Radicati nel territorio, aperti al Paese

A Padova un progetto che vede protagonisti cristiani e musulmani. Famiglie in azione impegnate a costruire percorsi di convivenza.
Famiglie cristiane e musulmane a pranzo

Arrivo a Padova nella tarda mattinata di un sabato di primavera. La stazione è rinnovata, sul piazzale antistante ci sono lavori in corso, molta gente a piedi, etnie, colori, odori sconosciuti fino a qualche anno fa.
Con le persone che devo incontrare m’infilo anch’io nel McDonald’s sulla piazza della stazione. Accanto due ragazzi di chiara origine filippina passano quasi senza rendersene conto dal tagaloq ad un ottimo italiano con inconfondibile cadenza veneta. Alle nostre spalle tre donne, somale penso, parlano a voce alta nella loro lingua. Più in là ci sono vari giovani e non più giovani di chiara provenienza afro-subsahariana. Intanto entrano delle ragazze con chiaro accento americano, turiste evidentemente. Ci sono anche italiani, di nascita. McDonald’s è simbolo di globalizzazione a tutte le latitudini, e anche qui nel Nordest non tradisce la sua vocazione di melting-pot.

È in questo contesto che apprezzo quanto mi raccontano tre italiani, due di nascita e uno di origine algerina, perfettamente integrato nel tessuto sociale e vitale di questo angolo di Veneto, che rispecchia ormai una realtà ben diffusa nel nostro Paese.
Da alcuni mesi una commissione di cristiani e musulmani è al lavoro per l’integrazione fra comunità di diverse etnie e religioni sul territorio italiano. È un’iniziativa che non è nata dal nulla, ma è frutto di una vita e di incontri fra cristiani e musulmani di varia provenienza, che da anni condividono il valore della fraternità universale, iniziativa partita nel seno dei Focolari. Da qualche tempo è stata avvertita l’esigenza di offrire tale esperienza al Paese non solo come idea, ma come testimonianza vissuta.
«Quanto sta maturando – mi spiega uno degli animatori del progetto, cristiano e italiano di nascita, un ingegnere, Carlo Gallian – è espressione di un’esperienza che da anni facciamo come famiglie, appartenenti alle due religioni. Molti momenti comuni hanno contribuito a creare un vissuto di rapporti veri, nuovi. Questi rapporti interculturali ci investono come persone nella nostra totalità e ci permettono di scoprire nell’altro elementi che non conoscevamo. Il rapporto con una persona diversa ci completa».

Quello a cui si sta lavorando, non solo a Padova, ma in diverse parti della Penisola, è un progetto che vuole mettere insieme tasselli già presenti. Di fatto, già nel novembre 2010 si è avuto un momento di riflessione e valutazione. È stata una giornata di aggregazione per 600 musulmani e cristiani nella cittadella di Loppiano (Fi). Allora, l’idea – mi spiegano – era partita da un sogno-progetto dal titolo: “Percorsi comuni per la fraternità”. Percorsi comuni, una parola chiave, non un semplice slogan, ma una scelta per un impegno nel quotidiano.
«Qualche tempo dopo – ricorda un italiano musulmano, algerino di nascita, l’imam Kamel Layachi – ci siamo chiesti: “Ed ora questi percorsi dove ci porteranno?”. La risposta è stata chiara: se si tratta di percorsi comuni, dobbiamo continuare insieme per passare dalla fiducia e dalla stima reciproca a progetti concreti». In tal senso, è sembrato a tutti che la famiglia fosse un tema prioritario rispetto ad altri – giovani, economia, formazione, dialogo – comunque emersi come sfide.

La crisi di oggi non è solo economica. È prima di tutto un problema di povertà spirituale e di povertà nei rapporti – notano di comune accordo i miei interlocutori – e questo si avverte fortemente nella famiglia. Non si tratta di una semplice operazione economica che aiuti i nuclei familiari a vivere dignitosamente. Questo è imprescindibile, ma l’aiuto deve andare alla radice: aiutare il gruppo familiare a risanare i rapporti con Dio e al suo interno. «Se la famiglia è sana – non ha dubbi a questo proposito l’imam – nei suoi rapporti con il Divino, nella varietà delle relazioni che la compongono, ma anche nei confronti di altre famiglie, allora costruisce il tessuto sociale. Aiutiamo la famiglia ad essere sana per contribuire al risanamento del sociale».
Si concorda, inoltre, che oggi proprio il nucleo familiare deve formare all’apertura interculturale e interreligiosa. Una società plurale, come quella italiana, richiede un’adeguata formazione a valori universali, all’accettazione dell’altro.
In vari comuni del Veneto si è ormai imparato a condividere momenti importanti. Un esempio me lo racconta un’infermiera in pensione, da anni molto attiva nei processi d’integrazione. «Quando siamo invitati in moschea per la fine del Ramadan – ci dice Valentina Maccararo di Verona –, come cristiani, avvertiamo una riconoscenza per la testimonianza dei musulmani. I cristiani che partecipano a questi incontri fanno un’esperienza spirituale forte, che rinforza la loro fede. Allo stesso tempo capiscono e valorizzano la realtà dell’altro. Spesso sentiamo cristiani che ci dicono che, dopo aver fatto questo cammino, guardano ogni musulmano con occhio diverso. Avviene un cambiamento di atteggiamento». «E viceversa…», controbatte serrato l’imam.

Per la realizzazione del percorso che rientra nel più ampio Progetto Italia – promosso dai Focolari –, sono previste varie iniziative, fra cui tre momenti, che dovrebbero svolgersi nel novembre 2012, in tre punti cardini della Penisola. Intanto, nei mesi scorsi si sono tenuti incontri in varie città (Padova, Trieste, Verona, Vicenza e Trento, per esempio) ed altri si stanno organizzando (Treviso, Belluno, Venezia e Rovereto). Si tratta, dunque, di processi d’integrazione ben radicati sul territorio dove le famiglie s’incontrano ogni giorno e fanno l’esperienza della fraternità e della solidarietà. Raggiunto un buon livello di stima, di fiducia, di conoscenza reciproca, queste famiglie possono diventare protagoniste di rinnovamento e contribuire al bene comune.
Ovviamente, scommettere sulla famiglia significa accettare sfide e superare le difficoltà della vita, che accompagnano tutti. Ogni famiglia ha le sue fragilità (anziani, mancanza di reddito, malattie, eventi dolorosi…), ma essere una comunità aiuta molto.

E un occhio va posto anche sui giovani in un momento in cui la parola d’ordine pare essere, sotto tutti i punti di vista, precariato. Cammino per le vie del centro storico di Padova, dove si sta imparando a vivere insieme per l’Italia del presente e, soprattutto, del futuro. Abbiamo appena finito di celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia. Chissà se l’abbiamo davvero fatta? Di certo, non ci si può fermare, la storia incalza!
 

Noi musulmani e la Lega Nord
 
Intervista all’imam Kamel Layachi, della comunità islamica del Veneto. Un esempio di dialogo e tolleranza
 
In questi giorni in cui tutti viviamo le vicende della Lega, abbiamo avuto la possibilità di parlare dei rapporti fra comunità immigrate e amministrazioni leghiste nel Nordest d’Italia con l’imam Kamel Layachi, della comunità islamica del Veneto.

Parlando del Nordest italiano, viene spontaneo pensare alla Lega e alla sua ben nota posizione sull’immigrazione. Come vivono le comunità musulmane questa esperienza?
«Personalmente non la vivo come un ostacolo, ma come uno stimolo e un invito all’autocritica, all’innovazione e alla responsabilità. Non posso ignorare che nel corso di questi anni, nei nostri rapporti con esponenti politici della Lega abbiamo spesso rilevato una strumentalizzazione dell’immigrazione e della diversità religiosa a fini elettorali, una chiusura istituzionale inspiegabile da parte di molte amministrazioni comunali guidate dalla Lega. Ma ho anche incontrato e conosciuto leghisti con cui ho avuto il piacere di collaborare e con risultati  molto soddisfacenti».
 
Un esempio?
«Due anni fa, con alcuni rappresentanti della comunità islamica di Castelfranco Veneto e Resana, comuni amministrati da giunte leghiste, abbiamo promosso il progetto “Fratelli d’Italia” per i 150 anni dell’Unità. L’iniziativa prevedeva tre serate di sensibilizzazione e formazione ai valori costituzionali e la creazione di una banca-ore tra i nostri soci, da destinare ad attività di volontariato. Abbiamo presentato ai comuni la richiesta di finanziamento e patrocinio. Non eravamo molto fiduciosi, invece abbiamo trovato molta apertura e collaborazione. Oltre alla concessione di finanziamenti e al patrocinio, gli esponenti della Lega hanno partecipato a tutte e tre le serate, incoraggiando gli organizzatori a costruire progetti simili in futuro».
 
Altre collaborazioni?
«A Thiene, in provincia di Vicenza, il sindaco leghista ha riconosciuto il diritto della comunità islamica di avere un luogo di culto dignitoso nel rispetto delle norme vigenti e, una volta ultimati i lavori di ristrutturazione dell’immobile, ha voluto partecipare all’inaugurazione. Va riconosciuto, inoltre, che nei comuni del Nordest, compresi quelli amministrati da giunte leghiste, la qualità della vita e dei servizi è mediamente buona e senza dubbio anche molte famiglie immigrate e molte comunità ne usufruiscono alla pari con gli altri cittadini».
 
Allora si tratta solo di pregiudizi?
«Non solo! Ma, senza dubbio, dobbiamo liberarci da certi pregiudizi, pensando ad esempio che se uno fa parte di un certo gruppo politico sia contrario a priori ad alcune iniziative. Dobbiamo uscire dal nostro vittimismo, migliorare la nostra capacità dialogica, promuovendo proposte serie e innovative; soprattutto dobbiamo avere pazienza e cercare un dialogo costruttivo e leale con le istituzioni, perché la novità del pluralismo culturale e religioso necessita investimento di tempo e di cultura per essere elaborata e condivisa».
 
A volte basta poco perché le istituzioni assumano un atteggiamento più costruttivo…
«Anni fa, il sindaco di Castelfranco Veneto, anche lui leghista, aveva fatto delle dichiarazioni molto forti nei confronti degli immigrati e della comunità islamica. Ma quando ha potuto conoscere davvero la nostra comunità, ha cambiato atteggiamento e dopo il progetto “Fratelli d’Italia” ha accolto nel comune una delegazione di famiglie musulmane alle quali ha fatto visitare gli uffici e presentato i servizi erogati dal comune. Dopo molti anni di residenza, le distanze si sono accorciate e da qualche tempo il rapporto è diventato più pacato e rispettoso».
 
Si tratta quindi di tessere con pazienza rapporti a diversi livelli.
«Esattamente. Bisogna fare leva sulla qualità dei rapporti. Ma non riduciamo le problematiche del Nordest per l’integrazione delle comunità musulmane al rapporto con la Lega. È importante anche costruire rapporti sia con la società civile che con le altre comunità religiose del territorio, i mass media, le università, il mondo della cultura… Tutte le comunità religiose e culturali devono conoscersi per costruire ponti e collaborare al bene delle loro città. Questa testimonianza convincerà un po’ alla volta gli scettici.
«Bisogna passare dalla protesta alla proposta. Dobbiamo imparare a dare prima di pretendere dalle nostre città. Questa è la sfida che all’interno delle comunità musulmane del Nordest cerchiamo da anni di raccogliere per formare veramente alla cittadinanza, alla legalità e alla partecipazione».

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