vitae del nipote che lo batté a macchina e glielo mandò. Qualche giorno dopo fu assunto e spedito a Jamshedpur, nella città del Tata Steel, a lavorare in fabbrica. Nessuna preferenza, quindi; anzi, il giovane rampollo di famiglia finisce a lavorare nelle ferriere, guida i muletti e le gru. Non ero stato assunto per queste mansioni – precisa -, ma mi trovavo a far di tutto. Ero gomito a gomito con gli operai, mi trattavano come uno di loro. Poi, nel 1971, il grande balzo: a Ratan viene affidato un compito difficile. Diventa l’amministrato delegato di una delle aziende di famiglia, la Nelco (National Radio and Electronic Company). La situazione era a dir poco comatosa: capace di ritagliarsi solo il 2 per cento del mercato nazionale del settore e con un terrificante 40 per cento di perdita. Tra il 1981 ed il 1984 la situazione si ribaltò: con Ratan alla guida l’azienda fu capace di conquistare una fetta pari al 20 per cento del mercato interno eliminando le sue perdite e passando in attivo. Ma la grande fortuna di Ratan Tata arrivò nel 1991: anno decisivo per l’economia indiana. Manmohan Singh, attuale primo ministro, ed allora ministro delle Finanze, con una mossa abile ed accorta, ma anche lungimirante, aprì l’India, Paese fino ad allora socialista e a regime statalizzato, ad un’economia di mercato. Proprio nel 1991 Ratan divenne il presidente del Gruppo Tata e sostituì la vecchia guardia con manager capaci ed intraprendenti. Il 31 gennaio ha concluso la scalata al gruppo anglo-olandese della Corus (produttori d’acciaio ed alluminio), acquistato per 12 miliardi di dollari, battendo sul filo di lana un gigante brasiliano. La nuova Tata con la Corus, rappresenta la quinta potenza mondiale nel settore dell’acciaio. Eppure Ratan Tata non si scompone: ha le idee chiare per il futuro, come l’aveva già vent’anni fa, nonostante lo zio JRD gli avesse lasciato una eredità principesca, ma anche pesante e farraginosa. Mi ero reso conto – dice – che il gruppo aveva bisogno di coesione. O meglio la coesione che caratterizzava il gruppo allora era proprio mio zio JRD. Tata, il grande patriarca. Tuttavia, senza di lui, non esisteva un collante coesivo, legale e finanziario. Ma Ratan, in questi anni, dopo la sua morte di JRD è riuscito a creare la coesione necessaria e il gruppo oggi è perfettamente articolato, secondo le esigenze del mercato e le leggi del management più avanzato. Vent’anni fa, quando diventò il direttore della Tata Steel, tornò in fabbrica. Passai di reparto in reparto ed alcune delle nostre maestranze mi vennero incontro per dirmi: Abbiamo lavorato insieme. Si ricorda?”. Mi regalarono anche un mazzo di fiori. Mi fece un piacere immenso. Ho imparato molto da quell’esperienza: mi ha fatto sentire uno con tutti quelli che lavorano per Tata, avere lo stesso spirito di chi lavora in reparto. Tata ha ancora un sogno e spera di arrivarci presto: produrre un’auto che costi solo 100 mila rupie: poco meno di duemila euro. Sarebbe la ciliegina sulla torta, in perfetta sintonia con lo spirito di famiglia: non creare ricchezza solo per sé, ma anche per la nazione. IL GRUPPO TATA OGGI Il Gruppo Tata comprende 96 aziende che operano in sette diversi settori. Ha un profitto annuo di 21, 9 miliardi di dollari, equivalente al 2,8 per cento del Pil del Paese e con una capitalizzazione di 52,3 miliardi di dollari Usa. Le aziende del Gruppo Tata impiegano 246 mila persone con un totale di 28 aziende quotate in Borsa, e hanno una base di azionisti superiore ai 2 milioni. Il Gruppo ha operazioni in 54 Paesi e le sue esportazioni raggiungono 120 nazioni. Naturalmente il gruppo opera in un contesto culturale, normativo e sociale complesso come l’India, e quindi non può essere giudicato coi parametri europei in tutte le sue operazioni. CHI SONO I PARSI? Il termine parsi o farsi tradisce chiaramente la provenienza persiana di questo gruppo, i cui membri sono noti anche come zoroastriani, i discendenti della religione di Zoroastro o Zaratustra, vissuto nell’attuale Azerbaijan tra il 2.500 ed il 2.000 a.C. È considerata una religione rivelata, la più antica, sopravvissuta a persecuzioni e a sconvolgimenti storici. La storia dei parsi ha un cambiamento repentino con l’apparizione dell’Islam nelle terre fra Tigri ed Eufrate. Le persecuzioni di cui sono oggetto da parte dei seguaci del Profeta li spingono alla migrazione. Si mettono in mare ed il primo gruppo approda in India nel corso dell’VIII secolo. Il gruppo ha però mantenuto una fortissima identità religiosa a razziale. Nessuno può diventare parsi se non lo è di nascita ed i figli di matrimoni misti, con padre di altra religione, non possono continuare ad essere zoroastriani. Queste caratteristiche hanno progressivamente ridotto la comunità a 63 mila persone in India e poche decine di migliaia in Australia, Canada ed Inghilterra. La comunità parsi vive oggi nel terrore dell’estinzione.

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