Quelli che…la solidarietà

Nuova vita grazie al progetto "Roger Cunha Rodrigues" nel cuore della foresta amazzonica.
Scuola

Dici Brasile e dici calcio. E proprio in Brasile si terranno nel 2014 i Campionati del mondo di football. Una delle città scelte per ospitare la manifestazione è Manaus, la capitale dell’Amazzonia. Qui, come in tutto il resto del Paese, si spera che la World Cup sia un’occasione di rilancio economico, per una metropoli dove il livello di povertà e di analfabetismo è altissimo.

A sperarlo è anche Jessica Estel che, ammessa all’Università federale dell’Amazzonia nel 2007, quest’anno si laurea con una specializzazione nel settore alberghiero. Nel frattempo sta già lavorando come analista in un’azienda di esportazione di prodotti naturali dell’Amazzonia.

 

Jessica è una ragazza fortunata: è stata una delle prime bambine sostenute a distanza. Negli anni Novanta, un gruppo di giovani dei Focolari iniziò a giocare con i bambini del suo quartiere, il Coroado, dove tanti sono i disoccupati, e le vittime della droga e dell’acool.

Il fratello di Jessica, Roger, si ammalò di leucemia, morendo all’età di sei anni. A lui è stato intitolato il progetto Roger Cunha Rodrigues che, con il contributo di AFN, intanto stava nascendo.

 

Sorge anche una piccola scuola dove Jessica ha assimilato non soltanto il portoghese, la matematica, le scienze, ma i contenuti morali e che «per essere felici – dice – occorre costruire rapporti positivi con gli altri».

Pian piano si sviluppa un centro sociale, adattandosi meglio alle numerose e complesse emergenze del quartiere.

La coordinatrice è Laude Souza che ha iniziato quest’avventura quand’era una ragazza e giocava con i bambini del Coroado a cui è stato possibile offrire alimentazione, istruzione, sostegno alle famiglie, generando una comunità più sana. «Se trovassimo modo di migliorare la nostra situazione – spiega Laude –, vorremmo offrire ai bambini anche un secondo pasto, prima di tornare a casa la sera, perché non sappiamo cosa mangeranno o se mangeranno».

 

Una delle insegnanti al Centro è Julielma, anche lei una delle prime bambine sostenute a distanza insieme ai suoi cinque fratelli. Oggi ha 23 anni, è sposata con Marcos e mamma di Sofia, di due anni. «Molte situazioni che ci sono nel quartiere – racconta – le ho vissute anch’io. Quando un bambino è agitato intuisco i problemi che può vivere a casa, cerco di interessarmi a lui, rapportarmi coi suoi genitori. Al centro continuo a imparare cose che mi aiutano personalmente e come famiglia, a far crescere la piccola Sofia». E questo non è scontato, laddove il concetto di unione stabile è sfumato e il padre o la madre intessono unioni extraconiugali da cui nascono altri figli, poi affidati ad un genitore o a una zia, a un nonno oppure alla strada.

 

«Per i bambini – gli occhi brillano a Laude mentre mi parla –, l’accoglienza comincia la mattina alle 8. Mettiamo la musica e, con un gioco, raccontiamo storie che hanno l’obiettivo di mettere in rilievo un punto dell’arte di amare, quella di Chiara Lubich. È la nostra arma più potente perché portano in famiglia un atteggiamento positivo».

I disagi del caldo torrido o l’allagamento nel periodo delle piogge, spesso anche gli attacchi da parte di cani randagi, non le impediscono di visitare con le operatrici chi è in condizioni di maggiore necessità. Fernanda, una bambina di sei anni, ha subìto il trapianto di midollo; attualmente è seguita nella convalescenza e la sua salute rimane ancora delicata.

 

«C’è poi una mamma – racconta Laude –, che aveva imparato a fare la parrucchiera ad un corso del centro sociale. Così era riuscita ad avviare un’attività nel soggiorno di casa sua. Sembrava che le cose andassero bene, ma è sopraggiunta una malattia autoimmune che l’ha sfigurata fisicamente. Il marito l’ha lasciata, sconvolgendo la vita della figlia di quattro anni che di notte si svegliava gridando. Standole vicino la sua condizione è migliorata. Un giorno, ricordo, nel frigo non avevano niente. Mentre con altre amiche stendevamo un elenco di cose da comperare, è arrivato il vicino di casa con una ciotola di fagioli già cucinati».

Colpisce la generosità innata di questa gente che condivide col prossimo il poco che ha.

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