Questa è la mia squadra

La novità in Europa si chiama azionariato popolare: cambierà il mondo del calcio?
Tifosi giallorossi della Capitale

«Questa è la mia squadra!» è un’espressione di affetto, ma presto potrebbe anche divenire realtà. Essere padroni della propria squadra del cuore non è solo il sogno, ma l’obiettivo di decine di migliaia di tifosi europei organizzati che hanno deciso di dire “no” al calcio ridotto a solo business e di opporsi allo strapotere di quei ricchi imprenditori senza scrupoli che acquistano club calcistici per ottenere un ritorno economico o di immagine, ingaggiano a cifre folli allenatori e calciatori senza interesse a promuovere giovani talenti locali, contraggono un sacco di debiti e li fanno pagare ai tifosi, con i biglietti e gli abbonamenti, destinando spesso il club al fallimento.
La loro forza si chiama azionariato popolare. I Supporters Trust sono cooperative autogestite di tifosi con idee chiare: democratici (ogni azionista ha un solo voto a prescindere dalla quota versata), senza fini di lucro, responsabili, aperti a tutti, legati sulla comunità di riferimento. Chiari anche gli obiettivi: migliorare la comunicazione tra il club e i tifosi, partecipare in modo attivo (con rappresentanti negli organi direttivi del club) e trasparente alla proprietà e alla gestione del club, lavorare attivamente per riorientare i club verso la comunità locale, preservare la tradizione del club e dei suoi tifosi, favorire ad ogni livello lo sviluppo del gioco del calcio, promuovere iniziative di solidarietà e progetti per famiglie, giovani, disabili, ecc.
 
Dall’Inghilterra, in pochi anni, si sono diffusi in tutta Europa. A Wimbledon, quartiere di Londra famoso per il tennis, hanno fatto risorgere la loro storica squadra di calcio dopo che disinvolti imprenditori norvegesi avevano acquistato la squadra riempiendosi di debiti, demolito il vecchio stadio per una speculazione edilizia e mandato la squadra a giocare a 100 chilometri di distanza. Con una tenace e silenziosa rivoluzione dal basso hanno dato vita ad una coinvolgente azione di volontariato fondando l’AFC Wimbledon, al cento per cento di loro proprietà: in 9 anni, dai dilettanti sono arrivati al calcio professionistico.
Percorso analogo lo ha compiuto lo United of Manchester, fondato ex – novo da tifosi del ben più celebre Manchester United, stufi di dover pagare sempre più cara la propria passione (in 5 anni il costo di biglietti ed abbonamento è raddoppiato): la loro nuova squadra è ad un passo dal calcio professionistico e sono arrivati persino a raccogliere i fondi per costruirsi un proprio stadio.
In tutta Europa i Supporters Trust sono oggi oltre 200: in Spagna controllano Real Madrid, Barcellona, Atletico Bilbao ed Osasuna. In Germania, dal ’97, per legge, la proprietà dei club della Bundesliga deve essere in maggioranza di associazioni di tifosi. Hsv e Sankt Pauli di Amburgo, Schalke 04 ed altri club sono al cento per cento dei loro tifosi-soci; Bayern Monaco è per l’82 per cento in mano ai suoi 130 mila tifosi-soci (Adidas e Audi ne possiedono il 9 per cento).
E in Italia? Anche qui il movimento è attivo: tifosi di Modena, Ancona, Venezia e persino Roma (MyRoma), per citare solo alcuni, hanno iniziato ad acquistare quote e azioni del proprio club. Riccardo Bertolin, tifoso giallorosso di provata fede, fra i fondatori di MyRoma, spiega: «Magari non riusciamo ancora a incidere sulle politiche societarie come vorremmo, ma abbiamo tuttavia già dato vita ad iniziative nuove e positive in un mondo, quello dei tifosi, che balza alle cronache solo in occasione di episodi di violenza».
 
Della forza silenziosa e dilagante di questa rete europea che si muove dal basso si è accorto persino l’Uefa, l'organismo europeo del pallone, che ne ha infatti riconosciuto la valenza sociale e sportiva, confermandone il ruolo di antidoto alla violenza del tifo e del doping finanziario che sta divorando il mondo del calcio. Il suo presidente, Michel Platini, ha ammesso: «È una grande idea che i tifosi investano in una società: così ne difendono l’identità stessa».
Ora che in Europa i massimi campionati nazionali hanno da poco preso il via, non stiamo solo ad ammirare l'arrogante onnipotenza di Paris Saint Germain, Manchester City o Chelsea in mano a investitori arabi piuttosto che russi, ma tendiamo l'orecchio a chi dice «la mia squadra»: potrebbe trattarsi del nuovo che avanza.
 

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