Quell’ intuizione profetica

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La notizia che Dio, Signore della vita e della morte, ha chiamato nel suo regno eterno Chiara Lubich, la fondatrice e presidente dell’Opera di Maria (Movimento dei focolari), è stata appresa con viva commozione da tutto il Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani e da me personalmente. In questa dolorosa circostanza per tutti i membri del movimento sparsi nel mondo, esso tiene a ripetere la sua profonda stima e la sua gratitudine per tutto ciò che Chiara ha compiuto – durante una lunga vita benedetta da Dio -, specialmente per la Chiesa e per la realizzazione della volontà di nostro Signore affinché tutti siano una sola cosa. Parlare di Chiara Lubich soltanto come personalità ecumenica d’eccellenza del nostro tempo mi sembra riduttivo, se si pensa al suo contributo essenziale per la storia della Chiesa e dell’umanità negli ultimi sessant’anni e più, da quando giovinetta sentì la chiamata del Signore a donarsi tutta a lui, in quella che più tardi sarà chiamata la via dell’unità. Tuttavia Chiara Lubich resta una pioniera del dialogo, anche di quello ecumenico. L’ecumenismo è un cammino difficile, ma nella sua intuizione che definirei profetica, Chiara Lubich, in quel clima di fraternità che andava progressivamente instaurandosi tra i cristiani, ben comprese quanto fosse sentita l’esigenza di spiritualità, quale via privilegiata per abbreviare il cammino verso la piena comunione visibile. In un discorso tenuto alcuni anni fa al Consiglio ecumenico delle Chiese, a Ginevra, aveva affermato che proprio per la riscoperta di questa nuova consapevolezza siamo chiamati a vivere il comandamento che Gesù chiama suo e nuovo: Amatevi l’un l’altro come io ho amato voi, e di conseguenza contribuire a realizzare il testamento di Gesù che tutti siano uno, per il dialogo della vita, del popolo. Noi ci sentiamo già una famiglia: sentiamo di comporre fra noi tutti, di diverse Chiese, un popolo cristiano che interessa laici, ma non solo, sacerdoti, pastori, vescovi. Anche se c’è ancora da comporre la piena e visibile comunione fra le nostre Chiese. Non è un dialogo che si contrappone o giustappone a quello dei cosiddetti vertici o responsabili di Chiesa, ma un dialogo al quale i cristiani possono partecipare. E questo popolo cristiano è come un lievito nel movimento ecumenico. Anzi vogliamo sperare che altre forme di dialogo, come quelle della carità, del servizio comune, della preghiera, quello teologico, possano venire potenziate dal dialogo della vita. Non solo: speriamo pure che il perenne problema di come la gente possa recepire i progressi dei dialoghi teologici ufficiali possa essere superato da un popolo ecumenicamente preparato. Il dialogo della vita parte dal presupposto che ciò che ci accomuna è decisamente più grande di quello che ci divide, il che non vuol dire sminuire o nascondere le divergenze, ma impegnarsi a superarle con grande pazienza, in un processo spesso lungo e faticoso fatto a piccoli passi, ricordando l’umiltà di non volere ottenere tutto subito. Non dimentichiamo che l’unità non può essere fatta, forgiata, da attività meramente umane; essa è un dono dello Spirito, il suo vero iniziatore e promotore. L’ecumenismo è fondamentalmente un processo spirituale per il quale è vitale la promessa annunciata nel Vangelo. Il Vangelo ci dice che ciò che chiediamo nel nome di Gesù ci verrà dato. E, nel nome di Gesù, cosa potremmo domandare di più importante dell’unità dei suoi discepoli? Già ci è concesso di pregustare questa gioia. Il dialogo ecumenico vuole innanzitutto ascoltare attentamente e capire in profondità, eliminando preconcetti e malintesi, guarendo vecchie ferite. Questo dialogo dell’amore è un dialogo dell’amicizia. E molte amicizie Chiara Lubich ha allacciato e nutrito oltre i confini della Chiesa cattolica. Sarebbe un’impresa impossibile elencare gli incontri, le visite, gli scambi che Chiara ha avuto in tanti anni: dai protagonisti dell’impegno ecumenico, cattolici, ortodossi e protestanti, ai patriarchi, metropoliti, vescovi, teologi dell’Oriente cristiano; da esponenti delle Chiese orientali ortodosse, ad autorità delle Chiese e comunità ecclesiali d’Occidente; ed i cristiani di ogni parte del mondo. Non si è trattato di incontri superficiali. Con Chiara, tutti sperimentavano che la spiritualità dell’unità – vissuta nel quotidiano e con l’impegno di vivere insieme il Vangelo e di assaporarne i frutti – poteva costruire ponti, tessere rapporti, abbattere pregiudizi di secoli, rinnovarsi in testimonianza comune. Il Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani non può non ricordare con gratitudine la collaborazione sincera ed efficace che ha sempre trovato in Chiara Lubich e nel Movimento dei focolari. Per quanto mi riguarda coltiverò il ricordo di una personalità ricca, profonda, diretta, che ha saputo amare appassionatamente e fedelmente la Chiesa, e lo ha fatto soprattutto servendo l’unità, vissuta come segno e garanzia della sua fedeltà.

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